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Punti di sutura




Ho sette cicatrici visibili. La prima me la regalò mio padre spaccandomi una bottiglia in fronte. Non beveva, ma era un uomo devoto al Signore. Non accettò il fatto che a quindici anni potessi fare delle domande sulle incongruenze del nostro credo. La seconda e la terza cicatrice furono un errore di mio fratello: mi piantò una forchetta nella mano tentando di uccidere un ragno e cercò di staccarmela con un taglia-pizza. Possa la sua anima disabile giocare in pace.

Tre cicatrici sono il pedaggio di vent’anni di cella. Ne avrei di più se non fossi riuscito a ottenere l’isolamento, o più probabilmente sarei morto.

La settima cicatrice è lo sfregio che ho qui, sotto l’occhio. Queste sono le unghie della mia ragazza che mi si aggrappava alla faccia, mentre la sventravo assieme al nostro bambino.

Sono un mostro, penserete, ed è giusto. Ma la verità è più vasta. Olivia era malata. Aveva una bestia che le stava divorando la pelle e il cervello. Una bestia che stava massacrando il corpo innocente di nostro figlio. Un corpo che non si sarebbe mai formato.

La supplicai di abbandonare la gravidanza. Avrei chiesto soldi ai miei, lavorato di notte e donato ogni goccia del mio sperma, pur di concederle la possibilità di tornare bella.

Era il 13 Marzo del 2000, avevo vent’anni il giorno in cui impazzì.

Ero appena uscito dalla porta quando mi arrivò addosso, urlando. Le tolsi il coltello dalle mani e la buttai a terra. Aveva il volto sfigurato dal dolore. Quel giorno uccisi la mia famiglia, poco prima che lo facesse il morbo.


Due decenni di galera sono pochi per scontare certe condanne, ma sono abbastanza per diventare qualcun altro. Ho visto molto più di quanto non abbia vissuto e oggi mi sono familiari dettagli che prima non avrei mai considerato: i rumori sordi delle ossa che si sgretolano sotto il ferro e le corde dei tendini che urlano sulla lama; l’odore intenso del sangue che scappa dalle viscere e la consistenza della materia cerebrale esplosa. Oggi so riconoscere un ultimo respiro dall’intensità di un gemito e la vibrazione di un collo che si spezza. Il carcere non è grigio come sembra, se sai guardare. Dietro ogni sbarra e ogni divisa identica c’è la fotografia accartocciata di una famiglia distrutta, o un foglio ingiallito con scritto cosa farò quando uscirò da qui. Dietro a certe facce invecchiate c’è la convinzione di aver fatto giustizia. Oltre quei confusi numeri in serie ci sono narrazioni umane tanto vere, quanto poco ascoltate.

Dopo un paio di mesi che ero lì, sentii un tale che blaterava di un certo Maltz, il vecchio illuminato. Il giorno dopo andai a conoscerlo.

Ogni tanto incontriamo delle persone che correggono la direzione della nostra vita. Il vecchio Maltz era una di queste. Mi sedetti di fronte a lui in mensa, mi presentai, offrendogli un libro in segno di rispetto. Erano i Vangeli Apocrifi di Giuda Iscariota. Ricambiò con un sorriso accogliente. Gli chiesi come fosse finito dentro. Una domanda vietata tra i carcerati, ma avevo bisogno di capire chi avevo di fronte. I mostri non sono tutti uguali. Lui era lì perché la fiducia può essere un bagno caldo o una palude, ma lo capisci solo se ti immergi, così ha detto.

Gli raccontai la mia storia. Sorrise tra le rughe morbide delle sue guance rasate.

Alcune persone sanno metterti pericolosamente a tuo agio. Maltz era un professionista in questo. Gli chiesi come avrei potuto continuare a vivere, dopo quello che avevo fatto a Olivia e al bambino. Mi disse di scrivere quello che avevo vissuto; di scriverlo fino a farmi sanguinare la mano.


