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Luna bianco ottico




La luna porta con sé leggende, miti, racconti tramandati e segreti senza tempo. La luna, tra pochi minuti, porterà con sé anche una parte di me. Lei è la regina suprema. Un faro fisso nell’oscurità totale. Cosa posso fare, io, nei confronti della sua luce ipnotica?


La prima volta era un venerdì. Me lo ricordo perché era la sera del film.

“Tu la vedi?” ti ho chiesto, seduta al tuo fianco sul divano. Hai sollevato un sopracciglio e scosso appena la testa. Non hai risposto.

Era lì, davanti a me, a piedi scalzi. Una donna con una lunga tunica verde, maniche larghe e ornate d’oro, una corona di fiori in testa. La pelle sembrava più sottile della mia, a tratti quasi trasparente. Mi ha sorriso, poi è sparita.

“Sei stanca, vai a riposare” mi hai detto tu. Ti ho creduto, mentre cercavo un senso a quella figura. Avevo lavorato tutto il giorno ascoltando musica del folklore irlandese. Era stata una semplice suggestione, lo scherzo di una mente stressata. Non abbiamo più visto quel film, ricordo solo che parlava di spionaggio.


La luna è una dea che mi guarda dall’alto, in una quiete incantata che solo lei conosce. Mi scruta e forse mi giudica. Ha ragione, la luna, come può non averla?


Il giorno seguente passò come sempre. Eri passato a prendere la pizza per cena. Mentre masticavo mi parlavi di quanto fosse importante quel momento della tua carriera. Poi, la tua voce divenne per me lontana e incomprensibile. Paralizzata, fissavo un punto alla tua sinistra.

Questa volta era un uomo. Vestito di pelle, un corno legato in vita, un mantello del colore del legno. Aveva anche lui una corona, come la donna, ma era fatta di rami e corna di cervo o capriolo, non sapevo distinguere. Mi ha sorriso.

“Oh, ci sei? Hai capito cosa ti ho detto? E guarda che ti è caduta un’oliva.” La tua voce aveva interrotto quel contatto e lui, al mio sbattere di palpebre, era scomparso.

Mi sforzai di ricordare: in pausa pranzo avevo letto un articolo sulla fauna selvatica, la mia mente poteva avere elaborato quelle informazioni. La mozzarella era colata sulla fetta di pizza che tenevo in mano e aveva spostato le verdure, creando una sorta di macabra creazione artistica.


La luna non parla. Credo sia questa la sua più grande saggezza. Cosa dovrebbe dire, in fondo? Tra tutto ciò che ha visto, cosa sarei in grado di comprendere?


Da bambina ho sofferto d’ansia sociale. Non ho mai chiesto davvero aiuto. Principalmente, perché non ho mai incontrato qualcuno che potesse offrirmelo.

Temevo il contatto con gli altri, ma allo stesso tempo lo desideravo. Avevo il terrore di essere giudicata, mi sentivo sprofondare in acque oscure e mi ritrovavo in apnea. Il fatto di non riuscire a spiegare ciò che provavo, piccola com’ero, era per me un’ulteriore fonte di dolore. Mi sentivo inerme, un animale neonato in balia dei predatori della notte.

Così, costruivo mondi diversi dove rifugiarmi. Scrivevo fiabe, creavo castelli con vecchi scatoloni, disegnavo animali di fantasia. Mentre le mie coetanee chiedevano bambole e ciondoli, io volevo libri di mitologia da cui trarre ispirazione.

Crescendo imparai a convivere con la mia condizione e cercai di sforzarmi per uscirne. Non fu affatto facile, ma più diventavo grande più trovavo una sorta di equilibrio personale che teneva a bada le mie sensazioni.


La luna aspetta che io mi lasci andare. Sotto quell’energia luminosa, al di là di un confine ignoto. Dove può portare, la luna? Cosa c’è oltre la sua luce?


La terza volta accadde con loro. Erano fratello e sorella, due bambini che volevano conoscermi. Avevano i capelli rossicci e indossavano abiti colorati. Quel pomeriggio ero a casa da sola, così mi sono seduta sul tappeto con loro e li ho ascoltati mentre parlavano di volpi, ruscelli e segreti della natura.

“Con chi diavolo stai parlando?!” Non ti avevo sentito entrare. La tua voce, ancora una volta, aveva spezzato quel contatto inspiegabile.

“Ciao, amore, loro sono Sigurd e Alanna.”

Mi misi una mano sulla bocca. Quelle parole erano uscite da sole, senza passare per alcun filtro. Mi voltai, ma i bambini erano spariti. Non stavo mettendo in dubbio che, fino a un attimo prima, fossero lì con me. Erano troppo reali, al limite del tangibile.

Diedi la colpa allo stress, di nuovo, e pensai a dove, quel giorno, avessi avuto a che fare con dei bambini. Forse una rubrica su una rivista, forse una notizia alla radio. Forse.

Fu allora che mi feci la grande domanda: erano le suggestioni a creare quelle immagini o erano le immagini a farmi cercare possibili suggestioni?


