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Occhi bianchi e penne di corvo




Se fossi stata un fiore sarei sbocciata e appassita lo stesso giorno. Sarei germogliata ancora, con spine al posto dei petali e sangue al posto della linfa, nel buio selvaggio, tra le braccia della luna piena.


Inverno, il più freddo mai visto. La neve cadeva da giorni, senza darsi e darci tregua. Quell’estate era stata produttiva e avevamo riserve di grano sufficienti per affrontare una stagione rigida.

Baba mi aveva comprato una pelliccia per rimanere al caldo nella stanza dei libri. Quelli che dovevo leggere durante la settimana parlavano di radici. La saggezza della calligrafia imprecisa mi affascinava più di qualsiasi lavoro di cucito o raccolta.

Ci eravamo salvate a vicenda, io abbandonata, lei senza possibilità di avere figli. Mi stava donando il valore più grande: la conoscenza.

Baba padroneggiava le arti delle erbe e dei cicli della luna. Almeno, questo è ciò che raccontava. In realtà il suo potere era molto più profondo e quello che la rendeva speciale è che era in grado di controllarlo.

Da secoli, per tradizione, si eleggeva un vecchio saggio a capo del villaggio, e questo era il suo turno. Grazie a lei il raccolto germogliava forte e la maggior parte di noi cresceva sana. Non ha mai voluto rivelarmi la sua età, né come avesse ottenuto tutte quelle conoscenze. In segreto mi insegnava la magia bianca, la magia verde e la magia nera. Impara il bene e il male, scegli d’istinto, ma ragiona sulle conseguenze.

“Ci sei riuscita?” mi chiese quel pomeriggio. Guardai le penne di corvo appoggiate in ordine sulla scrivania, tra il calamaio e il piccolo teschio di ratto.

“Non ancora” risposi, mentre chiudevo il libro, intuendo che voleva mi esercitassi in quel momento. Una delle quindici penne era falsa e avrei dovuto capire quale. Mi alzai da terra. Amavo leggere lì, a contatto con il pavimento polveroso che odorava di legno. Tutto ciò che portava l’essenza del selvatico mi mandava in estasi.

“Proverai più tardi” mi disse Baba, mentre mi tendeva la mano. “Vieni.”

Tirai la pelliccia sul collo e uscii nella neve. Gli occhi dei miei coetanei mi piombarono addosso. Non parlavo spesso con qualcuno che non fosse Baba, sentivo che la mia interiorità con lei si elevava e con gli altri tornava in qualche modo terrestre. Non la consideravo presunzione, ma consapevolezza. Mi rendevo conto che gli altri quindicenni non la pensavano allo stesso modo.

Entrammo in casa di una madre disperata, che gridava che il figlio era stato morso da un serpente. Lui si lamentava con mugugni che sopportavo a fatica. Quei suoni scomposti mi infastidivano, li trovavo esagerati e desideravo solo che smettesse. Mi coprii le orecchie, ma Baba mi fece segno di togliere le mani. Voleva che imparassi ad ascoltare il dolore.

Mi mandò a prendere delle erbe, questa volta aglio, iperico, menta e vischio. Curò la ferita e finalmente il ragazzino si quietò.

Una giornata comune, se non fosse che un fato crudele giunse a bordo di una carrozza agghindata. Da lì scesero delle guardie, un nobile signore e una donna sudata che arrancò nella neve tenendosi la pancia con entrambe le mani.

Baba si fece largo tra la folla di scettici e curiosi. Fece un cenno all’uomo, come a dirgli che avrebbe dovuto parlare con lei.

“Potete aiutarmi? Vi prego! Mia moglie è in travaglio, sta male, guardate! Salvate il mio bambino, il mio erede! Il denaro non mi manca, pagherò qualsiasi prezzo. Vi prego…”

La donna continuava ad avanzare pallida e consumata, lasciando una scia di sangue denso. Stava combattendo e in quel momento fu facile per me percepire il suo dolore.

Baba accompagnò entrambi in casa e fece sdraiare la donna sul tappeto. Le appoggiò le mani sul ventre e chiuse gli occhi. Accadde qualcosa, in quel momento, un sussulto delle palpebre che mi mise in allerta. Una smorfia di Baba impercettibile all’occhio comune. Cercai di non farci caso, pensai che dovesse essere un’operazione difficile.

