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Padre McKenzie



Padre McKenzie stava scrivendo un sermone che nessuno avrebbe mai ascoltato. Lo rigirava tra le mani, lo stropicciava, accavallando le parole e le pagine sperando componessero qualche antico incantesimo. Pensiero curioso per un uomo di chiesa, pensò. Posso ancora considerarmi un uomo di chiesa?

Il sangue si lava dalle mani, Rufus McKenzie, ma le anime che getti nell’ombra, oh, quelle ti gracchiano nelle orecchie finché campi. Questo se sei fortunato e dopo la morte c’è davvero il nulla.

Prega, Padre McKenzie, prega che Dio ti faccia la grazia di non esistere.

Il suo orologio segnava le dieci anche quella domenica mattina, ma la campana non avrebbe suonato. Per la morte di Ezra, Rufus diede fuoco al campanile. Fu uno strano funerale solitario, nell’oscura speranza che il corpo penzolante di suo fratello, bruciando, potesse redimersi dal peccato dell’amore verso un altro uomo. La polizia definì l’episodio un epilogo inevitabile per un malato d’immoralità.

Prega, Padre McKenzie, prega che Dio sia migliore di te.

Si affacciò alla porta una donna il cui volto portava i solchi di lacrime e violenza. Il prete si voltò lentamente, temendo la fredda visione del suo meritato destino, ma in controluce riuscì a distinguere soltanto la forma goffa della vecchiaia, che rovina equamente i corpi di puttane e principesse.

Risuonò il tacco basso sul pavimento polveroso della chiesa di St. Peter.

“Vorrei parlarti, Padre McKenzie” disse lei, con voce grave e sofferta.

Lui riconobbe la voce. Tentennò.

“Elizabeth, sei tu?”

“Sì, sono io, Rufus. Sono tua sorella.”

Il tono preoccupato del pastore divenne acido e cattivo. “Vattene, Beth!”

“Non sai nemmeno perché sono qui” replicò, cercando di mitigare la sua reazione.

“Qualunque cosa tu abbia da dirmi, non mi interessa. Sono impegnato, vattene.”

Sospirò, Elizabeth McKenzie. Sorrise triste e arretrò dei passi sufficienti per ritrovarsi fuori dalla casa di Dio, come se avesse imparato a memoria quel gesto. Suo fratello, il religioso, svaniva alla sua vista nell’ombra di quel tempio.

“Vattene!” urlò il prete, e il suono della sua rabbia riecheggiò nella volta in pietra.

Elizabeth se ne andò, in silenzio com’era arrivata.

Prega, Padre McKenzie, prega che venga in fretta la notte.

Fischiava il vento al St. Peter e correva sibilando tra le vetrate in frantumi e la porta spalancata. Nella penombra di un ambiente senza più amore né fede, filtravano dal rosone gli ultimi colori ormai privi di tono, e un raggio di luce rosso e verde si posò sul viso del sacerdote. Se ci fosse stata una sola anima ad assistere a quello spettacolo ne sarebbe rimasta inorridita. Avrebbe visto il volto macilento di un uomo che in gioventù fu affascinante nell’aspetto e nei modi. Gli occhi, un tempo cerulei, ora scoloriti, apparivano come strane macchie sulle sclere ingiallite e graffiate di capillari. Soltanto le pupille si muovevano in quei bulbi. Globi malamente incastonati in palpebre stanche, sotto folte sopracciglia disordinate. Il naso ricurvo, rotto ormai da quarant’anni, e i capelli grigi abbandonati al caos della calvizie. Quel volto emaciato e cadente, marcato da rughe profonde, conduceva a una bocca rattrappita con labbra bianche e sottili. Pezzi di pelle utili solo a coprire una manciata di denti guasti, su gengive nere e una lingua rossa. Una lingua rossa come il sangue vivo di un adolescente.

Prega, Padre McKenzie, prega che le tue parole ti anticipino nella morte.

Sull’altare dell’abside maggiore a St. Peter marciva un Cristo in legno, crocifisso due volte. La prima sul Golgota, la seconda in una ridondante e malata iconografia religiosa. Sul corpo di noce nuove ferite. Parole confuse intagliate sul volto e sul costato, sulle gambe e sulle braccia: Apro il tuo sigillo, Lode a te, Figlio illegittimo, Lode a te, Bugiardo, il Regno, il Potere, Rufus McKenzie.

Prega, Padre McKenzie, prega che questi chiodi durino in eterno.

I fogli caddero dalle mani stanche del pastore, sparpagliandosi tra la polvere e le panche. Le stesse panche che avevano un tempo sorretto le ginocchia penitenti di una comunità devota, le stesse che portavano i nomi di benefattori che le avevano donate alla parrocchia. Le stesse che avevano visto l’odio esplodere in mano a gente per bene. Giacevano lì, nel disordine della lotta che aveva fatto crescere l’inferno in quella chiesa. L’opera più grande di un oratore squilibrato.

Il 25 Dicembre 1957 i giornali riportarono la medesima notizia: Massacro di Natale a St. Peter. 166 persone si sono uccise durante l’omelia. Salvi solo il prete e il diacono.

Prega, Padre McKenzie, prega che la storia tradisca la memoria.

