• Lakombo Freak

Padre confesso




“In nomine patris et filii et spiritus sancti”, così il prete dà inizio alla mia confessione. Provengo da una famiglia benestante, possediamo acri di terra a perdita d’occhio e un numero elevato di braccianti. Ho persino un cocchiere personale e una guardia. Sono anni difficili, di movimento e di reazione. Oggi è il 21 marzo 1848, fra due giorni mio marito andrà in guerra contro l’Austria con scarse probabilità di tornare. Nessuna di tornare sano e salvo. Purtroppo per il presbitero, io sono una vera credente. Fin da bambina mio padre mi obbligava a seguire la regola del giorno e della notte. Era semplice: prega il mattino Dio, prega alla sera Satana. Mio padre, saggio oscuro capofamiglia, ci fa vivere nel dubbio e nella cultura. Crede fermamente che un uomo senza fede non sia un uomo. Crede che un uomo che non sa, non sa nemmeno di essere un uomo. Mio marito, ad esempio, è tale grazie alle conseguenze di un atto di fede. Una delle famiglie dei nostri braccianti aveva il primogenito malato di colera. Mio padre convinse la famiglia a sacrificarlo per salvaguardare la salute di tutta la magione. In cambio donò la mia mano al loro secondogenito, un ragazzino dall’aria abbastanza tonta, ma buono di cuore. Il loro primogenito fu crocifisso due volte, in una stanza dove mio padre soleva ringraziarsi le divinità della luce e del buio. Due volte, una al mattino con la croce verso il cielo, una alla sera con il capo verso l’inferno. Il ragazzo morì dolorosamente, il corpo venne bruciato. Da allora il colera scomparve dalle nostre terre. Mio marito accettò il suo destino di proseguire la vita da bracciante, figurando come parte della famiglia.


“Mi perdoni, padre, perché non ho peccato.” Sarà una confessione lunga, suppongo. Sono qui perché per la prima volta ho ricevuto un segno concreto del divino. Dopo una vita di preghiere, le messe, i sabba qualcuno mi ha risposto. Ora, credo veramente. Mio padre, mio marito e tutta la famiglia si aspettano un allargamento della famiglia. Che gli regali un erede. Ci ho provato per mesi, intensamente, sopportando l’olezzo di letame che non spariva da quella creatura di mio marito, troppo legato alla terra per accorgersene. Nemmeno con i saponi più costosi comprati in città si avvicinava a una parvenza di uomo. Ogni mese il sangue puniva la nostra famiglia, deludendo tutti con l’ennesimo fallimento materno. Ecco il prete che esorta “Figliola, che ci fai qui se non hai peccato?” Bella domanda, sono qui perché ora credo veramente, ma non avendo peccato non so cosa confessare. “Sono qui perché ho compreso di credere, in Dio nel paradiso e nell’inferno, padre.” Ribatté senza pensarci troppo “Il cuore di Dio perdona tutto se il tuo cuore è pronto a essere perdonato. Cosa vuoi raccontarmi nella casa del Signore?” Due mesi fa un uomo dall’aspetto senza età, bello come il desiderio e magnetico come mio padre, si traferì nella nostra dimora per affari. A dire il vero, ho avuto il piacere di vederlo e conoscerlo solo quando attorno a me non c’era nessuno. Capitava di scambiare chiacchiere educate sul condottiero Garibaldi, sulla medicina, sul divino. Non c’era argomento che quell’uomo non conoscesse in profondità. Ricordo la prima volta che incrociammo le nostre esistenze. Era circa metà gennaio, io stavo nel salotto piccolo accanto alla biblioteca a leggere autori emergenti russi tradotti in francese. Lui apparve nella stanza. O, perlomeno, così mi era sembrato, visto che non sentii un singolo passo, ma scorsi la sua presenza davanti a me all’improvviso. Gli chiesi il suo nome, per non mancare di rispetto. Lui mi rispose “Chiamami il Signore.

A quella risposta, che trasudava un’attraente arroganza, chiesi di dirmi il suo vero nome, visto che il Signore era uno dei tanti appellativi di Dio. Lui ripeté “Chiamami il Signore, scegli tu se del mattino o della sera.”


