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Morte di Dimitri Bermann




Questa è la storia di un uomo ineccepibile.

Dimitri Bermann era il fruttivendolo di un piccolo paese di provincia, di cui non riporterò il nome per motivi che si renderanno palesi con lo svolgersi di questo racconto.

Era il settimo Bermann consecutivo a prendere in mano il negozio e il primo a portarlo a popolarità e fatturati tali da rendere necessari l’ampliamento e l’assunzione di un consulente finanziario. I clienti arrivavano dai paesi limitrofi e dalla città. In casi eccezionali, perfino dalle province vicine.

Era un esempio per tutti i commercianti del paese, compresi i concorrenti. Lo chiamavano il genio ecologico della vendita. Dimitri riusciva a vendere tutto, tutte le settimane senza buttare via nulla. Aveva organizzato, direttamente dal suo sito e con l’aiuto della figlia Teresa, un blog nel quale parlava di ogni tipo di prodotto agricolo e di ogni suo possibile utilizzo. Spiegava come sfruttare una zucchina o una mela un po’ troppo mature e sapeva consigliare ricette che facevano gola anche al più efferato carnivoro. Oltre a questo, in accordo con la parrocchia distribuiva ogni venerdì cassette di alimenti per i meno fortunati, accompagnate da un foglio di ricette e accorgimenti per il mantenimento dei cibi. Il sabato passava dai contadini e dava da mangiare a cavalli, maiali, capre, polli, e quello che non riusciva a distribuire lo portava alla cooperativa, che ne faceva compost e lo rivendeva.

Dimitri Bermann era e sarà sempre il miglior fruttivendolo che questo paese abbia avuto.

È una bella storia, penserete, e non voglio rovinarne la buona memoria, ma ricordate queste mie parole: tanta luce fa sempre tanta ombra.

Non racconto questi fatti per onorare l’uomo, poiché a quello ci hanno già pensato commemorazioni, tornei sportivi dedicati e il suo nome regalato a una via. Quello che desidero e sento il dovere di riportare è l’oscurità che lo ha accompagnato alla morte. Una morte inspiegabile per tutti, perfino per la sua famiglia a cui era tanto legato. Una morte che io vi narrerò nei terribili aspetti del suo decorso. Dimitri Bermann ha iniziato il suo ultimo viaggio trentaquattro anni fa, quando ne aveva ventotto.


La famiglia Bermann è stata da sempre molto considerata. Al tempo della seconda guerra mondiale, durante le deportazioni, ogni famiglia della zona ospitò e nascose un Bermann in casa, come ringraziamento per il bene che Eleazar, trisavolo di Dimitri, aveva fatto alla comunità. Fu lui a trasformare il paese in uno dei più abitabili della regione. Non si tratta solo di una famiglia di commercianti, ma di un vero e proprio patrimonio della comunità.

Dimitri aveva un dono che lo rendeva ancora più popolare, un dono che gli valse il matrimonio con Cristina, la ragazza più bella e la madre più saggia a cui un uomo possa mai ambire. Dimitri aveva una capacità innata nell’ascoltare e capire i problemi delle altre persone. La potremmo chiamare grande empatia. I genitori, poi, lo avevano cresciuto con una profonda cultura filosofica e umanistica, e questo lo rendeva agli occhi di tutti l’uomo migliore del mondo. Al contempo, la persona perfetta su cui riversare le proprie preoccupazioni. Nessun prete che io conosca ha mai avuto capacità simili. Nonostante questo, nonostante fosse perfetto in ogni ambito, mai l’ho visto impettito sul piedistallo della sua eccellenza. Lui amava davvero ascoltare la gente.

In una società individualista, e la nostra lo è, non passa molto tempo tra l’elogio e la crocifissione, e ancora meno ne passa tra l’aver bisogno di aiuto e il gettare su qualcun altro i nostri rifiuti emotivi. Dimitri questo lo capì presto, era un uomo intelligente, ma come tutti gli uomini, aveva un punto debole: la sua stessa empatia.

Guardatevi intorno, guardate le persone con cui condividete il vostro tempo a casa o al lavoro, e domandatevi: quanto conosco del loro dolore?

A questa domanda Dimitri Bermann sapeva rispondere con precisione chirurgica. Ricordava con esattezza quale frutta o verdura ti aveva venduto, per quale eventuale ricetta, e quale triste vicenda ti era capitata. Ti guardava negli occhi, ti diceva due o tre delle sue frasi migliori e il tuo malessere si alleggeriva, come se lo avesse assorbito.

