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Morto solo, meglio così




Morirò per una malattia, e non è nemmeno rara.

Mi viene in mente mio nonno: lui si è impiccato dopo la diagnosi di un cancro. Era un artista, meno famoso di quanto avrebbe meritato. Da come lo ricordo, era uno che non si sarebbe mai fatto pulire il culo da una badante. Aveva ottantadue anni, comunque.

Io ne ho quaranta, quasi, perché se le previsioni meteo delle mie prossime giornate sono esatte, io i quaranta nemmeno li vedo. Di questi tempi il meteo non sbaglia neanche più: se dicono che piove, piove. Ci hanno tolto anche la speranza dell’errore a favore. Io rido, più per esperienza.

Non sono mai sicuro se sono le mie battute a far divertire la gente o se lo è la mia faccia quando mi impegno a dirle. Non sono nemmeno sicuro che quella fosse una battuta. Non sono nemmeno sicuro che la gente si diverta.

Una volta ho chiesto a un comico famoso se sapeva la differenza tra far ridere ed essere ridicolo. Non la sapeva. Gli ho detto grazie, solo per educazione.

Ad ogni modo, il dottore è stato carino: Gentile paziente, ci dispiace davvero per la sua condizione. Non le resta molto, ha scritto. A questo punto del decorso non possiamo più fare nulla. Lei fa parte di quel 37,4% di persone sfortunate. Nella mail c’era anche la gif di un tramonto. Un dettaglio tra il poetico e il grottesco. Sotto, in piccolo, c’era scritto: Se non desideri più ricevere le nostre mail, clicca su Disiscrivimi. Credo resterò iscritto, non si sa mai.

Invece si sa.

Morirò per una malattia comune. È giusto, chi sono io per meritarmi la rarità? Chi sono io per raccontare della mia guerra contro il grande male? Che poi, guerra… Domenica sera stavo bene, lunedì mattina cagavo sangue e oggi ho in mano un biglietto di sola andata per il grande vaffanculo dell’aldilà. E siamo solo a mercoledì.

Non si combatte il mercoledì.

Una volta un guru su YouTube ha detto che non dobbiamo aspettare il weekend per sentirci felici, ma dobbiamo fare una vita che ci soddisfi già dalle prime ore della settimana. Gli ho messo un like per simpatia.

Non so se cenare. C’è chi dice che digiunare alla sera ti allunga la vita.

Forse dovrei scrivere le mie memorie, ma ho difficoltà a ricordarmi cosa c’è prima della diagnosi. Credo di essere in uno stato avanzato di shock.

Respiro, come diceva il mio istruttore: Respirare è il miglior modo per prendersi cura del nostro corpo. Il respiro è vita.

Una volta un mio amico mi ha fatto fumare una canna, per farmi rilassare, ha detto. Io però ho vomitato e ho iniziato a piangere, più che altro perché era il mio compleanno e quello era l’unico regalo. Quando hai tredici anni sei molto sensibile.

Me lo diceva mia madre che quelli come noi finiscono sempre nel bidone comune, tra la merda di cane nel sacchetto colorato e la lattina schiacciata di una birra da discount. Oppure tra il preservativo sgonfiato di una scopata scomoda in macchina e lo scontrino delle rose per l’anniversario dell’amante. Mia madre non è mai stata molto motivante, ma era solita usare frasi d’impatto. Era una scrittrice. Una volta ha ricevuto un commento anche dall’amministratore del condominio, che la seguiva su uno dei suoi social. È stato il giorno in cui è andata a trovarlo nel suo appartamento per chiedergli di diminuirci l’affitto.

Per abbassare una cosa devi farne alzare un’altra. Così si bilancia il mondo. Questo lo disse lei il giorno dopo mentre era al telefono, me lo ricordo.

Quando è morta ero a casa di Denis a provare la parte per uno spettacolo. Si è ammazzata alle 18:15 di un giovedì, in ritardo anche quella volta. Mi aveva scritto per messaggio che si impasticcava alle 16:00, ma secondo me si è persa a chiacchierare con la sua amica del gruppo di pittura. I creativi sono sempre senza regole!

L’incapacità di concentrarmi l’ho presa da mia madre.

Comunque, il mio tempo sta scadendo per via di questa malattia di cui non so pronunciare il nome. Che cosa imbecille. È come vedere in faccia il proprio assassino, avere il tempo di chiamare la polizia e alla domanda “chi è stato?” rispondere “b-b-er-duuu-gn-gn-gah-so-ho.” Fai anche la figura del coglione.

Mi sento, in effetti, un po’ un coglione.

Sulla mia tomba vorrei ci fosse scritto: Comico Incapace e Malato Ignorante. Morto solo, meglio così. Ma è troppo lungo. La prima parte la sintetizzo o faccio un acronimo come quello che gli hanno fatto a Gesù: tipo INRI. Sì, sì, ecco ce l’ho: C.I.M.I.! Mi piace. CIMI - Morto solo, meglio così. Suona male come la mia voce. E nella cornice un selfie, per coerenza tra testo e immagine.

