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Salire e scendere




“La linea che si interpone tra l’atto pratico e il teorizzare superficiale del moto dell’ego si incarna nell’oblio, esternandolo in uno stato generale di ansia.” Non smetterei mai di ascoltarlo.

Magro, un’aria da ragazzino a mascherare quei quarantacinque anni portati benissimo. Occhi tristi e dolci. Non ho mai capito nulla delle sue lezioni, troppo attraente per capire ciò che dice. Forse mi sto convincendo un po’ troppo.

Mi piacerebbe essere quel notebook disordinato, toccata come quei tasti, coccolata come quel touchpad, sentirmi un suo oggetto. Ho provato di tutto per farmi notare, da canottierine leggermente più scollate del dovuto a dress code rigidi da impiegata, ma niente! A quell’uomo sembra importare solo della sua Filosofia. Forse dovrei essere più comunicativa, ad esempio indossando una maglietta con scritto Prof! Se me lo concede gliela concedo!

Non posso smettere di guardarlo senza immaginare i suoi occhi nel prendersi passionalmente cura di me. Non posso smettere di ascoltarlo senza farmi penetrare dal placido incedere di ogni singolo tono emesso da quelle labbra. Non posso smettere di sognare senza sognarlo. Non posso, ma prima o poi dovrò.

“…specifiche interconnesse nel focus nodale di Proust, ossia la nostra unicità. Vi ringrazio.” Sorride sempre quando ringrazia. “E a giovedì. Ricordatevi di scaricare le slide. Sono a disposizione per eventuali chiarimenti.” So io che chiarimenti dovrebbe darmi, prof. “Buona giornata.”

Fine lezione. Raccolgo le mie cose, mi alzo, sospiro, mi manca già. Mi manca sempre.

Non resta che dileguarmi assieme ai miei colleghi di università, nel brusio menefreghista di questa generazione, nel mio sogno spezzato da un cordiale buona giornata.

Devo ricordarmi di prendere la medicina!


Lungo i corridoi che mi portano all’uscita masse di visi sconosciuti.

No, Silvia! Rimani nel personaggio.

Sai che faccio? Una bella passeggiata verso la casa del professore. Speriamo gradisca la sorpresa. Le strade ciottolate del centro mi solleticano il passo. Questo sole inaspettato di dicembre mi solletica il viso così dolcemente da sembrarmi una carezza. Amo la vita! Oh, guarda, hanno aperto H&M al posto di quella bettola per anziani abbienti. Obbligatorio entrare.

Evito di rispondere a un gracchiato “Buongiorno, signora, come sta suo marito?” sorpassando le calze da sessanta denari a testa bassa.

A zonzo fra i reparti, saggiando ogni tessuto come se dal tatto mi fosse chiara l’adattabilità al mio corpo. Mi sento bella, oggi.

Eccolo, attorniato da un’aurea di malizia e complicità, colorato dal gioco di empatia e seduzione, il reparto intimo. Meno di un’istante e le individuo: mutandine alla brasiliana blu elettrico. Le prendo o non le prendo? Le prendo! Non serviranno, ma non si sa mai. Saccheggio, pago e scappo via.

Questa soddisfazione materiale mi dà energia per camminare al doppio della velocità, attraversando Prato della Valle e le stradine di Padova senza soffermarmi sul panettiere tronfio di sovranismo, il mendicante più felice del mondo, quel palazzo in eterna ristrutturazione e quella donna che piange. Quella donna mi assomiglia.

Silvia, rimani nel personaggio, dai, almeno per oggi!

Eccomi, in pieno centro la dimora di quella meraviglia, suono.

“Chi è?” Sorpresa! Guarda chi è venuta a trovarti?

“Salve, professore, sono una sua studentessa, posso chiederle una cosa?” Mi trema la voce, sono felice.

“Ma cazzo, non hai le chiavi?”

Una vetrina infranta, un calice a terra, ossa rotte. Prendo le chiavi e salgo.