Ci sono voluti sei mesi per scegliere le prime parole. In quei fogli ho rigettato sangue e bile. Avevo visto la mano della morte calare sul mio amore per tre volte. Quando la prese il morbo, quando le fermai il cuore e quando la immortalai in quelle pagine. Le dita bianche della morte erano diventate le mie.

Maltz lesse tutto. Il suo sguardo trasudava compassione, ma lo tradì una vena di orgoglio. Mi disse che era straordinario quello che ero riuscito a fare. Mi disse che avrei dovuto continuare. Io però non avevo altre storie, gli dissi. Lui si guardò intorno. Disse che invece ne vedeva tantissime. Iniziai ad ascoltare. Facevo domande. Qualche volta ricevevo insulti, altre volte dettagli fin troppo crudi. Mi abituai a entrambe, non così tanto in fretta, e imparai a tradurre quelle cronache in immagini e in parole. Maltz era sempre più affascinato e i nostri incontri di lettura durarono anni.

Un giorno, fu proprio lui a dirmi di rallentare. Non a tutti fa piacere che vengano messi nero su bianco certi dettagli. Aveva ragione.

Iniziai a pagare il conto. La prima volta che mi portarono in infermeria fu per ricucirmi il fianco. Quello fu il primo avviso. Ne seguì un altro, a distanza di pochi mesi.

Continuai a scrivere, ad ascoltare, ma facevo molte meno domande.

L’ultimo avvertimento mi ha quasi ammazzato. Ci vollero ventinove settimane perché ritornassi a camminare normalmente. Mi proposero l’isolamento e accettai, ma chiesi qualche giorno di tempo.

Andai a cercare Maltz. Non parlavamo da quasi un anno. Fu sorpreso di vedermi. Il termine corretto è preoccupato. Cercò un posto isolato per parlare e fu in quel momento che confermai quanto avevo sentito dire in giro. Maltz mi aveva venduto.

Lo accusai senza giri di parole. Sorrise tra le rughe scavate delle sue guance magre. “La fiducia” mi disse, “può essere un bagno caldo o una palude, ma lo capisci solo se ti immergi.”

Mi rilassai. Aveva ragione. Appoggiai delicatamente le mani sul suo collo. In quegli occhi ingialliti tremava una paura rassegnata. Stringevo e lui non faceva resistenza. Il suo corpo si appesantì di spasmi e tremolii. Le palpebre stentavano a trattenere i bulbi e la bocca iniziò a schiumare. Gli sentivo la trachea e la premevo. Gli sentivo le vertebre e le premevo. Ho stretto fino a sentire il clack di rottura. Mi sembrò un suono bellissimo.

Avevo ucciso il vecchio Maltz. Avrei scritto la mia storia migliore.


Gli anni dell’isolamento furono i migliori. Mi feci amico un paio di guardie, scrivendo per loro lettere ad amanti e mogli. In cambio mi raccontarono molte cose.

Venne a farmi visita un uomo. Un editore che aveva saputo delle mie storie, ma non volle dirmi da chi. Io non glielo chiesi. Mi propose un contratto per una pubblicazione. Sapeva che il mio rilascio era previsto non prima dei successivi sedici mesi. Disse che i tempi erano perfetti per l’uscita del libro. Sembrava eccitato all’idea.

Accettai. Sarebbe stata la mia unica certezza, una volta fuori. I miei erano morti. Di fratelli e amici non ne avevo più.


Il giorno in cui uscii di galera avevo quarant’anni. Venne a prendermi lui. Mi consegnò un libro con la mia faccia stampata e il mio nome sopra il titolo. Punti di sutura. Tredici giorni dopo il mio libro era un best seller e già si parlava di un secondo lavoro.

“Ce la fai a cagare un’altra meraviglia?” mi disse.

Lo guardai. Annuii con la testa. Sapevo che per farlo avrei dovuto uccidere.




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