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Lo Sfidante




Ore 22.05. Non voglio perdere la sfida! Poco importa se in gioco ci sono vite o il mio solo orgoglio, questa volta non voglio scappare. Corro da tutta la vita. Ho abbastanza fretta, il giusto nervoso e solo due ore a disposizione.

Sicuramente l’essere svenuto a cena mi ha fatto perdere tempo, ma come biasimare il misterioso aggressore? Anche io, se mi fossi visto dall’esterno nelle condizioni in cui riversavo, avrei cercato di capire il suono che fa una testa contro una mazza da baseball. Nel mio caso credo abbia prodotto un riverbero interessante. Il magico rimbombo di un contenitore vuoto. Devo dedicarmi all’obiettivo! A disposizione mi ritrovo un disegno, ammoniaca, ago e filo da sutura militare, un messaggio in segreteria e la foto di una famiglia che non conosco. Nel retro della foto una scritta in un corsivo femminile: ciò che ti appartiene, ciò che non avrai mai. Poco importa, tanto non li conosco, meno persone a cui fare gli auguri di Natale. Nervoso, fretta, mal di testa. Oh merda, devo aver perso sangue. Non mi sembra il caso di cercarlo.

Partiamo dal disegno. Partiamo? Io e chi? Concentrazione, forza! Foglio strappato da un quaderno a quadretti, ci sono disegnate quattro persone, una mi assomiglia, le altre sembrano due bambini e una donna. Cazzo se è bella, lei! Non devo distrarmi, anche se la bellezza rimane un ottimo riempitivo per questa fretta ignobile. Che succede se fallisco?

Non fallirò.

Nella foto sono presenti una mamma con due bimbi, piccoli. Avranno circa sei e otto anni. Sembrano la versione giovane della famiglia nel disegno, se non fosse per me. Cosa c’entro io? Perché nel disegno e non nella foto? Non importa, esiste un collegamento! Faccio fatica a distogliere lo sguardo da quel disegno, lei è incantevole. Assomiglia alla foto, ma chi l’ha disegnata ne ha estrapolato l’anima. Se finirà tutto bene, la cercherò e le chiederò un abbraccio. Da quanto non mi abbracciate? Oh Dio, parlo al vento. Oh Vento, parlo a dio.


Orario: 22.15. Il messaggio in segreteria dice: Ciao Max, so che non stai bene ma ho bisogno di farti firmare delle carte. Non morirà nessuno e tu lo sai, prenditi cura di te. Max è un bel nome, certo, ma non conosco persone con un nome così semplice. Ho conosciuto gente di nome Caino, Amon Crisalide… ma Max, mai. Non importa. Abbiamo una famiglia in foto, una madre sorridente con i suoi bimbi piccoli. Dalla qualità posso intuire che è stata scattata almeno vent’anni fa. Il disegno invece sembra di mano infantile, c’è un buon talento ma le caratterizzazioni adulte scompaiono, lasciando un’agonizzante purezza. Tranne che per la mia figura. Quella è segnata da tratti irti e spigolosi. Sembra aggiunta successivamente, da una mano estranea. Le famiglie si assomigliano, ma ci sono io di mezzo. Forse il messaggio è proprio questo: levati di mezzo. Potrebbe essere una strada interessante, ma se la soluzione non è questa mi sarò giocato l’ultima possibilità di risoluzione. Ricordo che un uomo con un solo taglio al polso ci impiega quasi venti minuti per perdere i sensi. E a ritrovarli? Concentrazione, forza! Sono le 22.22 e a mezzanotte scade il mio tempo. Se non ne sarò venuto a capo alle ore 23.36 mi taglierò le vene. Vincerò o perderò? La ballata dell’amore cieco di Fabrizio mi aiuterebbe in questo momento. C’è tempo! Indipendentemente dalla mia esistenza, il tempo c’è, ma ne esiste di residuo che posso sfruttare per vincere questa sfida. Analizzando il messaggio in segreteria mi sembra chiaro che l’interprete voleva darmi due informazioni chiare: uno, se farò ciò che dice, cioè prenditi cura di te, non morirà nessuno; due, se perdo dovrò concedere qualcosa, qualcosa di importante.

Mi chiedo: ma perché lasciare degli indizi così contorti? Ma soprattutto, perché darmi un colpo in testa e lasciarmi solo due ore per ritrovare la strada in un labirinto confuso? Sto sbagliando, cazzo! Le sole domande che devo farmi sono come collegare gli indizi e che forma ha la soluzione. Se mi conosco abbastanza bene, la famiglia disegnata contrapposta a quella in foto rappresenta il legame di sangue.

Da una parte abbiamo una rappresentazione verosimile, dall’altra un’interpretazione disegnata. Quindi? Realtà contro fantasia nella disperata ricerca della verità. Cosa contraddistingue la realtà? Il dolore suppongo. Ma se io vengo rappresentato solo nel disegno, significa che lo Sfidante vuole farmi perdere la testa. Vuole convincermi che questo non è reale e che non sono degno di nessun legame di sangue. Perfetto! Mi sembra che funzioni tutto in modo egregio. Un cinque alto per il sottoscritto!

