• Lakombo Freak

Mexico




Lago di Chapala, Messico, 6 giugno. “Mi racconti un’altra delle tue leggende, ti va?” Agitando le mani in maniera fanciullesca, Carlos chiedeva alla sua nuova fiamma di raccontargli una di quelle storie con le quali lei sapeva incantarlo. Quelle storie, ogni volta, gli smuovevano qualcosa nel petto. Questo lo rendeva in qualche modo felice. Lei voluttuosità e mistero, lui gioia sincera. “Te ne avrò raccontate mille, ormai! Va bene, solo perché sei tu.” Occhi spalancati, sorriso innocente e anima pronta a raccogliere ogni singola sillaba. Quella panchina a fronte lago trasudava argento vivo di anime bambine. “So che è una leggenda, ma i tuoi occhi, quando raccontano, mi fanno sentire queste favole reali. Come fossero un ricordo.” Lui si innamorò di lei durante il Cinco de Mayo, un destino forzato da mano divina. “Vent’anni fa, il Cinque di Maggio, un uomo occidentale fu visto in paese insieme alla Santissima Muerte. Un uomo di cultura, che ben sapeva giocare con le parole. Nei giorni precedenti parlò, pagò, mentì per ottenere quante più informazioni possibili sull’esistenza della dea. Parlava e ammaliava anziani con spirito di finta modestia. Si prostrava, recitando, ai racconti di questi uomini semplici. Uomini veri, onesti, lavoratori che affidavano alla loro regina ogni evento che caratterizzava il tempo in questa o nell’altra fase.”


Lei era ciò che il mondo poteva definire la dolcezza eterea. La sua voce si trasformava in melodia gitana e teneva appesa l’attenzione di Carlos al cappio dell’amore. Capelli castani, lunghi. Occhi profondi e marroni come la terra, labbra soffici, piene, nuvole cariche di pioggia. Il collo, mio Dio, dettava tremori e sottostava solo a un limite: l’infinito.


“In quei giorni, la dea curiosava fra gli uomini, ascoltandoli sussurrare preghiere e ringraziamenti. Nessuno conosceva il suo volto e per questo poteva muoversi discreta fra i suoi adepti. L’uomo in ricerca disturbava i suoi figli. Da divinità percepiva l’oscurità che portava dentro, non v’era caratteristica che odiasse di più. In silenzio stette a osservare lo straniero. Lui usava il lessico come veleno, per estraniare dalla realtà i suoi interlocutori, portandoli a uno stato di inconsapevolezza. Li manipolava. Soprattutto, cosa che la dama dell’aldilà non tollerava, mentiva. Mentiva a tutti. Alla Santa Muerte interessano solo due cose. La vita? La muerte? No: l’amore e la verità. I suoi figli lo sanno bene e se chiedono, pregando, un favore lei ricambia a una sola condizione. Se nel cuore la verità muove i loro desideri. E lo sai anche tu, l’amore esiste solo se è vero. Anche quando fingiamo. La sera del Cinque di Maggio la dea, mischiata al volgo, si divertì a ballare, cantare, bere e gioire. Visse la felicità di non avere dimensione almeno per una notte. Solo una sfumatura stonava il turbinio festoso di sorrisi autoctoni: l’occidentale. Improvvisando savoir-faire dell’uomo di mondo, goffo e maldestro, pronto a condividere le usanze del luogo. Un turista. La flaca, come la chiamavano alcuni, non ammette né attori né turisti. Solo persone. Solo umani. Vivi o morti che siano. L’uomo era un turista falso e sgraziato. Stonava. La rabbia divina, vedendolo gironzolare egocentrico, sfociò dirompente quando tentò di incantare una giovane creatura. Sparirono le stelle e i fuochi si spensero. Le donne e gli uomini si abbracciarono e intonarono un canto allegro e spensierato che placò la dea. La festa ricominciò e tutti, a parte uno, ritornarono nella più spensierata allegria. Il turista spaventato corse verso il suo albergo, con la fretta di chi ha rubato un segreto. Il giorno dopo, la signora dell’oltretomba pregna di odio regale, lo cercò e lo trovò. ‘Sei tu che mi cerchi?’ ‘Non so di cosa tu stia parlando, sono qui per conoscere questo folkloristico paese, tutto qua.’

