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Sotto la luna piena




“Chiunque, dici?” Finge di mettermi in dubbio. Mi infastidisce quando lo fa.

“Sei un idiota, Dingus” taglio corto.

“Quindi, se ti chiedessi di farlo con un bambino, oggi, saresti in grado?” sussurra. Audace, lo ammetto. Sposta la treccia di capelli all’indietro e si sistema l’armatura in pelle scura.

La locanda è silenziosa, stasera. Ci siamo solo noi due e un vecchio ubriaco d’idromele con la testa appoggiata sul tavolo.

“Lo mangi?” mi chiede Dingus indicando l’ultimo pezzo di carne. È il suo modo di dirmi che vuole una risposta in fretta.

Gli faccio cenno di prendere il cibo e subito dopo annuisco. Ci capiamo così. Mi passa una mappa incisa sulla pelle di cervo. Facile, dietro la segheria, oltre il ponte, la casa a destra.

Mentre mi alzo gli occhi di Dingus si fissano sul mio seno e percorrono veloci tutto il resto. Voglio portare a termine il compito subito. Ogni tentativo riuscito è per me una prova superata.

“Ah, comunque è una bambina, una femmina” mi dice lui, mentre esco dalla porta.

“Non fa differenza, lo sai” rispondo. “Domani sera, qui, stessa ora. Consideralo già fatto.”

Trovare la casa è facile. La mappa è incisa con precisione, il nome, come al solito, scritto in codice. Decifro: b-r-i-a-n-a. Briana. Una bambina di nome Briana. Se non mi ha dato altre indicazioni significa che sarà facile riconoscerla.

Fu Dingus a trovarmi e a promettermi che si sarebbe preso cura di me, se solo l’avessi aiutato a trascinare gli umani negli abissi. Fu lui a spiegarmi che il mio è un dono e fu lui a raccontarmi che nel mondo esiste un equilibrio e che qualcuno deve mantenerlo. Che le persone portano dentro demoni, presagi e devastazione o, semplicemente, che sono troppo al di fuori dei sistemi che regolano la vita. Alcune persone, mi ha spiegato Dingus, devono essere distrutte.

Non credo nel destino, eppure è come se ne avessi trovato uno. La mia capacità sorprendente, mi ha detto molte volte, era necessaria per la sua missione. Del passato di Dingus non so nulla e le voci sul suo conto sono incredibilmente deboli. Si muove nell’ombra, come una creatura della notte, come un lupo selvaggio e potente. E, silenzioso, mi indica dove colpire, un capobranco che guida alla caccia.

La casa di Briana è buia e priva di voci. Credo che i genitori stiano dormendo e questo mi facilita il lavoro. La piccola Briana, però, è sveglia e seduta sull’uscio a giocare con dei legnetti. Chissà se le prede percepiscono in anticipo il loro fato.

Mi avvicino e lei alza lo sguardo. La bocca si distende in un sorriso, deformando le lentiggini sulle guance. Non sono qui per giocare, Briana.

La fisso negli occhi azzurri e sento che i miei, come ogni volta, hanno cambiato colore. In quel momento si crea un contatto tra la mia mente e la sua. Un filo invisibile che mi permette di portarla nell’ombra.


Briana, mi senti? Sei piccola, Briana. Ascoltami. Devi capire che l’equilibrio del mondo è più grande di te. Sei una briciola insignificante, piccola Briana. Continua ad ascoltarmi. Io posso parlarti senza aprire bocca e tu devi fare una cosa per me. È necessario. Non opporrai resistenza e farai ciò che ti dirò. Tu vuoi aiutarmi perché io sono speciale e vuoi esserlo anche tu. Ti va di fare questa cosa per me, vero? Il fiume è vicino, Briana. Devi sono fare un passo avanti verso l’acqua. Un passo solo. Un passo verso il fiume e lascerai che l’acqua ti trasporti lontano. Briana, ti chiedo di farlo ora.


Sbatto le palpebre e sento che i miei occhi sono tornati come prima. Lei, la bambina, sta già camminando verso il fiume. Non tentenna nemmeno un secondo. È una linea diretta e precisa, i piedi nudi sull’erba, verso il punto più ripido dell’argine. Lo sguardo fisso e assuefatto. Si lascia cadere nel fiume e la testa sbatte su una roccia con un rumore secco. L’acqua in tumulto si macchia di rosso e trascina il piccolo corpo verso valle.

Non so con quale criterio Dingus decida di cancellare esistenze. L’ho chiesto mille volte e mille volte non ho ottenuto risposta. Il corpo di Briana è ormai scomparso sotto le violente increspature. Domani mattina qualcuno piangerà.

È stato ancora più facile con un bambino. L’ingenuità della mente pura ha giocato a mio favore. Nessun sospetto, nessuna resistenza. Lavoro terminato.

Spingere le persone a uccidersi mi toglie grande energia, da… quell’evento. Torno a casa, devo recuperare con una giornata di sonno.


Quella notte, mesi fa, stavo tornando a casa dopo aver spinto la giovane contadina a tagliarsi la gola. Ma accadde qualcosa, tra gli alberi. Qualcosa saettò veloce addosso al mio corpo, forse una bestia disorientata, un gufo, un pipistrello. Caddi a terra e rimasi incosciente per ore.

Quando mi risvegliai sentii il mio corpo scosso da una strana vibrazione. Sentii un insolito peso dentro di me. Vomitai più volte. Dingus diede la colpa a una puntura d’insetto, al cibo avariato, a una gravidanza, ma tutto si rivelò infondato. Da quel momento, però, compiere qualsiasi sforzo mi ruba più energie del dovuto.


La sera seguente, all’ora stabilita, Dingus si fa trovare nella locanda.

“Ho incontrato i genitori di Briana, oggi” mi dice, mentre mastica un pezzo di pane e mi passa un piatto ricco di cibo.

“Te l’avevo detto che ci sarei riuscita. Non mi dirai perché ho dovuto farlo, vero?” dico addentando la carne. Non mi aspetto una risposta.

Dopo cena, come spesso succede, mi ritrovo nuda con lui in un letto della locanda. Ma le forze, questa volta, mi abbandonano troppo in fretta. Il cuore mi batte forte e la mia temperatura passa da un caldo soffocante a un freddo gelido.

“Che hai?” chiede Dingus, ancora sopra di me. “Uno dei tuoi momenti? Te l’ho detto che ti ha morso qualche bestia. Ti prendo dell’acqua.”

Questa volta è diversa. La stanza mi appare microscopica, le pareti sembrano pronte a schiacciarmi. Tutto intorno a me mi terrorizza, l’aria è intrisa di paura, ogni pensiero mi genera angoscia. Qualcosa, dentro di me, si sta muovendo. Non sopporto più gli odori, le voci fuori dalla stanza, gli scricchiolii del legno,

Mi alzo dal letto e afferro quelli che sono vestiti o pezze luride, non so distinguere. Me li butto addosso in modo confuso e vado fuori, inciampando sull’uscio. Corro lontano e sento la voce di Dingus alle mie spalle, incomprensibile e lontana.

Quella folle corsa senza senso mi porta in mezzo agli alberi in un punto che non conosco. Mi sono persa. È buio e l’unica luce è quella della luna piena oltre le chiome. Tremo, in panico. Non so dove sono e non so cosa si stia scatenando dentro di me.

Continuo a camminare senza sosta, ansimando, con i piedi che bruciano. L’odore acre mi fa supporre di essere vicino alla palude.

In lontananza vedo degli uomini. Spero saranno la mia salvezza.

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