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Nel nero oblio indotto




Quando ero piccolo chiesi a mia madre: “Di chi ha paura l’Uomo Nero?”

Lei mi disse, forse senza pensare, forse senza ascoltare: “I bambini cattivi, loro devono avere paura dell’Uomo Nero.”

Ripensai a quella risposta per qualche secondo, mentre lei mi sistemava le coperte e mi dava la buonanotte con un bacio sulla fronte. Spense la luce dell’abate jour.

In quel buio, interrotto soltanto dalla porta semichiusa, dissi: “No, mamma, non chi ha paura, di chi ha paura l’Uomo Nero.” Lei rimase in silenzio, questa volta aveva capito la domanda e stava ponderando la risposta.

“Della luce. L’Uomo Nero ha paura della luce.” E uscì, senza voltarsi, chiudendosi la porta alle spalle.

Perché mia madre, sapendolo, mi aveva lasciato nell’oscurità?

Mi addormentai con questa domanda e quella notte sognai.



Acque nere e mani lunghe per sfiorarti,

dita fredde come inverni senza un’alba,

una notte a cui serviamo il nostro collo

confidando voglia poi saziarsi altrove.


Senza alcuna protezione, il nostro sonno

in un oceano senza luce e senza fondo,

noi affoghiamo in un’ipotesi di morte

in balìa dei nostri mostri immaginati.


Mi accarezza una mano fatta d’ombra

è un orrore raccontato mille volte,

mi sussurra che ho una pelle conosciuta

e la mia mente alimenta le sue voglie.


Senza suono, né colore, vedo il male

sono barca malandata alla deriva,

stuprato dal ripetersi del giorno,

boia che conduce a nuova notte.



Allora è questo il tuo sogno, Danny?



Sì, Dottore, da vent’anni. Ho provato a esorcizzarlo anche oggi, scrivendolo su questo quaderno. Ogni mattina scrivo la stessa maledetta poesia, ma lei non smette di essere dentro di me. Continuo a riempire quaderni. Continuo a bruciare quaderni.



Va bene, Danny. Oggi ti chiederò di raccontarmi questo sogno scendendo più nei dettagli. Per poterti aiutare dobbiamo portarti in profondità. Pensi di poterlo fare?



Sì, credo di sì.



Molto bene, allora. Adesso, Danny, io conterò da dieci a uno e tu, nella più completa tranquillità, cadrai in un sonno sicuro, un sonno senza oscurità, un sonno illuminato.

Dieci, e mentre prendi consapevolezza del tuo corpo sdraiato, inizi a sentirti protetto. Nove, e con la mano sfiori la pelle del lettino e ne segui le trame leggere, respirando profondamente. Otto, così i tuoi occhi iniziano a farsi pesanti e senti le palpebre chiudersi, come dopo una piacevole giornata di attività. Sette, e anche le tue braccia si distendono e abbandoni ogni tipo di contrazione muscolare. Sei, e tutto il tuo corpo è leggero, e una brezza sta spostando altrove i problemi. Cinque, il tuo respiro è lento, quieto, profondo. Quattro, stai entrando nel mondo della tua mente e dei tuoi ricordi. Tre, ti senti a casa, e il tuo viso si distende. Due, sei nel sonno, sei dentro te stesso. Uno, stai dormendo, Danny.

Raccontami il tuo sogno.



Ho due anni. Lo so perché al lettino è legato un palloncino per il mio compleanno. Un palloncino rosso con disegnata una stella. Sono nato la vigilia di Natale. Il lettino ha sbarre di legno che ho rosicchiato.



Cosa vedi intorno a te, Danny?



Mia madre. Solo mia madre e la nostra casa. No, non solo mia madre. C’è… un’altra donna.



Un’altra donna? Chi è, Danny? Cosa fa l’altra donna?



Lei… lei si sta per sedere. Per bere un tè con mia madre. Loro si salutano, ma io non capisco. C’è qualcosa di strano. Mia madre ha paura. È terrorizzata. Non per lei, ma per me. La donna guarda la tazza di tè, l’annusa, poi la lascia sul tavolo. Si avvicina a me e mi accarezza il viso. Le sue mani sono gelide, innaturali. La pelle è quasi ruvida, mi fa male. Io resto come paralizzato. Una sensazione orrenda. La donna continua a fissarmi, mi sussurra qualcosa. La pelle è quasi bianca e gli occhi… gli occhi…



Gli occhi, Danny? Come sono gli occhi?



Gli occhi mi fissano e all’improvviso diventano… completamente neri. Mia madre se ne accorge e grida, io piango, loro iniziano a litigare… e a quel punto mi sveglio.



D’accordo, Danny. Ora conterò da dieci a uno e tu ti sveglierai.