Lo guardò negli occhi, passò sclera, nervi, ossa e fisicità, stritolandogli l’essenza. ‘Tu sei qui per incontrarmi, hai mentito e non hai avuto rispetto. Te lo chiederò una sola volta ancora. Sei tu che mi cerchi?’ Messo a nudo, ma aggrappato a quell’orgoglio marcio che alimentava il suo ego, si aprì alla Santissima. ‘Se tu sei la Santa Muerte, la vera e unica, non ti costerà nulla esaudire la mia preghiera. Sei tu?’ Una folata di vento fece gridare tutti gli alberi del paesino e il cimitero tremò di rabbia. ‘Un desiderio dici? No! Tu devi pregare e credere, altrimenti sei solo un riscossore di stronzate e morirai. In questa vita e nell’altra.’ L’uomo finse tristezza, si inginocchiò e le chiese di donargli un erede. Una vita. Lei gli diede appuntamento il 6 giugno, quello stesso giorno, sulle sponde del lago. Di questo lago, mi amor.

Quando lo vide, ribaltò gli occhi all’indietro e incastonò nel ventre della sua compagna, che soggiornava in paese, una nuova vita rubata agli angeli. Poi gli disse: ‘Ora tu passerai oltre con me, come gentilezza per averti donato ciò che tanto volevi.’ Una vita per una vita. Lui sorrise con violenta perfidia. ‘Non sarai tu a decidere del mio destino. Il mio sangue continuerà a camminare su questa terra, ma alle mie regole.’ Si sparò in testa, rompendo il patto, lasciando una voragine nell’equilibrio dell’eternità. Da allora la dea cerca di colmare quel vuoto.”

Calò un silenzio degno degli spiriti. Carlos comprese.

In quel momento capì di essere parte, o meglio, di essere la fine di quella leggenda. Lo straniero era suo padre, mentre lui, proprio lui era l’anima rubata agli angeli. La vita regalata dalla morte.

Mi amor, sei tu la Santa Muerte?” chiese a lei.

La dolce fanciulla riprendeva forma divina, mentre gli occhi di Carlos non riuscivano a contenere una devozione pregna di amore vero. “Figlio mio, sono venuta a conoscere il frutto di un torto subito. Quell’uomo che ti ha voluto qui mi ha offesa, usando le parole come veste immonda per un capriccio. Non mi ha seguita e ora la sua anima vaga fra i demoni. Il tradimento è fango che macchia la magnificenza della morte. Ho aspettato che tu potessi capire e comprendere. Avrei potuto riprenderti con me nell’immediato istante in cui hai visto la luce. Ma ho voluto lasciarti crescere e conoscerti. Nella mia intera, eterna esistenza, mai ho sentito tanta verità nell’amare come tu hai fatto con me. Il torto di tuo padre rimarrà a bruciarmi dentro per il resto del tempo che c’è tra qui e l’infinito, ma io mi sono innamorata di te e della tua vita, e non voglio privartene. È giunto il momento che io me ne vada.”

Carlos s’inginocchiò. “Grazie per avermi fatto viaggiare su questa terra. Grazie per avermi dato il tempo di crescere. Ora voglio renderti giustizia. Lascia che bruci, l’anima traditrice di mio padre. Ti amo, mia dolcissima Muerte, verrò io con te. Il mio viaggio ha finalmente senso.”

Lei sorrise con divina dolcezza.

Si presero per mano, vita e morte, e camminarono lentamente verso il fondo del lago.

Il 6 giugno, sedici anni dopo.




© Lakombo Freak

372 visualizzazioni

Seguici su Facebook.

  • Lakombo Freak - racconti neri
  • Black Facebook Icon
  • Black Twitter Icon
  • Black Pinterest Icon
  • Black Flickr Icon
  • Black Instagram Icon

© 2019 by Lakombo Freak.