In pochi anni il suo negozio diventò il centro focale del paese. La cosa non sembrò mai turbare troppo Cristina, che conosceva bene le doti del marito e ne apprezzava l’impegno sociale. Ci fu però un momento in cui entrambi dovettero ammettere che la cosa stava sfuggendo di mano. La fila di persone che il sabato mattina si recavano a prendere frutta e compassione somigliava alla coda fuori dalla chiesa, in una domenica d’avvento.

Decisero di comune accordo che Dimitri si sarebbe dedicato alle persone in un ambiente diverso; ma i luoghi sacri sono stati costruiti dall’uomo per scaricare preghiere e agonie sul legno e sulla pietra, anziché nella carne e nella mente dei sacerdoti. Questo è un dettaglio che sfuggì a entrambi. Il negozio, la frutta e la verdura gli permettevano di alleggerire un po’ il carico del malessere che aiutava a sciogliere dal cuore altrui. Una parte, tuttavia, gli rimaneva comunque addosso.

La vera domanda è: con quali conseguenze? Ognuno di noi porta con sé un po’ di sano e giustificato egoismo. È grazie a quello che sopravviviamo alla quotidianità. Si trattasse solo del fugace pensiero che siamo più importanti dell’ordine di un capo, della sfuriata di un padre, delle offese di una moglie o di uno stronzo qualsiasi. Quel silenzioso gesto egoista riaccende il nostro motore. Dov’era nascosto l’egoismo di Dimitri Bermann?


Passarono molti anni, e quello che prima era un atto di straordinaria umanità divenne per la comunità una radicata consuetudine. Ho imparato a mie spese che quando un gesto diventa normale il suo valore originario si perde. Quando ci abituiamo a entrare in casa di qualcuno, o ad accoglierlo, smettiamo di pulirci le scarpe e smettiamo di farlo notare.

Andare dallo Zio Bermann era diventata una pratica pari a una confessione dell’ultimo minuto al prete. L’unica, vera, prepotente differenza era che quando Dimitri ti guardava negli occhi non potevi fare altro che vomitargli addosso i tuoi problemi, quelli veri.

Avevo trentotto anni la prima volta che mi trovai di fronte a lui. Mia sorella aveva insistito perché andassi a parlarci. Sapeva mi avrebbe fatto bene.

Ci sedemmo su una panchina isolata al parco delle risorgive. Detestavo essere lì, come detestavo l’idea di averne bisogno. Restammo in silenzio per un’ora, finché, con voce pesante, mi disse queste esatte parole: non sentirti obbligato a risolvere ora il tuo futuro, ma sentiti in dovere di abbandonare quello che non potrai più portare a termine. Si alzò e mi chiese di dargli una mano a scaricare un bancale di frutta al suo negozio. Accettai, e lui mi ringraziò con una bottiglia di birra belga.

Quello è stato il nostro primo incontro. Diventammo grandi amici. Vorrei dire che ero rimasto l’unico suo vero amico. L’unico che non gli girava attorno per ricevere il suo aiuto. Vorrei fosse così, ma negli anni in cui ci frequentammo, lui si prese cura di me e dei miei silenzi più volte di quante mi piaccia ammettere.

Lui, con me, faceva il doppio del lavoro. Io non parlavo mai delle mie preoccupazioni, lui le intuiva e mi regalava un libro, mi suggeriva un film o mi raccontava una delle storie di guerra di suo nonno. Mai nulla fatto o detto a caso. Ogni volta, quelle chiacchierate innocue ripulivano il mio intricato groviglio emotivo. Non gli dirò mai grazie abbastanza, e devo accettare che sia così.

A questo punto voglio rifarvi la domanda di prima: dov’era nascosto l’egoismo di Dimitri Bermann? La risposta più triste che potessi darmi è che tutto quel fango emotivo, il nostro fango emotivo, era dentro di lui. La cosa più difficile da accettare fu comprendere che lui non desiderava liberarsene. Inizia a esservi più chiara la sua morte, ora?


Qualche anno fa, ricordo bene il giorno, lo stavo aiutando ad allestire la festa di laurea di Gianna, la sua figlia di mezzo. Mentre montavamo i gazebo vidi un piccolo taccuino consunto cadergli dalla tasca del pantalone. Le pagine erano ispessite dall’inchiostro.

