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Non è un problema mio




Ho messo il nuovo reggiseno in pizzo. Mi sta bene, devo dire, taglia azzeccata. L’ho trovato a prezzo stracciato su internet, ho pensato che ti sarebbe piaciuto. Non che me lo lascerai addosso più di tanto, ma insomma, come si dice, per creare un po’ di atmosfera.

Ammetto di non essermi ancora annoiata, è il quarto incontro e di solito mi fermo al terzo. Sei un passatempo piacevole, non avevo altri programmi per la giornata. Disinvolti, senza attenzioni particolari, senza l’ansia di far funzionare una relazione. Ci divertiamo, e quando ci stufiamo la chiudiamo lì.

Non ho voglia di sentirmi parte di qualcosa di più grande. Di dovermi accertare dei diritti e doveri di coppia, di controllare stati d’animo, cellulari e date sul calendario. Ho voglia di farmi bella per il tempo che stiamo insieme e nulla di più. Di sentirmi sensuale e di giocare a provocarti, di vincere e di lasciarti vincere, di alternare la mia resa alla mia azione. È solo un gioco tra due corpi, non intendo mostrarti una briciola di anima.

Tanto ce l’hai, una relazione stabile, ed è ironico chiamarla così. Ho pensato a lungo se fosse o meno corretto, ma sono giunta alla conclusione che non è un problema mio. Se non sei soddisfatto con lei è una questione vostra e vostra soltanto. Non voglio nemmeno pensarci.

Hai suonato, ti apro la porta. Un saluto veloce e un paio di domande di rito, giusto per educazione e per non farlo sembrare un incontro con una prostituta. Non che sia rilevante, a dire la verità, ma apprezzo.

Credo tu ti sia accorto appena del nuovo acquisto, sei più interessato a quello che cela a fatica. Che m’importa, a me fa sentire bellissima. Ci divertiamo con il solito distacco, con la foga di chi non ha bisogno di pensare. Di chi non vuole perdersi nei dettagli di un sorriso e della parola giusta sussurrata all’orecchio. Senza chiederci il permesso di scavare la carne e di rigirarci come stomaci in subbuglio. Siamo due come tanti che si muovono nudi su un letto.

Finiamo e te ne vai con altre parole di rito. Non abbiamo voglia di parlare, perché dovremmo farlo? Il nostro accordo implicito non prevede l’uso di leganti. Ho solo il presentimento che ci sarà una quinta volta.

Questa sera è diversa e io mi sento ancora bellissima. Voglio spingermi oltre. Di solito non lo faccio, me lo sono imposta. Non vado a vedere chi sono le ragazze e le mogli dei miei incontri ludici. Non voglio sapere niente, non voglio rischiare di passeggiare per strada e riconoscerle, magari di scambiarci pure uno sguardo. Restano segreti per me e dubbi per la coppia.

Ma questa serata è meravigliosa, il cielo è pulito, dalla finestra aperta entra una lieve aria fresca. Sono rilassata e mi butto addosso una vestaglia in lino, senza l’intimo. Voglio godermi ancora un po’ quel sapore di contatto selvaggio. Mi apro una birra e mi metto al PC.

Ti cerco nel primo social network che mi viene in mente. Eccoti, ed ecco lei. Dio, avete un sacco di foto insieme. Forse è per mantenere una parvenza di normalità.

Vado sul suo profilo. E quindi ci sei tu, ragazza, dall’altra parte. Sei bella, c’è poco da fare. Hai dei lineamenti dolci e quasi ingenui. Non c’è scritta la tua età, ma sembri molto più giovane di lui. Forse è solo un’impressione, chissà. Hai gusto, devo dire, ti vesti bene. Hai poco meno seno di me, così a occhio. Qui dove siete? Ah, la laurea di un amico. Bel trucco, io riesco a malapena a mettermi il mascara.

È curioso, sai, vederti. È curioso pensare che non ci conosciamo, eppure condividiamo una cosa importante come una persona. Non sai nemmeno che esisto e hai avuto a fianco il mio profumo per tre volte. Anzi, quattro con oggi.

Qui siete a una cena. È della settimana scorsa. Il giorno dopo lui era qui da me con la lingua che si dimenava tra le mie gambe. È tutto così strano. Quello stesso corpo eccitato ha attraversato entrambe, come fossimo unite dal nostro primordiale bisogno. Ma in te ha colpito qualcosa di più di un punto anatomico, ha mosso qualche corda vibrante che si prende carico del bisogno d’amore.

Sto leggendo i post. Gli scrivi delle cose… belle, ecco. Non so, non sono un’intenditrice di parole. Ma quelle che scrivi tu per lui sembrano vere. Quello assomiglia davvero all’amore o a una grande forma di ammirazione. In fondo, credo siano la stessa cosa. Io, ad esempio, non saprei scriverle, quelle parole, credimi. Alcune sono forse banali, ma si vede che le hai scritte con il cuore. Che le hai scritte per lui.

Quindi è tornato da te, dopo aver goduto del mio corpo libero. È tornato da questa ragazza con il sorriso, i capelli lunghi e gli occhi luminosi. Ho finito la birra, me ne apro un’altra.

Penso, e di solito faccio danni quando penso. E se ci fossi io, al posto suo? Ecco, mi sono fatta la domanda bastarda. Complimenti, sono un genio! Proprio quello che volevo evitare. Ma, dannazione, mi sembri così una brava ragazza! M’immaginavo di aprire il profilo e trovare una tipa smunta, triste e trasandata. E un paio di foto insieme, niente di più. Ero abbastanza sicura, devo dire. Come potevo sapere che mi sarei trovata davanti questa ragazza bellissima che ride in ogni foto?

