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Sciacalli




Come distingui un sogno da un incubo? O un amore da una condanna?

Preferisci un ragionevole terrore a un’insana fobia?

Noi non dovremmo ambire alla felicità e non dovremmo fuggire dal male. Dovremmo cercare un punto nascosto in cui goderci l’apatica paura di non essere scovati né dalla luce, né dal buio. Un luogo in cui diventare piacevolmente insensibili.

Esiste un limbo simile in questa realtà?

Perché ci ostiniamo a sopravvivere in questo dedalo bipolare?

Quand’ero piccolo ho avuto una febbre molto alta. Avevo le mani come due palloni, gli occhi mi bruciavano e non riuscivo a deglutire nemmeno la saliva, che sbavavo sul cuscino assieme alle lacrime e al sudore. Non dormivo nemmeno sotto sedativi. Sono stato sveglio per tre giorni.

L’ultima notte, dalla finestra ho visto un demone con la testa di cane tamburellare con le dita sul vetro. Mi fissava come un bambino davanti a una vetrina di giochi. Non voleva entrare, si stava solo divertendo a guardarmi.

Era coperto di pelo nero e dorato. Stava aggrappato alle pareti della finestra come una scimmia e ruotava la testa con gesti lenti e curiosi. Aveva piccoli occhi neri che brillavano riflessi nella luce del mio abat-jour. Digrignò i denti, quasi per mostrarmeli. Erano sporchi di sangue rappreso. Ci guardammo per delle ore, non distoglieva mai lo sguardo, io avevo paura a farlo.

Scomparve quando il cielo iniziò a schiarirsi. Da allora non l’ho più incontrato. Credo significhi solo due cose: o non gli interesso più, oppure è già dentro di me.

Avevo nove anni, ma sapevo la risposta. Quella mattina mi addormentai.


Sono da sempre un tipo socievole e non sono mai stato senza amici, ma a nessuno ho mai parlato di quell’incontro, né di loro. Però a te posso dirlo.

Alle medie fingevo di stare male e i miei hanno credettero fosse per evitare le verifiche, ma non era per quello. Dovevo stare a letto perché avevo paura di uscire.

Ero il tipo di persona che quando si spostava da una stanza all’altra, di notte, accendeva la luce prima di proseguire. Il tipo di persona che in un ristorante non si sedeva mai dando le spalle alla porta d’ingresso. Avevo una incondizionata paura di ciò che non potevo vedere.

Nulla di strano secondo la mia psicoterapeuta. Il problema vero, però, non erano queste paure, ma il momento in cui si manifestavano. Conversando al bancone di un bar per l’aperitivo, a letto con una ragazza o al risveglio, nel passaggio dalla realtà onirica a quella di veglia.

Paura di vivere e paura di morire. Paura di alzarmi dal letto e scoprire i miei punti deboli, e paura di scoprire che li hanno già scovati e sono pieno di morsi.

Loro masticano, gli sciacalli. Loro masticano carogne.


A quindici anni giravo con gente più vecchia di me di qualche anno. Sembravo più grande, ma ero solo più consumato. Ho iniziato a bere e a fumare erba, e mi è sembrata la terapia giusta, per un po’. Se avevo paura delle luci mi anestetizzavo, se avevo paura delle ombre le vomitavo. Ero comunque un tipo moderato, sia per senso di responsabilità, sia per questioni economiche. Avrei voluto non esserlo. Avrei potuto, suppongo.

Più passava il tempo, più questo orrore mi camminava dentro e mi ammorbava.

Sai qual è il problema principale con i virus? Si adattano alle cure. Dopo un po’ imparano a capire dov’è vulnerabile la difesa. La disintegrano, e tu sei punto e a capo.

Bere e fumare non servivano più. Avevano imparato a scavalcare il muro delle mie anestesie.

Quando lavorano in branco, gli sciacalli, ti circondando. Loro le fiutano, le prede.


A diciannove anni provai nuove strategie.

Mi ero diplomato sudandomi un buon voto e avevo iniziato a lavorare subito, già tre settimane dopo l’esame orale. Prendevo una miseria, ma serviva per pagarmi le sedute di psicoterapia, di cui nessuno sapeva nulla. Nel frattempo i miei compagni, la mia ragazza, perfino i miei genitori, si erano presi un mese sabbatico dal caldo. In città non si respirava. Uscire per le strade vuote del mio paese voleva dire imbattersi in strane e angoscianti allucinazioni.

Scrissi in un quaderno ciò vidi in quelle giornate torride, in una specie di racconto. Un passaggio lo ricordo a memoria, l’ho scritto e riletto centinaia di volte: Danzano sincopate le carcasse abbandonate su questo asfalto ignobile. Nessuno si cura dei corpi, ora che sono morti, è per questo che abbiamo bisogno di spazzini. È per questo che esistono gli spazzini di cadaveri.