Utilizzò impacchi e parole, formule e tecniche antiche, mentre la donna, ormai stremata, respirava a fatica e riusciva a malapena a pregare per il suo bambino. Il tappeto era impregnato di sangue, l’odore ferroso aveva riempito la stanza. Ed eccolo, infine, il neonato. Un corpicino flebile e apatico. Immobile. Un corpicino senza vita.

“Mi dispiace” disse Baba. “Non ho potuto fare nulla. Il tuo bambino era già morto.”

Cercai di mantenere la calma e la lucidità, senza lasciarmi destabilizzare da quell’evento così duro. Baba mi stava addestrando all’autocontrollo. Ma quella sera, mentre preparava la cena, percepivo un’energia diversa. Sensazioni contrastanti, le sentivo nei suoi passi, nei gesti, nelle parole, nel modo in cui mescolava la zuppa. Forse un bambino morto l’aveva scossa nel profondo, pensai. Lei che non aveva mai potuto portarne uno in grembo.

“Hai fatto di tutto per salvarlo” le dissi con voce incerta, “è solo che…”

“No” rispose secca lei. Lasciò cadere il mestolo, si avvicinò e mi prese le mani.

“Ascoltami attentamente. Questa è un’altra lezione. Il bambino non era morto. L’ho ucciso io.” Mi si formò un nodo in gola.

“Quel bambino non doveva nascere” continuò. “L’ho percepito. Ho sentito che sarebbe nato storpio, incapace di muoversi. Capisci? Che vita avrebbe avuto? L’ho fatto per lui e voglio che tu lo capisca. L’ho salvato, ma nella mia maniera. A volte la strada giusta è quella più impervia. Questo devi ricordarlo. Quei due potranno avere altri figli, ma ho evitato a quel povero bambino una vita di sofferenze. Non devi dirlo a nessuno, però. Non capirebbero.”

Rimasi in silenzio tutta la sera e riflettei, come facevo sempre, su ciò che Baba mi aveva detto. Come sarebbe sopravvissuto, un neonato, a quell’inverno gelido? Chi mai l’avrebbe accudito ogni singolo giorno della sua esistenza terrena?

Ma ciò che sarebbe dovuto essere un segreto divenne un cappio stretto intorno al collo. Quella notte, mentre eravamo coricate, sfondarono la porta e trascinarono fuori Baba. Il ricco signore e la sua sposa convalescente erano lì, in piedi, con lo sguardo di due boia assetati di sangue. La condannarono a morte, senza premesse, con poche spiegazioni. Era il potere dell’aristocrazia. La neve cadeva e assorbiva il suono delle loro voci, rendendole ancora più micidiali.

Avevano saputo del loro bambino, morto non per volontà naturale, ma per mano di una strega. Una vecchia che, dissero, aveva sacrificato un infante per onorare un qualche dio delle tenebre. Una megera che li aveva ingannati, un’oscura traditrice di gente perbene. La magia nera era proibita e loro avevano la facoltà di punire chi la praticava.

Qualcuno ci aveva sentite parlare, ma non seppi mai chi. Un vile che si nascondeva tra la folla. La penna di corvo falsa.

Le guardie la picchiarono forte e lei, con i muscoli troppo deboli per reagire, rimase a terra e trattenne a stento i lamenti. Il dolore non perde potere, nemmeno dopo una vita passata a guardarlo in faccia.

Per me fu tutto troppo rapido. C’erano delle braccia che mi trattenevano e mi strattonavano indietro ogni volta che tendevo la mano e provavo ad afferrare quella di Baba. Aveva il naso rotto, la bocca piena di sangue e gli occhi socchiusi. Girai la testa un solo istante e vidi che le mani che mi bloccavano erano quelle della madre con il figlio morso dal serpente.

Urlai a squarciagola di aiutarla, supplicai, ma non cambiò nulla. Nessuno intervenne per aiutarla. Nessuno provò a salvare la mia Baba. Codardi, assuefatti, corrotti. I due signori erano autorità contro le quali non osavano scontrarsi. Più di tutto ricordo le sterpaglie che le gettarono addosso e il fuoco che si alzò tra i fiocchi di neve, nella totale apatia del suo popolo. I resti di Baba vennero buttati in pasto ai maiali.

