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Zaini, fiumi e tombe




C’è un ponte in ferro sul fiume di questa città. Un ponte minore, senza una storia avvincente e senza un nome altisonante. Collega una scuola materna a una strada con parcheggi troppo cari e cassonetti disposti male. La metafora perfetta della vita e il luogo ideale per un suicidio.

Zeno se ne stava sulla soglia della notte, le gambe a penzoloni sul parapetto, la sigaretta aggrappata alle labbra semichiuse e i capelli disordinati che gli uscivano dal cappuccio. La pioggia aveva ingrossato il fiume rendendo impossibile una morte da impatto. Avrebbe potuto tentare una dipartita per annegamento, o una soluzione a lungo termine di malattie contratte nella torba del fiume, ma aveva un suo progetto e non gli andava di cambiarlo. Così, seduto a tre metri da quell’acqua che lo aveva tradito, fissava il vuoto intangibile della distanza tra se stesso e i suoi obiettivi. Nel teatro di quella città semibuia scorreva il film della sua esistenza, tra i rovi dell’amore e il filo spinato dei fallimenti. Il titanico soliloquio mentale di un diciassettenne.

Poi, nel silenzio di quella disfatta, immaginò la corrente accompagnare il cadavere di una donna. Nella poesia di quel momento, chiuse gli occhi, forse per illudersi di non aver solo immaginato. Forse per fissare quel momento nell’eternità dei suoi ricordi.

L’indomani, sotto quello stesso ponte, a pochi centimetri dalla piena, Zeno raccontava del suo incontro ai suoi due amici più cari. E mentre una lo ascoltava affascinata, l’altro gli regalava insulti tra i più creativi che avesse mai concepito. Ridevano, perché quei momenti si ripetevano costanti, eppure ogni volta sembravano unici e irripetibili.

Taddeo “Tex” Tessaro e Zeno Canilli erano nati a distanza di un minuto, una culla accanto all’altra all’ospedale, una porta di distanza tra le loro case, la stessa classe, la stessa scuola. Insieme dall’asilo. Ci fosse un metro per misurare le diversità umane, loro due ne sarebbero gli estremi.

E poi Clara Basso, CB per gli amici, quindi, solo per Zeno e Tex. Il volto triste e fragile dell’adolescenza, un sorriso di ferro e una dolcezza smodata.

Si erano trovati sull’argine, alla tana, come ogni giorno sulla tomba di Harlock e Roxie, il cane e il gatto di Corte dei Roda. Sempre, solo, loro tre: Zeno, Tex e Clara.

“Cos’hai lì?” domandò Tex, vedendo l’amico assorto su un quaderno.

“Una roba che ho scritto stanotte” rispose.

Se c’era una cosa su cui non si prendevano mai in giro era la scrittura. Zeno gli passò la Moleskine, Tex lesse mentalmente, poi si alzò in piedi e recitò quelle poche frasi con lo stesso sentimento che avrebbe dedicato a una platea intera: “L’esistenza è scandita in tre fasi: nasci, hai diciassette anni, muori. Tutto il resto è una premessa o una conseguenza. Quello che fai in quell’anno dimostra come sei cresciuto e quello che diventerai. Le persone che hai intorno in quell’anno rimarranno, nella tua vita o nella tua identità. Che tu lo voglia o meno.”

I tre si scambiarono sguardi in silenzio. Ognuno di loro, in quelle parole, sentiva l’eco della voce di un demone. La vita, come quel fiume di fango e detriti, avrebbe trascinato via ogni loro prospettiva.

“Quando arriva novembre questo posto è così bello” osservò Clara.

Stavano seduti sotto il ponte di ferro a fumare l’erba del padre di Tex e se la ridevano dell’ennesimo furto. Illegale sull’illegale.

“Sei fatta, CB, è per quello che ti sembra bello” commentò Zeno. Risero, e lei diede a entrambi un bacio sulla guancia.

Nell’esistenza di tutti ci sono dei momenti cardine. Giornate, minuti, istanti che invertono la rotta delle barche più piccole, così come quella delle navi più grandi. Quel pomeriggio di novembre accadde qualcosa, ma nessuno se ne rese conto, o volle mai ammetterlo.


Una mattina di dicembre, qualche giorno prima della fine di quell’anno, Tex ricevette una telefonata. Zeno era stato coinvolto in un incidente con il motorino ed era in condizioni gravi. Tex, in lacrime, si precipitò da CB per avvisarla e insieme corsero in ospedale. Trovarono i genitori di Zeno disperati. Il dottore aveva fatto del suo meglio, ma Zeno non avrebbe mai più camminato. Sarebbe rimasto paralizzato dalla vita in giù. Quel Natale e quel Capodanno, con Tex e CB di fianco al suo letto d’ospedale, furono per Zeno una salvezza emotiva. Sapevano tutti e tre che le cose, da quel momento in avanti, non sarebbero più state le stesse. Trovarsi ancora alla tana sarebbe stato impossibile.

In primavera ricominciarono a uscire, dopo un inverno passato nella camera di Zeno, ma il clima era diverso e non dipendeva dalla condizione del loro amico.

Iniziarono a vedersi meno, sentendosi per messaggio, chiamandosi, e la loro amicizia sembrava non averne risentito. Ma la vita è un domino e il dolore è un’inerzia inarrestabile. Quell’estate Tex, senza avvertire nessuno, partì per l’Europa con una compagnia di Teatro itinerante e non tornò più. Non era rintracciabile. Nessuno sapeva dove alloggiasse. Nessuno sapeva perché non avesse salutato nemmeno i suoi migliori amici. Questo, Zeno e CB, non glielo perdonarono mai. Ognuno dei possibili futuri che avevano immaginato fin da piccoli, terminò con quella scelta.

Ci provarono loro due, Zeno e Clara. Ci provarono a stare insieme, ad amarsi, a non buttare via tutto quanto. Non durò molto, e quel legame che prima aveva un senso, condiviso in tre, finì per sgretolarsi, ingabbiato in una relazione fantoccio. Zeno e CB si lasciarono abbracciandosi. Una sera di settembre. Chiedendosi scusa. Maledicendo Tex.


Sono passati dieci anni. Oggi Zeno insegna lettere. Tex è in qualche posto ignoto del mondo. Clara, invece… lei è morta di overdose. L’hanno trovata un mattino di novembre, sotto il ponte di ferro che taglia il fiume di questa città.

In mano teneva una foto e dietro la foto una frase sbiadita:

L’esistenza è scandita in tre fasi: nasci, hai diciassette anni, muori. Tutto il resto è una premessa o una conseguenza. Firmato Z. C. T.




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