“Padre, voglio raccontare dinnanzi a Dio che ho tradito mio marito, ma l’ho fatto per amore.” Certo, l’ho fatto per amore. Il Signore cominciò ad apparirmi sempre più spesso e con sempre maggior malizia nei gesti e nei modi. Ai miei “Lei è affascinante e mi considera una donna, ma sono sposata. Non mi è permesso approfondire la conoscenza di un altro uomo” rispondeva spesso “Una donna è veramente sposata quando porta in grembo il primogenito del proprio uomo.” La mia condanna era evidente anche a quell’uomo d’affari. Ero in età per figliare, ma senza successo. Io, l’unica figlia di mio padre, regalata a un bracciante privato del fratello, non ero in grado di generare vita. È come se dentro al mio ventre esistesse un deserto senza fine. “Figliola...” pacatamente il prete cominciò a intuire, “unirsi carnalmente è un richiamo del demonio, chiedi perdono a Dio per quanto fatto e diventa solerte nei tuoi compiti di moglie e madre.”

Come moglie, i miei compiti erano inesistenti. A parte coricarmi con mio marito la sera e tentare di generare un erede, nulla mi competeva. Sapendo, inoltre, che di lì a poco sarebbe partito per la guerra, a morire per ideologie che non gli appartengono, tutto scemava in un’assenza di significato generale. Ma il Signore che mi è stato accanto ha cambiato tutto, ha riportato la luce. Non sono ancora certa di dire a mio marito che sono in attesa di un figlio. Mi sarebbe piaciuto come padre.


“Padre, io non ho peccato. Ho tradito mio marito per regalargli dei figli. Ma dal giorno in cui la vita si è annidata dentro me, comincio ad avere del terrore che scorre nelle vene.” L’elegante Signore, dopo qualche giorno di assidui incontri casuali e inaspettati, mi fece una proposta. Mi disse che sapeva come rendere il mio corpo accettabile alla vita, ma che il costo di questo miracolo terreno sarebbe stato altissimo. Mi disse “Crescere una vita, nel grembo, generarla, accudirla, diventare madre, cosa perderesti per il tuo ventre fertile?” Tutto. Ho sempre asserito che perderei tutto per vivere l’esperienza della vita. “Padre, uno straniero mi ha promesso questo miracolo in cambio di un atto di fede. Mi ha posseduta biblicamente e ora sono in attesa. Lo straniero sostiene che non sarà un figlio, ma tre gemelle.” Mi ha letteralmente posseduta. Il Signore mi chiese di smettere di pregare al mattino per tre giorni. La notte del terzo giorno lo vidi nella mia camera matrimoniale. Mio marito dormiva e non si accorse di nulla. Il Signore mi ripeté la sua proposta, andando a definire alcuni dettagli che solo dopo mi furono chiari. Era di una bellezza disarmante, gentile nei modi, delicato, ma poderoso. Era elegante come un equino, ma lasciava intuire una libido da bove e di possedere sangue caldo come lava. Mi prese per mano nelle condizioni in cui mi trovò, in vestaglia, capelli sciolti e piedi nudi. Mi accompagnò in una delle sei cantine che sottostavano alla nostra casa. Non ci ero mai entrata. Una volta dentro, chiuse la porta e spense le candele che ci avevano guidato fino a lì.


“Figliola, sei stata ingannata. Nessun buon uomo estorcerebbe un miracolo in cambio di qualcosa.” “Padre, è tutta la vita che prego Dio, mai ho ricevuto un segno del suo amare.” Ed è tutta la vita che prego Satana, e ora avevo la vita che agognavo. Nella cantina non si vedeva nulla, il buio più vero. L’oscurità. Con la mano mi accompagnò su un tavolo, o su un qualcosa di similare. Mi fece togliere ogni indumento, lasciandomi del tutto nuda, baciata dall’assenza di luce. Distesa sul tavolo sentii il suo fiato assaporarmi vicinissimo alla pelle dai piedi al viso. Ripeté questo percorso più e più volte plasmandomi similmente a una dea, saturando ogni tensione mai provata in vita. Era forse questo l’amore? Senza delicatezza mi sentii divaricare le gambe e nell’istante successivo baciarmi il pudore, smuovendo infiniti universi che vibravano all’unisono in armonia con il creato. Mai il mio corpo fu colto da tanta meravigliosa voglia. La sua bocca sembrava parlasse alla mia anima in un gesto che di elegante aveva ben poco, ma le sue labbra e la sua lingua rendevano il desiderio l’essenza della vita stessa. Si staccò all’improvviso e mi chiese per l’ultima volta “A cosa sei disposta a rinunciare per poter generare una vita?”