Decisi di dare un’occhiata prima di riconsegnarglielo, e solo Dio sa quanto vorrei non averlo fatto. Non conosco nessun modo per riportarvi quello che vidi, se non leggendolo direttamente. Ne strappai tre pagine dal centro, avevo bisogno di parlarne con Cristina, sua moglie, ma non lo feci, e di questo non potrò mai scusarmi abbastanza. Perdonate se cerco di ritardare questo momento, ma è per me molto difficile affrontare di nuovo queste parole. Possa il Cielo darmi la forza che non ho avuto anni fa. Dal diario di Dimitri Bermann:


“… la vedova è venuta da me con occhi gonfi di sconforto. La guardo nel suo patibolo vuoto, trema in attesa che la morte venga a prenderla. Piange e grida nella coscienza che ciò non avverrà a breve. Nel suo sguardo scorgo il pesante dubbio che non vi sia alcun paradiso in cui ricongiungersi al marito. Respiro assieme a lei la grave possibilità che ciò sia reale. Eccole che emergono di nuovo, le ombre. Scorrono attorno al suo corpo e ne abbracciano le parti deboli, come sanguisughe aizzate dagli spasmi del dolore. Le bramo. Desidero sentirle scivolarmi dentro. Riconosco il male in questo mio ardore e non riesco a evitarlo. Alla donna ho consigliato la visione di un vecchio film e so che in qualche giorno si placherà d’animo. Ma non sarà il film a chetarla. Lo farà il silenzioso migrare del suo malessere, dal suo a uno spirito ben più abbondante. Il mio.

… il ragazzo del sindaco ha messo incinta la figlia del macellaio. Mi ha detto di volere un aiuto per gestire la situazione e non gliel’ho negato. La verità dietro le sue richieste era molto più terrificante di quanto lui stesso non volesse ammettere. Celava il desiderio di uccidere lei e il futuro bimbo, conducendosi poi a un meritato suicidio. Non ho avuto bisogno che lui me lo raccontasse per vederlo. Me l’hanno mostrato loro. Le ombre, come nervi scoperti di una nebbia oscura, disegnano ciò che siamo e ciò a cui ambiamo. È un quadro molto più chiaro di quello descritto dalle nostre parole. Le ho accolte dentro la mia mente, le sue tenebre, e lascerò che si sazino di me. Adoro il sapore dei loro morsi.

… sto perdendo il controllo. Non riesco a smettere di bere il dolore di questo paese.

A Cristina e alle ragazze non so come dirlo. Sto spostando il nero nella parte più profonda di me. La meditazione mi dovrebbe aiutare ad abbandonare questa fame, ma non riesco e non voglio lasciarla andare. Sono totalmente assuefatto dalle ombre di queste persone. Sono ebbro del male, e non so con chi parlarne.

Padre Giuseppe è un buon uomo, ma non saprebbe reggere nemmeno la lettura di un vangelo apocrifo. Parlarne con lui peggiorerebbe la situazione e lo manderebbe in panico.

… sto scaricando su questo quaderno quanto più possibile, ma ogni volta che l’inchiostro descrive la traccia oscura che mi porto dentro, essa si risveglia e inizia a divincolarmisi dentro come un serpente cui hanno mozzato da poco la testa. Il suo stridere ha un suono delizioso.

… il mio amico David è una distilleria di negatività. Il gigante del suo passato lo schiaccia a ogni risveglio e ne spreme l’anima oscura facendogliela colare addosso. Stargli vicino è una tremenda abbuffata. Gli voglio bene, ma non so dire più per cosa.

… sento che mi sto portando al limite. La mia sete aumenta, e più invecchio, più loro hanno bisogno di alimentarsi. Non so quale morte mi aspetta, e non so nemmeno capire se tutto questo sia un peccato, o un sacrificio illuminato.”


Queste erano le parole di un uomo ineccepibile.

Le parole di un uomo che ha portato dentro di sé il male di questa comunità e ha finito per diventarne schiavo. Un uomo di cui tutti dobbiamo conoscere la storia.

Lo Zio Bermann è morto la notte del 12 marzo, senza nessuna causa apparente. Senza che nessuno conoscesse il suo dolore.

Ricordate queste mie parole: tanta luce fa sempre tanta ombra.


Addio, Dimitri Bermann. Eri il mio migliore amico.

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