Non ce la faccio, Cristo, non sono insensibile. Questa è una persona come me. Era facile quando non eri altro che un’idea sfumata. No, non ce la faccio. Non ce la faccio a sbottonare i jeans del tuo ragazzo mentre penso alla tua faccia sorridente e ignara di tutto. Mi voglio divertire senza intoppi. E questo, adesso, è diventato un intoppo.

Chiamala solidarietà o quello che vuoi, ma ho il dubbio se avvisarti o meno. È difficile dire cosa provo in questo momento. Mi sento presa in giro, è strano. È nuovo. Sto forse impazzendo? È come se ti avessi stretto la mano e avessimo passato del tempo a raccontarci aneddoti di vita. Ora so che esisti, ne sono sicura, perché hai un viso, un’espressione, dei colori preferiti. Un nome. No, no, non ce la faccio. Devo dirti qualcosa. Devo togliermi questo peso. È l’ultima volta che guardo un profilo. Cazzo, sapevo di doverlo evitare. C’è un motivo se non lo faccio mai, maledizione.

Va bene, credo che questa sia la cosa giusta. Che stronzata. È semplicemente quello che mi va di fare per motivi che ancora non comprendo. Cerco di rendertela morbida il più possibile. Continuo a correggere il messaggio, non voglio che sembri che ci siano doppi fini. Alla fine scrivo chiaramente che io e il tuo ragazzo siamo andati a letto insieme più volte, ma specifico che non sapevo assolutamente che lui fosse impegnato. Lo so che è una bugia e lo so che mi riempirà di messaggi d’odio, lui, domani. Esperienza nuova per me, mettiamola così. Si cade e ci si rialza più forti, no? Altra stronzata.

D’accordo, invio.

Allora, per cena finisco il tonno aperto ieri con un pezzo di pane. Bevo un’altra birra, meglio. Cos’è, la terza? Domani vado a fare la spesa. Devo calmarmi. Mi sta salendo l’ansia in attesa di vedere cos’hai da dirmi. Sono preparata a entrambe le risposte, in realtà: gli insulti senza fine o i grandi ringraziamenti. Respira, mangia.

La chat indica che hai letto il messaggio, ma non c’è una tua risposta. Forse l’ha letta lui al posto tuo? È uno di quegli psicopatici che controllano ogni minuto il cellulare della ragazza? No, non credo. Sarebbe assurdamente incoerente. Anche se è una storia già sentita. Forse stai venendo a cercarmi? Che esagerazione! Ultimo sorso, bottiglia vuota. Dai, basta, vado a dormire. Ho fatto la mia buona azione, fine. Va bene così.


Alla mattina, mentre faccio colazione, ho l’abitudine di guardare le notizie della mia città. Ho sempre pensato che fosse una cosa da vecchi, ma a volte capita qualcosa d’interessante, come l’invito a un concerto o gli aperitivi a prezzo scontato. Spesso mi diverto a leggere titoli sensazionalistici e riderci su. Quando vivi da sola trovi stratagemmi per passare il tempo. È la prima mattina in cui avrei preferito trovare il computer in fiamme. Il titolo è lì e dice tutto, in caratteri grandi come il nodo che mi si è formato in gola.


Scopre che il ragazzo la tradisce e tenta il suicidio

Riceve un messaggio dall’amante del fidanzato: scoppia la lite, lei ingoia un cocktail di pillole


Vorrei non ci fosse nessuna foto. Vorrei convincermi che non si sta parlando di me. Ma la tua foto è lì, con tanto di iniziali del nome. Non ho diritto ad avere dubbi. La tazzina del caffè mi trema nella mano. Leggo.


Alle ore 21.37 di ieri una giovane ragazza, A.N., è stata soccorsa nell’abitazione dove convive con il fidanzato, P.G., dopo l’amara scoperta di un tradimento. La ragazza, infatti, aveva saputo poco prima che il ragazzo la tradiva proprio da un messaggio dell’amante. Dopo una lite furiosa, ha ingoiato un misto di pastiglie sconosciute ed è collassata a terra. Il fidanzato ha prontamente chiamato aiuto. La ragazza è attualmente ricoverata in terapia intensiva con…


No, basta. Basta. Non riesco a leggere altro. Mi sento male. Mi sento una merda. Cristo, perché ho voluto rompere le mie stesse regole? Perché ero ubriaca, ecco perché. Stupida, sono stata stupida. Perché non ho continuato a pensare ai miei interessi? Ho fatto la cosa giusta, sì, ho fatto la cosa giusta. Cazzate. Ho fatto un errore che mi resterà addosso per sempre. Io non c’entro. Che colpe posso avere? I problemi di coppia non mi devono riguardare. Respira, respira. Mi viene da piangere. Stronzate, sto piangendo. Cristo, era tutto perfetto prima di aprire quel profilo.

Non volevo sapere. Non volevo. Volevo che quello rimanesse un gioco di corpi che si conoscono appena, una mescolanza di piacere e segreti. Un gioco figlio del disinteresse e del bisogno fisico. Quanto poco ci mette un’idea a trasformarsi in lacrime e mani che tremano.

Era così facile quando eri solo un pensiero lontano. Anzi, nemmeno. Quando eri solo ciò che c’era al di là di quel ragazzo che veniva a scoparmi. Un’ombra, nulla di più. Una nota stonata tra i nostri vestiti abbassati.

Era facile quando non avevi un nome e una luce negli occhi. Quando ciò che sapevo di te era più lieve di un sussurro. Quando eri un limite desiderato e l’oggetto di un tacito silenzio. Era facile, dannazione, era facile quando tu non esistevi.

E invece ora sono qui, con la nausea che mi strangola lo stomaco e un biscotto bloccato in bocca.

Deglutisco e penso, mentendomi, che non è un problema mio.

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