Avevano distrutto una parte di me. Avevano distrutto lei, lei che aveva assicurato riserve di cibo, salute, lei che curava le ferite, che bonificava l’acqua, che portava prosperità. Lei che aveva fatto partorire centinaia di donne, lei che benediva le battaglie e rassicurava le madri. Lei che era la mia conoscenza, la mia maestra di vita. Quanto è debole la gratitudine umana. L’ossessione per le presenze delle tenebre aveva oscurato tutto il bene ricevuto.

La rabbia cresceva in me con la stessa intensità del dolore. Era un rampicante che si avvolgeva lungo il corpo, un’edera letale che s’impossessò rapida delle mie decisioni. Glielo dovevo. Dovevo credere che potesse esistere un senso di giustizia. A volte la strada giusta è quella più impervia.

Presi il Libro delle Ombre, quello che fino a quel momento potevo aprire solo in sua presenza. Corsi fuori, oltre i campi coltivati, passando per il sentiero nascosto. La palude era invasa dai moscerini. Sapevo che quella magia voleva un prezzo. Non sapevo cosa avrei pagato, ma ero disposta a farlo. Per te, Baba.

Pronunciai le parole, chiamando a me il potere dell’acqua e delle tenebre, chiedendone la forza. Per un instante temetti di aver fallito. Poi la vidi, l’ombra che si formò sotto la superficie. Una forma eterea che si dimenava, un demone evanescente che aspettava un ospite. Una maledizione che avrebbe colpito il villaggio, per avermi portato via il mio pezzo di cuore. Quello era il mio personale senso di giustizia.

Ma l’oscurità ha le sue regole e nemmeno noi streghe possiamo contraddirle. Il liquido ribolliva ed emanava un odore acido. L’ombra si alzò dall’acqua increspata, ma non si diresse verso il villaggio. Andò nella direzione opposta, al di là della foresta. Aveva scelto il suo ospite secondo una volontà che non potevo comprendere.

E poi pagai il prezzo. La mia pelle divenne secca e rugosa, sentii i muscoli cedere e le ossa diventare deboli, come se mi comprimessi sotto il mio stesso peso. Mi specchiai nell’acqua della palude, sotto la luce di una luna maledetta. Il mio viso da ragazzina non esisteva più, al suo posto c’era un volto raggrinzito e occhi velati di bianco. Quelle acque si erano appena prese tutta la mia giovinezza.

L’oscurità aveva accettato la mia richiesta. Ora dovevo trovare chi portava l’ombra che avrebbe vendicato la mia Baba. Dovevo solo ricongiungere il corpo con l’acqua che l’aveva partorita.


Rimasi giorni e giorni nella palude. Nascosi il Libro delle Ombre sotto le pietre bianche. Aveva compiuto la sua missione e ora, almeno per un po’, poteva riposare.

Tornai al villaggio nuda, con i miei vestiti tra le mani. Dissi che avevo trovato la giovane apprendista di una strega nera e che l’avevo uccisa, dopo una dura lotta. Farmi accettare fu facile. Raccontai molte altre storie sull’oscurità e sulla mia totale devozione alle arti magiche benefiche.

Quelle menti deboli potevano essere manipolate a mio piacimento. In fondo, erano bastate poche parole per distruggere tutta la stima che Baba si era guadagnata. Con la stessa velocità si affidarono a me e mi fecero prendere il suo posto.

Casa nostra, mia e di Baba, era stata distrutta. A terra, tra la polvere, le schegge e i cocci di vetro, trovai le penne di corvo. L’ultimo ricordo di quel pomeriggio maledetto, l’ultimo legame con il mio passato. L’ultimo ricordo di Baba. Legai le penne tra i capelli. Quando mi sentivo sola me le passavo tra le dita, sentivo l’energia vibrante della memoria, dell’attesa, dell’amore devastato.

Ci misi sei mesi a scoprire dove quell’ombra si fosse insinuata. Un giorno, dopo il tramonto, gli uomini trovarono una giovane vagare per la palude. Era vestita di stracci ed era terrorizzata. Il male, in qualche modo, l’aveva condotta a casa. Quella ragazza era per me un oggetto sacro.

La notte in cui la trovarono fu la notte in cui venne uccisa.




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