La luna ha una potenza infinita. È l’occhio gigante di un felino, immenso, magnetico. La luna mi seduce e mi attrae. Non posso muovermi davanti a questa grandezza.


Per tutta la settimana continuai ad avere visioni, se così si potevano chiamare. Vennero donne, uomini e bambini, pronti a rivelarmi i segreti del contatto con il selvaggio. Quando ero sola mi sedevo con loro e li ascoltavo. Parlavano di piante e animali, di simboli, di danze in onore dei ritmi della Terra. Non dubitavo più che fossero lì con me, eppure ero obbligata a mentire e a dare la colpa alle giornate pesanti.

Decisi di parlartene, di raccontarti tutto. Non potevi perderti tutta quella bellezza. Abbiamo litigato. Mi hai detto che stavo esagerando, che sembravo una pazza, che non c’era nessuno. Mi hai urlato addosso che eri in un momento importante per la tua carriera e non potevi avere a che fare con le mie stupide fantasie. Non ero più una bambina, mi hai detto.

Dietro di te apparvero tutti loro, insieme. Non sorridevano, mi guardavano con compassione, come stessero comprendendo il dolore di quel momento. Avrei voluto averli con me negli anni passati.


La luna ha un’anima propria. Mi chiama, la sento. La vedo. È imponente e influente. La luna è destino. Anzi, no. In qualche modo è inevitabile sorte.


Non te ne ho più parlato, di loro. Ero terrorizzata. L’ansia tornò a farsi sentire, in certi giorni mi trasportava negli abissi come un enorme mostro nero. Ma c’erano loro, lì con me. Apparivano e sparivano, lasciando sempre una traccia nella mia mente. Venivano da me da soli o in compagnia. Io li ascoltavo, a volte per pochi minuti, a volte per ore.

Tu, spesso, mi trovavi seduta sul tappeto. Sapevi che parlavo con loro, ma non mi dicevi niente. Distoglievi lo sguardo, fingevi di essere distratto, ma leggevo sul tuo volto una grande vergogna.

Una sera tornasti tardi, io ero ancora sveglia. Sei scappato in doccia, mi hai detto che eri sfinito dal lavoro e volevi rilassarti prima di dormire. Hai lasciato il cellulare sul tavolo. Quella sera squillò, forse un collega in difficoltà, forse un’emergenza. Ho risposto.

“Tesoro? Volevo darti la buonanotte. Ti ha chiesto qualcosa? Non rispondermi se lei è lì, capisco. Buonanotte!”

Avrei potuto urlare o lanciare il telefono. Non feci nulla. Loro apparvero e rimasero con me mentre piangevo appoggiata al cuscino, con l’aria che mi stringeva la gola come mani di un gigante. Tu sei tornato e ti sei messo a dormire. Loro sono rimasti con me tutta la notte.


La luna è un incanto. Non posso staccare lo sguardo, come si può non guardare la luna? È intrigante, continua a chiamarmi. La fisso e non posso fare più nulla.


Qualcosa, nei giorni seguenti, cambiò. Credo tu abbia discusso con quella donna e deciso di aggiustarmi.

Mi hai parlato a lungo e mi hai dilaniata nel profondo. Mi hai sbattuto in faccia la tua verità e io, disarmata e sempre più in panico, ho solo potuto accettarla. Hai detto che in me c’era qualcosa che non andava, che ero difettosa. Che cosa mi stavi facendo? Come potevi farmi sentire così sbagliata?

Loro erano lì con me mentre mi mostravi una lista di specialisti che potevano visitarmi. Passammo settimane a girare istituti e centri specializzati, ma tu cercavi un approccio radicale, deciso, che non lasciasse spazio al dubbio su un mio cambiamento. Ho incontrato tanti dottori. Quello che più ti ha convinto è stato quello che mi avrebbe curata facendomi un buco nel cranio.


Ed eccomi qui, infine. Sdraiata sul verde freddo di un lettino. Mi hanno legato polsi e caviglie. Per rilassare il paziente, dicono. Il dottore ti ha assicurato che una volta terminato l’intervento non avrò più nessuna allucinazione.

Loro sono qui, adesso, sono intorno a me, anche se non riesco a vederli. Nell’ultima ora, immobilizzata, ho potuto solo guardare la luce davanti a me. Loro sono tristi, lo so, capiscono sempre il mio stato d’animo. Non voglio che sia l’ultima volta. Ho così tanto da imparare, ancora. Ho addosso un camice bianco, mi pizzica la pelle. Non voglio che finisca qui. Voglio avere con me le mie guide empatiche. È davvero l’ultima volta?

Il dottore si mette i guanti e un assistente mi fa l’anestesia. Tra pochi minuti sarà tutto buio e quando mi sveglierò non sarò più sbagliata. Il liquido scorre nel sangue e si impossessa di ogni mia volontà. Loro sono ancora qui, non mi lasceranno sola. La luce è accecante, per qualche ragione mi pietrifica, in qualche modo mi chiama a sé. Io aspetto di chiudere gli occhi, nel chiarore opprimente. Fisso la grande lampada iridescente, la mia eterna luna bianco ottico.




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