Dieci, e acque nere ti avvolgeranno il corpo e bruceranno la tua pelle. Nove, e dita gelide brameranno di strappare carne e ossa. Otto, e nella notte tetra respirerai angoscia. Sette, e precipiterai sul fondo, mentre intorno la luce si fa fioca. Sei, e cupi mostri ti stringeranno in una morsa. Cinque, e la mano nera accarezzerà il tuo viso lasciando cicatrici. Quattro, e la voce maledetta ti toccherà con un sussurro. Tre, e scompaiono i colori, gli odori e ogni suono. Due, e il male si avvicina, muto boia, pronto a prenderti. Uno, e sei nell’abisso oscuro, Danny.

Dimmi cosa vedi.



Danny, suona la sveglia. Danny! Danny!

Ma che volete tutti? Facce nere. Una sola faccia nera su sfondo nero. Un blocco sul petto, assenza di respiro.

Non vali niente. Mi ricordo di te.

Mi ricordo di me. Puzzo di uncini incarnati nell’epidermide putrefatta. I mostri, il tappeto liquefatto, poltiglia verde, gialla, grumosa.

Tu credevi fosse vero.

Io lo so che sono tutte cazzate.

La testa va sbattuta forte, Danny.

Un muro portante.

Fino a sentire i toc secchi del cedere progressivo del cranio. Sbam. Sbam, sbam, un colpo in contro tempo, hai capito? Ripeti fino alla fine.

Non capisco. Vertigini. Immagini senza controllo. Non respiro. Mi viene da piangere, da consolarmi. Nervi che vibrano di dolore. Dovrei darmi fuoco. Un bambino con il volto che cola. L’infante di Dalì. Dove sono quelle facce?

Dove sono quelle facce? Sopprimiti, stupido. Non vali niente, la colpa è tua! Un mondo così lo vedi solo tu.

Ci sono le scale. Otto rampe di otto scalini ciascuna, tre pianerottoli. La donna, il sogno e il grande incubo, tre volte me. Vomito, sempre, continuamente. Gli addominali si contraggono, l’acido bollente in gola, il naso che cola, gli occhi gonfi.

Non è un incubo.

Piango sangue. Devo salire. Contorni del viso definiti da una lama. Incisione. Inciso. Ritornello. Che dolorosa assenza di male! Le scale sono quelle dei miei nonni. Sono steso a terra.

Danny, sei steso a terra. Ti stanno sfondando il ventre con un pugno.

Fa tutto male, c’è veleno acido. Sto cadendo.

Stai cadendo, Danny, e senza dubbio non vali niente.

Merito di soffrire e vedere la mia impiccagione. Muori, bastardo che non sono altro! Vorrei far sparire il tempo, non ha giudizio. Voci, suoni, grida dentro a tonfi e sibili esoterici. L’inferno ha il sorriso di un bambino che ama tutti ma non te. Gli spilli negli occhi sono un punto di vista. L’anima è sporca, sporca la verità.

Tu stai male, sei morto, sei vita e buio, sei il nuovo male.

Occhi, i miei, bagnati di sangue, costellati di spilli, occhi secchi. Quella faccia rossa. Le scale. Non respiro. Quel vortice. Quella figura nera. Nessuno mi sente, grido fortissimo. Sono afono, ateo. Sono la speranza, sono fedele alla paura. Sono io, il buio, il buio completo. Rinasco, il buio entra come olio denso nella gola, lacerata a metà. Cedo, lo giuro.

Danny, non stai sognando.

Artigli. Mi lacerano. Brucio! Tutto insieme, tutto il male. Non riesco a scappare.

Danny, vola via, vola via! Non crediamoci diversi dagli altri.

Se guardi negli occhi un demone, quel demone esiste. E tu, sei nulla. Ho paura. Sto per baciare il silenzio. Amico mio. Basta. Ho il diritto di non meritare l’acido che mi scioglie i lineamenti. Quella faccia nera. Fa tutto male.

Sveglia, Danny.



…riconosci la mia voce e il tuo corpo. Uno, e apri gli occhi, Danny.

Sei sveglio.



Dottore?



Sì, Danny?



Mi passi il quaderno, per favore.

Grazie.



Sbatto la testa sul ritmo sbagliato del

clic del sangue del buco della tempia.

Grida forti tra le vertebre e lo sterno.

L’odore di vita immeritata che mi porto.

Stride.

Gracchia.

Graffia.

Brucia.

Mors, mortes, mortis.

Declino la testa, la festa, pago la giostra

a nemici immaginari immaginati da altri

che mi contendono il respiro e il sonno

e strido,

grido,

graffio,

brucio.

Mortium, morti, mortibus.

Faccio affari con l’inferno da ben prima

che l’inferno mi mettesse in questo mondo.

Nell’alba non vedo delizia e speranza,

è solo una tregua ben vestita.

Ogni giorno muoio

alla vigilia

del mio stesso

funerale.



Molto bene. Davvero molto bene, continua a scrivere, è importante. Siamo sempre più vicini alla radice del male che ti affligge. Vedrai che lo staneremo!

Ma per oggi basta. Sono le 17 in punto, il nostro tempo è finito, Danny.

È ora di tornare a casa.



Non credo di volerlo, Dottore.

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