La dottoressa mi suggerì la meditazione come pratica quotidiana per rilassarmi e scacciare i brutti pensieri. Diceva che quelle visioni non erano dovute al caldo, ma al mio particolare stato di stress psicoemotivo. Non so se fosse incompetente o se il mio caso fosse davvero così complicato, ma io non avevo bisogno di scacciare i pensieri. Io volevo scacciare loro, e loro non erano i miei pensieri. Loro li sbranavano i pensieri. I pensieri, nella mia mente in fuga, erano come alberi nella giungla, come grotte in un bosco, come vicoli angusti in una metropoli. I pensieri mi permettevano di nascondermi. Meditare radeva al suolo ogni cosa. Mi metteva alla mercé dei miei cacciatori. Solo un idiota giocherebbe a nascondino nel deserto.

Smisi con qualsiasi pratica di rilassamento e ricominciai con lo sport, con la corsa. Ero portato.

Hai presente quelle storie americane in cui uno fa jogging a Central Park e trova un cadavere? Io correvo, correvo, correvo, conscio del fatto che la vittima designata ero proprio io. Loro mi inseguivano, e più li seminavo, più mi ritrovavano; più acceleravo, più loro acceleravano. Finivo ogni sessione di corsa lasciandomi cadere su una panchina, scoprendo il collo, per farmi uccidere in fretta. Non mi uccidevano mai. Mi annusavano, mi assaggiavano la pelle, la consistenza della carne. Alla fine se ne andavano, ma non se ne andavano mai davvero.


Resistetti per qualche anno. Imparai a convivere con la condanna, aiutato dalla mia psicoterapeuta, finché non morì, quando avevo ventinove anni, uccisa dall’amante del marito.

Rimasi da solo. Non avevo più le droghe, non avevo la meditazione, non avevo lo sport, e da quel momento non avevo più nemmeno lei.

Valutai l’ipotesi di cercare un altro medico, ma non me la sentivo. Il legame creato era perso del tutto. Ero disperato e impaurito come mai prima di allora, e loro lo sentivano. Loro annusano la tua paura, non importa quanto impari a camuffarla. Quando vogliono la tua carne e quando vogliono che tu gliela serva, si avvicinano a te con l’inganno, abbassando la testa come farebbe un cane impaurito, e ti invitano a farli entrare nel tuo cerchio di protezione. Si insinuano tra le tue abitudini più radicate, cordiali e falsi come il più abile degli opportunisti. Ti dormono accanto molto prima che tu ti renda conto di essere il loro prossimo pasto, ma non ti fanno del male. No, loro attendono.

Gli sciacalli sono dei meschini corrieri di malattie. Riescono a essere pericolosi anche se non ti ci avvicini. Contaminano l’acqua. Una cosa pura come l’acqua, capisci? Avvelenano i tuoi ricordi, il tuo credo, l’amore per le persone più care. È così che inizi a diffidare di tutti, e li allontani. Arrivi a farti disprezzare dai tuoi stessi genitori, dai tuoi amici più stretti. Ti isoli. È così che ti prendono. Loro non ti uccidono mai, loro aspettano che sia tu a consegnarti.

Vedi, gli sciacalli mangiano qualsiasi cosa, ma più di tutto amano le carogne. Si saziano di anime incastrate in corpi morti, del marcio che ristagna nel sangue raffermo.

Questo ho imparato dagli ululati che ossessionavano l’oblio del mio sonno: quando moriamo l’anima non va da nessuna parte, l’anima resta lì, aggrappata al corpo. Permane in una lunga, eterea decomposizione. Loro quella bramano. Una volta capito, dovevo solo imparare a tenerli a bada.

È per questo che devo ucciderti. Devo mantenerli, capisci? Sopravvivo per prendermi cura di loro, e loro hanno sempre molta fame. Gli sciacalli.

Ma non temere, non temere sul serio. Ti accompagnerò alla morte sulla strada più istruttiva che tu conosca. Lo senti l’odore in questa stanza? È una particolare droga, comunemente chiamata Popper. È un’idea che so di aver copiato da un film, ma non riesco a ricordare quale.

Non ti annoierò con dettagli tecnici sull’amile nitrato o sui particolari effetti che questa sostanza sta avendo sul tuo corpo, ma ti è utile sapere che ti manterrà sveglio, cosciente e contento, mentre lacererò la tua carne. Sarà un percorso lungo, la tua macellazione, ma sono certo ti piacerà. Comincerò dalla coscia, guarda, infilo la lama qui, evitando di recidere l’arteria femorale, perché non voglio ucciderti subito. Proseguo verso il ginocchio e mi fermo. Oh, guarda che magnifica bocca di sangue si è creata, si riesce quasi a vedere l’osso.

Ti stai divertendo, sì? Ti fa il solletico. Dammi la mano, fammi tagliare le linee del tuo palmo, osserva il disegno che si crea. Da certi punti del corpo il sangue scorre fuori più velocemente. Il tuo è caldo e ha un buon sapore. Sarai un ottimo pasto.

Anche loro saranno contenti.

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