Uno sbattere d’ali spostò l’attenzione del reverendo. Guardò in alto, lentamente, sapendo già cosa aspettarsi e sulle sponde dei matronei del S. Peter vide schierati centinaia di corvi neri, immobili, come un grande occhio giudice che lo fissava. Attimi estenuanti di silenzio, poi, uno ad uno si unirono in un coro acheronteo, gracchiando così forte da far tremare le giunture di quell’enorme sepolcro dissacrato, di cui Padre McKenzie era l’unico ospite umano. Soffocò ogni pensiero di fede quel suono demoniaco, alimentando nella sua mente la paura di una condanna concordata. Mai fare affari con chi può andare e tornare dall’inferno.

“Venite a prendermi, se è questo che dovete fare!” Tuonò in un urlo straziato. “Facciamola finita una volta per tutte! Prendetemi! Prendetemi!” E la disperazione della sua voce fu così forte da strappargli le corde vocali. Si accasciò a terra tossendo sangue, e grandi macchie rosse caddero sulla pietra con tanta violenza da sollevare la polvere.

Il male ti consuma dall’interno, Padre McKenzie.

Poi il suono tremendo di grandi ali oscure sovrastò quel corpo sofferente ed erano in cerchio su di lui ora, quei corvi giganteschi. Roteavano in volo oscurando ogni cosa e l’unica luce che poteva ancora scorgere non veniva dalla casa di Dio, ma dalla porta spalancata sul mondo dei penitenti. Il mondo delle anime che egli stesso vendette per un posto tra i morti dipinti.

Prega, Padre McKenzie, prega che la santità non ti si addica mai.

E la vista iniziò ad abbandonarlo, e ciò che prima sembrava avere colore iniziava a somigliare a pietra grigia di tomba. Con il corpo scosso da convulsioni, si avventò sui fogli sparsi quasi cercandovi dentro una panacea, quasi da quelli dipendesse l’esito di quei momenti feroci. Si divincolò come un verme all’amo e trovò il suo sermone tra la polvere e il sangue. Mise forza nelle anche per inginocchiarsi e sollevarsi, tenendo i fogli stretti nel pugno a terra e cercò una panca su cui fare leva, ma trovò ad attenderlo una mano, fredda come un corpo senza più anima. Nel tempo che usò per capire di non essere solo, un piede sporco e nudo gli calpestò le dita nelle quali teneva strette le sue parole. Sotto il tallone pesante le falangi andarono in frantumi, stridendo in un terribile acuto. Padre McKenzie, abbandonato dalla voce e dalla vista, soffocò il dolore in uno spasmo così forte che un polmone collassò, rimbombandogli nella cassa toracica. E alle sue spalle udì dei passi e una risata atroce.

Prega, Padre McKenzie, prega di morire in questo istante.

L’oscurità si diradò. Ora su di lui gravavano tre figure gigantesche. Sagome indefinite in controluce di cui conosceva bene le sembianze.

Samael, angelo della morte. Astaroth, principe degli inferi. Beli ya’al, il falso dio, il tentatore.

Lacrime sporche come ruggine correvano sul suo volto. Fiumi in fuga dalla sorgente. I singhiozzi echeggiarono tra le icone sconsacrate, gli altari in legno e il marmo. In ogni fibra del suo corpo vibrava la paura più grande mai provata, divorato dal dubbio di desiderare ancora la vita o la fine immediata. Gli giravano attorno i tre diavoli, pronunciando parole arcane con voci spaventose che egli percepiva nello stomaco, poiché anche l’udito lo aveva abbandonando.

Con le ultime forze rimaste portò a sé i fogli e si chiuse in una contrazione innaturale. Giaceva a terra come un feto lasciato a marcire per sessant’anni. Il suo corpo iniziò a espellere feci e sangue da ogni cavità e fu la propria merda l’ultimo odore che sentì, prima che anche l’olfatto se ne andasse.

Prega, Padre McKenzie, prega. Sei divertente quando preghi.

Sentì lo zigomo spaccarsi contro il pavimento quando una mano grande quanto un torace lo schiacciò a terra. Tentò di divincolarsi, ma fu inutile. Mani lunghe e potenti lo incatenarono, lasciandogli appena lo spazio per un respiro corto e affannoso. Spalancò la bocca pietosamente e spasmi orribili gli vibrarono in gola. In quell’istante due dita fredde e taglienti gli staccarono di netto la lingua. Una lingua rossa come il sangue vivo di un adolescente, l’oggetto del peccato. L’accordo tra un giovane Rufus e tre angeli caduti. Il potere immenso della parola e la tassa sacrificale di 167 anime fedeli.

Mai fare affari con chi può andare e tornare dall’inferno.

In una pozza di sangue affogava l’ultimo sermone di Padre McKenzie, il cui corpo malato e scomposto moriva in un crampo nervoso. Da quella carcassa, un’anima nera e corrotta tenterà in eterno di scappare, senza mai riuscirci.

E poi venne il fuoco al St. Peter, e bruciò per tutto il giorno e tutta la notte. Sbriciolò ogni cosa sacra e profana. Sotto un cumulo di macerie carbonizzate giaceva il corpo di un vecchio sacerdote. Di fronte alle macerie della casa di Dio c’era una donna e sulla sua spalla un corvo nero.

Prega, Rufus McKenzie, prega. Ecco a te l’immortalità.

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