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Per un bene superiore




“Quindi sono morti tutti?” chiede, mentre prendo le corde.

“Aspetta, piccola, fammi finire” le dico. Sistemo, stringo, lascio. Ruvido, resistente. “Quando la trovai rimasi… non so spiegartelo. Come se qualcuno mi avesse strappato le budella e le avesse usate per impiccarmi. Lei era lassù, sulla cima del campanile, che spingeva bambini nel vuoto e godeva a vederli sfracellati a terra. Una creatura demoniaca, come ti stavo raccontando. Bambini poco più giovani di te, piccola. Ma non fu quello a destabilizzarmi, no, non i bambini o le urla. Fu il pensiero di cosa dovessi fare con lei. Mi sono sentito responsabile del suo futuro.”

“E non l’hai fermata? Potevi colpirla con le frecce.”

Rido. È così sveglia e determinata in ciò che dice che a volte rimango spiazzato, considerato chi l’ha partorita.

“Colpirla? No, piccola, non si possono colpire le tenebre. Non distruggi l’oscurità con le frecce. Nemmeno se sono appuntite.”

Stringo ancora di più. Nodi compatti, tirati.

“E come distruggi l’oscurità?” mi chiede lei, insistente.

“Non puoi distruggerla. Non puoi.”

“Avresti dovuto provare a ucciderla, secondo me” sussurra sbuffando dalle narici. Lo fa sempre quando è arrabbiata.

“Ucciderla, dici? Non hai idea di cos’era diventata. Vederla là, una figlia delle ombre, un’assassina affamata e assetata...”

“Anche prima era un’assassina.” Non le sfugge nulla. Ha un’attenzione spietata per le parole. Questa storia l’ha sentita molte volte, ma ho sempre omesso il finale.

“Piccola” continuo, “chiamarla assassina è riduttivo. Lei mi aiutava a trasportare nelle tenebre chi disturbava l’equilibrio del mondo, te l’ho spiegato. È ironico che ci sia finita anche lei, nelle stesse tenebre che nutriva.” Resta in silenzio, sguardo fisso. Vuole saperne di più. “Il fatto è che mentre squartava la carne, tra le grida e il sangue, pensavo che solo una creatura ultraterrena poteva contenere tutta quella forza. Solo lei. Un’anima al di sopra di tutto e tutti, questo ho visto. Se di anima si poteva parlare…”

“Stai parlando degli adulti squartati, adesso? Quindi sono morti tutti?” Non ho ancora risposto alla domanda di prima. È troppo concentrata per lasciarselo sfuggire.

“Sì, piccola. Ha ucciso tutti i bambini e giorni dopo gli adulti. Credo perché volesse vederli soffrire. Beh, in realtà ha risparmiato una sola vita. Non chiedermi perché.”

“E dopo tutti questi anni ancora la cerchi?” Questa volta ha un tono critico, quasi fosse un’accusa.

“Sì. So che è là fuori, da qualche parte. E so che ha bisogno di me.”

“Perché non hai fatto niente per tenerla con te?” Questa suona decisamente come un’accusa.

“Non ho fatto niente?!” Ha toccato una ferita aperta. Sospiro e cerco di ritrovare la calma. “Scusa, piccola, non volevo alzare la voce. Ho fatto quello che ho potuto in quel momento. L’ho seguita da lontano, ho studiato i suoi movimenti, ho pensato a come avvicinarmi. E se non mi avesse riconosciuto? Se quella bestia dannata dentro di lei avesse preso il sopravvento? Ma… hai ragione, forse avrei dovuto fare di più. Credevo di avere più tempo. Ma un giorno è scomparsa tra gli alberi e non l’ho più trovata.”

“Adesso ti faccio una domanda strana.”

Perspicace e curiosa. La storia di un villaggio distrutto da un demone non la sconvolge.

“Dimmi. Qual è la domanda strana?”

“Cosa le dirai quando la ritroverai? Se la ritroverai. Ma io credo che succederà.”

Ci ho pensato così a lungo che non so rispondere. Il fatto è che non so cosa le dirò. Non so che lingua parla l’oscurità, non so se dietro le ombre ci sia ancora lei. Davanti a tanta potenza mi ritrovo disarmato.

“Non lo so, piccola. Tu cosa le diresti?” So che aspettava che le venisse chiesta un’opinione. Finge di pensarci su, ma sa già la risposta. Io stringo, sistemo, annodo.

“Credo le chiederei cosa vede” dice. “Forse il mondo a lei appare diverso. Come quando sogniamo, anzi, come quando abbiamo un incubo.”

Ha ragione.

“Ma perché non hai provato a distruggerla?” mi chiede poi, ancora, alzando il tono di voce. Questa questione la ossessiona. È ancora troppo giovane per capire i meccanismi che muovono le nostre percezioni.

“Non l’avrei distrutta nemmeno se avessi saputo come fare, piccola. Lei era… lei è l’amore della mia vita.”

“E mia madre?”

“Tua madre era solo una puttana.”

Silenzio. Smorfia della bocca. Questa risposta non le piace.

“Papà?”

“Dimmi, piccola.”

“Capisco perché devi uccidermi, sai. Per un bene superiore.”

Le do un bacio in fronte, mentre controllo che il suo corpo sia ben legato all’albero. Sotto sistemo la legna e l’erba secca. Questo è il mio ultimo tentativo disperato per riaverla. Un sacrificio di carne giovane, sangue del mio sangue. Un dono all’oscurità, nella speranza che decida di rigurgitare quella creatura magnifica e dannata.

Appicco il fuoco alle sterpaglie e le fiamme prendono possesso del corpo esile. L’odore di pelle bruciata riempie l’aria circostante. Non urla, nemmeno una volta. Mi guarda, finché pure gli occhi diventano cenere.

Aspetto lei, ora, proietto nella mia mente il suo ritorno. L’amore è un bene superiore.




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