Non esitai. “A tutto, mio Signore.” Fu allora che capii che il Diavolo mi aveva cercato e mi stava amando. Compresi la ritmica di una tempesta in mare aperto, l’arcaico desiderio di sete inestinguibile, la disperata ricerca di colmare ogni vuoto. Non riuscii a trattenere nessun grido, nessun gemito, nulla di vagamente appagante in quella danza liquida che si disperdeva nel mio personalissimo patto col Diavolo.


“Padre, il terrore ora mi smembra l’anima, ma niente di quel signore straniero mi fa pensare al peccato. Mi sono concessa per la vita, per la vita della mia futura famiglia, per un marito che non ho scelto, ma a cui porto rispetto, per l’amore che dovrebbe essere di Dio.” Ma mi viene concesso dall’antitesi di Dio. Non potrò mai dimenticare l’indomabilità del mio corpo che attanagliava lo sconosciuto. Nel buio più totale era bello come una divinità. Il respiro, forte, intenso, in crescere. Quel possedere con la forza di cento uomini e la gentilezza di mille galantuomini. Oh, Dio, o chi per esso, ne valeva la pena? “Padre, non ho peccato, ma sento che il peccato mi sta bruciando dentro. Voglio essere madre a tutti i costi, e ora avrò la vita che sorgerà dal mio ventre. L’ho fatto per amore. Perché brucio?” Non sono sicura di volere ascoltare la risposta. Dovrei forse aggiungere che l’ho fatto per amore della mia famiglia. Per l’amore di mio marito che, probabilmente, sarebbe scomparso in guerra. L’ho fatto tenendo stretto il motivo per cui lo facevo. Tranne in un istante, forse il più importante. All’apice della danza dei nostri corpi, quando i sensi e la lucidità si sposarono con il piacere totale e puro, per un istante, non pensai più al mio scopo. Per un istante brevissimo, l’unico motivo per cui stavo tradendo tutto ciò che è rispettabile, era lui. Il Signore. L’ho amato. In quell’istante dove lo spasmo più forte della mia giovane vita mi donava una felicità mai incontrata prima, l’ho amato. Lui invase la mia essenza fradicia di desiderio così a fondo da appartenermi completamente. O forse era il contrario. Padre, non posso raccontarti di quanto sono stata felice. L’ho fatto per amore. “Figliola, anche la speranza, anche le buone intenzioni, anche la falsità dei tuoi intenti non ti salveranno dalla dannazione eterna.” “Ma padre...” “Tu hai fatto un patto, lo percepisco...” Non voglio ascoltarti, pretuncolo. Rifarei mille volte quel salto nel buio. Sai perché? Perché l’ho fatto per amore della vita. Ho rinunciato a tutto. Ora me ne vado, mi alzo dalla mia genuflessione e torno a casa. Pregherò chi di dovere visto che siamo all’imbrunire ormai. Ho deciso. “Un momento, figliola!” “Padre, lei mi giudica per una colpa che non ho commesso. Lei mi vuole convincere che il piacere più puro e delizioso che abbia mai provato è peccato. Lei non capisce. Non può capire.” “Un momento, cara.” Ascolto. “Sei stata ingenua. Il tuo tutto sarà reale. L’amore di Baal, nato dalla città di Migdala, è immortale e vivrà in te. Verranno maledetti i campi e il bestiame. Ti verrà portata via una figlia. Poi, al ritorno di quest’ultima, portatrice di follia e violenza, morirete. Tu e il tuo falso marito. La terza figlia ammazzerà la prima. Questa è la storia di Amara, l’immortale. Che sacrificò Magda dalla città di Magdala quando Isabel, l’amante di Baal, si sarà unita a me. Tutto questo per il tuo egoismo e le tue cosce non troppo serrate.” “...no, sei tu?” Ora capisco. Ora capisco! Il buio, dentro me. La vita in grembo, la morte nel cuore. “A presto, cara, ti tengo un posto al caldo.”

0 visualizzazioni

Seguici su Facebook.

  • Lakombo Freak - racconti neri
  • Black Facebook Icon
  • Black Twitter Icon
  • Black Pinterest Icon
  • Black Flickr Icon
  • Black Instagram Icon

© 2019 by Lakombo Freak.