A ogni passo cade un pezzo di felicità. Trattengo le lacrime prima di disperdermi nell’oceano. Silenzi, incomprensioni, bugie. Pensavo di cancellare la tua ultima fantasia del dominatore Hans con il ricordo di quel che chiamavi amore. Ho portato pazienza. Mi sono fatta coraggio in un eterno monologo per difenderti dal raziocinio. Giustificarti per quella volta che ti eri perso per quella pugile. Oppure quando raccontavi del tuo amico di Vicenza che voleva uccidersi da un ponte anonimo omettendo che, dai tempi, mensilmente, omaggiavate Brokeback Mountain. Come quei meeting sul senso di sopravvivenza, presso quella dottoressa del fungo zombie. Mi dicevo “Silvia, ha sposato te. Sono tutte distrazioni. Sei fortunata ad averlo.”

Sono quasi alla porta.

Mi immagino muovermi con disperazione verso il mio uomo, che mi impedisce di raggiungerlo tenendo una spada all’altezza del collo. Pessima metafora della sterilità.

Pazienza per il gioco. Pazienza per quelle notti di solitudine. Pazienza: il mio unico modo di amare.

Ci sono, infilo le chiavi.

Mio marito se ne sta appoggiato su un fianco della penisola della cucina. A un metro da lui un giovane uomo, sui venti, intento a cercare qualcosa nel frigo. Mi guarda. Le sopracciglia passano dal teso al compassionevole. Che cazzo di occhi incantevoli.

“Sono tornata, scusa per le chiavi. Come stai? Chi è quel ragazzetto?”

Lo sconosciuto si gira con l’intenzione di rispondere, ma mio marito lo precede: “Ciao. Sto bene. Auguri per l’anniversario. Questo è un mio studente. Per ragioni lavorative devo accompagnarlo nel suo master. Starò via solo due mesi.”

L’ospite ride.

Lame che divelgono carni vive di infanti innocenti, sto così.


Se ne vanno, ora sono sola.

Non credo di meritare di meglio. Donne picchiate, donne infelici, donne sole, donne diverse da me. L’amore è sacrificio, il mio è piccolo e consiste nell’amarlo sempre. Lui è gentile. Quando gli chiesi di sposarlo mi disse di non essere in grado di amare, ma mi avrebbe accolto perché sono speciale.

“L’amore” mi disse, “si vede nella morte. Ti fidi di me?” Lui è bello e intelligente, questo è reale, credo.

Nell’apatia sonnolenta della sconfitta mi ritrovo sul tavolo della cucina. L’acqua riempie la vasca.

Battisti mi ricorda di non piangere salame dai capelli verde rame.

Piango, bevo, Xanax, mando giù, bevo, rido. Lo faccio per lui, dal primo giorno. “Ti aiuterà” mi disse, “mai più di cinque. Dovrai ricordartene ogni giorno, altrimenti me ne andrò.”

Io non sono malata. Tutte quelle stronze mi raccontavano bugie. Lui mi istruisce. Lui è gentile. Sa cosa voglio e come lo voglio.

L’ho già presa la pillola? Ne prendo due così sono sicura. Sono felice che si divertirà. Ora starà dipingendo la realtà con i colori più belli del mondo per quel ragazzino. Lo fa perché mi ama, perché con me può essere felice. Prendo la prima pasticca, quella che mi dice che devo prendere ogni giorno. Mai più di cinque, mai! Rischierei di morire. Non mi sento tanto bene. Che bello che è mio marito. Così intelligente, sexy, amorevole. Mi dice cosa è vero e cosa no. Come quando mi ha chiesto di fare la ragazzina stupida in aula e a casa sua gli ho chiesto di sposarlo. Cazzo, la pasticca, l’ho presa? Non ricordo. Troppo vino, il mezzo bicchiere rimasto lo userò per prendere la pillola. La mia medicina.

Che bella questa canzone. Battisti è un genio. Alzo il volume. Non cammino bene, per fortuna il bagno è pronto. Mi sento un po’ come morire. Solo un po’.

Un tuffo dove l’acqua è più blu, niente di più.

Buonanotte, ti amo.

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