Me la vedo già la scena della vecchia che va a trovare il marito morto da vent’anni. La tipica signora composta che ogni domenica va al cimitero per insultare il loculo di quello scarto d’uomo che per quattro decadi di matrimonio non ha fatto che scoparsi le ragazzine a cui faceva le foto. E me la immagino passare di fianco alla mia lapide e domandarsi cosa possa significare quella sigla e perché mai uno con una foto così stupida sia stato ammesso in quel luogo sacro, terra di passaggio per l’aldilà, casa di Nostro Signore. Amen.


Sto divagando.

Dovrei concentrarmi sul fatto che tra qualche ora sarò una carcassa verso il primo stadio di putrefazione e che la prima cosa che il mio corpo farà, una volta morto, sarà svuotare l’intestino.

Ho trovato un opuscolo che dice cosa fare in questi casi, cioè come comportarsi quando si è prossimi alla dipartita e come non andare nel panico vivendo gli ultimi momenti di vita nell’ansia. In basso, nel pieghevole, c’è anche la pubblicità di un nuovo ristorante All you can eat. Mi è venuto in mente uno scherzo da fare a chi troverà le mie spoglie. Rido. Forse me lo merito di morire in questo modo.

In ogni caso, a pranzo sono andato a ingozzarmi.

Insomma, devo morire, torniamo sul pezzo. Tanti anni fa vidi un film in cui la protagonista, ingiustamente condannata alla sedia elettrica, dedicava gli ultimi giorni a sistemare i propri affari. Immagino significasse decidere a chi lasciare il cane, i libri, la casa; o magari dare gli ultimi insegnamenti importanti ai figli o consegnare loro il libretto degli assegni.

Io non ho affari da sistemare. Facile.

Come gli ultimi giorni di lavoro, gli sciacalli dei tuoi colleghi si sono già litigati il tuo armadietto con tutte le tue cose e tu vaghi come un fantasma, bevendo caffè fuori orario e fumando ogni sigaretta con il doppio della lentezza. Tanto ti hanno licenziato, peggio di questo non possono farti.

Resta il fatto che mi ucciderà una malattia comune. La mia condanna a morte è scritta sul retro di un foglio usato, con la grafia svogliata di un addetto postale. Tra le righe puoi leggerci Muoviti, che c’è fila.

Insomma, ho le ore contate.

Lo direi se potessi contare quanto mi resta con precisione, in realtà ho soltanto delle ore scontate: ore con un finale ovvio e prevedibile.

Una volta una tipa con cui stavo mi ha detto che sono troppo facile da usare, che non c’è gusto a prendermi per il culo. Prima di lasciarmi mi ha raccontato che farsi i miei amici le è sembrato quasi un dovere, che non se l’è nemmeno goduta. Le ho chiesto scusa. Ero dispiaciuto.

Lo raccontai al barista di quel locale in cui facevano open mic, mi disse che le donne sono tutte stronze e che dovevo cambiare radicalmente prospettiva. Allora sono andato a casa sua per imparare a cambiare radicalmente prospettiva. Dopo un mese mi sembrava addirittura che la cosa iniziasse a piacergli, così ho preso ad andare a trovarlo al locale fin dall’apertura. Una sera, dopo avermi ignorato per tutto il tempo del suo turno, mi ha fatto arrivare un messaggio scritto su un sottobicchiere umido di birra. Diceva: La tipa aveva ragione. Addio.

Sto valutando l’idea che togliermi da questo impaccio di vita non sia tutto sommato una brutta faccenda, solo mi piaceva farlo con un po’ di pubblico. Ad ogni modo, uscendo dal ristorante ho visto l’annuncio di questa serata open mic e ho deciso di iscrivermi. Questo posto non lo conoscevo.

Ma cerchiamo di concludere: se fossi fortunato potrei tirare le cuoia in maniera naturale alla fine del mio pezzo, ma considerando le probabilità scarse e la poca intimità che c’è tra me e la dea bendata, mi sono munito di precauzioni. Se le mie ricerche in rete sono corrette e sono stato bravo nella fabbricazione, il tabacco di questa sigaretta, imbevuto nel cianuro, dovrebbe farmi perdere coscienza e stroncarmi in un paio di boccate.

La tento, inspiro. E uno.

Mi dispiace un po’ di essere stato l’ultimo questa sera e mi rendo conto che quelli di voi rimasti siano giustificati nella noia e nell’ubriachezza. Vi ringrazio ugualmente, per educazione.

Inspiro. E due.

Chiedo profondamente scusa a chiunque toccherà ripulire il palco dei miei resti, spero potrai capire, l’occasione era ghiotta.

Ah, comunque, il nome della malatt

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