Basterà capire che sono reale tramite il passaggio obbligatorio del dolore per rovinare questo diabolico giochino.

Andiamo Sfidante! Puoi fare di meglio!


Che cazzo di ora si è fatta? 22.25. Il coltello dove è stato messo? Certo! Sempre sotto il cuscino. Odio la violenza e le armi da fuoco, ma un’arma bianca porta in dono nobiltà ed eleganza. Forse non è questa la strada giusta, quella del dolore. Forse sto sbagliando interpretazione. Poco importa, devo attraversare l’ipotesi per annullarne la possibile efficacia. Posiziono la lama all’interno del palmo sinistro tenendo saldamente il manico in legno con la destra. Ora che sono in modalità custodia non mi resta che contare fino a tre e scivolare velocemente con movimento netto lacerando la mano. Uno, due, no! Aspetta! Se lo faccio qui sporcherò ovunque. Calma, c’è poco tempo.

Ripetiamo: due famiglie, legame di sangue, una irreale, una vera. Il dolore può essere la chiave, ma la strada è la conseguenza del cammino, o almeno così mi dicono. Ci sono! Scommetto che se il sangue bagnerà il disegno mi verrà rivelato il prossimo passaggio! È tutto così ovvio, così scontato. Quanta banalità, Signor Sfidante! Pronti: uno, due, tre, cazzo-che-male! Almeno so di essere vivo! La mia linfa pervinca inzuppa il foglio, cerco di non tralasciare nessun lembo di carta.


Segnale orario, sono le 22.45. Non succede niente. Il disegno è ancora lì, zuppo e inutile. Non ci posso credere, ero convinto che il legame fosse questo: la famiglia, la realtà, il sangue… e invece no! Ricominciamo, poco più di un’ora. L’amalgama del messaggio del disegno e nella foto può essere la famiglia. Dalla famiglia alla realtà il passaggio è così logico che non serve spiegare. Ma l’ago e il filo da sutura militare? E l’ammoniaca? Forse non fanno parte del piano. Non sono uno che vive di dubbi, io. Agisco, perché la realtà sta nell’azione. Nessuno viene giudicato per come si sente, ma solo ed esclusivamente per quello che fa. Ad esempio, io non sono stato con le mani in mano ad aspettare che il tempo scadesse, mi sono applicato. Ho cercato la verità. La sfida non è né più né meno che un dubbio che qualcuno ti instilla nella mente, convincendoti che c’è la possibilità che tu fallisca. Io non fallisco, mi evolvo. Ora mi sono evoluto in un uomo con la mano tagliata, ma abbastanza forte da non perdersi. E ritrovarsi? Forza, concentrazione! Ago e filo da sutura, a cosa possono servire? Seguendo i tre indizi, potrebbe metaforicamente rappresentare che la famiglia non fa parte dell’ordine naturale delle cose. Anzi! É un artificio che dolorosamente viene tenuto assieme da spessi fili che uniscono le carni e le anime. Potrebbe avere senso.

Un momento! Il mio cervello a volte intuisce molto più velocemente di quanto non riesca a elaborare. Mano squarciata, ago e filo. Chi mi sta sfidando sa che quando si mette in mezzo la famiglia io finisco per farmi male. Amico Sfidante, tu mi conosci. Ora che la confusione prende una forma comprensibile, agisco. Sono con te, Sfidante, ho capito il tuo gioco. È da molto che non suturo una ferita. Meglio anticipare l’intervento con un buon liquore. Liquore? Non avevo smesso anni fa? Ho perso troppo sangue e la pressione punta ai minimi storici, devo riprendermi. Ho perso troppo sangue, già detto, e se lo ritrovassi? Già detto.

Forza, davvero, forza e concentrazione!

Datemi un orologio! Vediamo: 23.05. Che opera d’arte! Mi sembra di sentire rimbombare nelle orecchie il suono strisciante del filo spesso come un lombrico che gratta la pelle perforata. La sofferenza che, con l’abitudine, diviene accettazione. Un po’ come la famiglia. Un po’ come la realtà. Fa male, brucia, ma almeno sanguino pochissimo.

Respiro, ossigeno e lucidità. Comincio a essere stanco, perdo colpi. Oramai anche cercarli sembrerebbe inutile. Sembra una maledizione, sembra una canzone. Una litania incompiuta.

Non so esattamente come chiudere la sfida. Ho un’opzione ancora da perseguire, ma direi che il tempo non mi manca.

Rimane l’ammoniaca. L’ammoniaca è alla base di alcuni esplosivi.

Faccio l’unica cosa che ho fatto davvero bene per tutta la vita: bere. Alla salute mia, dello Sfidante e del poco tempo che rimane. Se farà parte della sfida qualcuno mi salverà. Se non farà parte della sfida, morirò con la convinzione di averci provato.

Tic-tac, siamo al limite, 23.35. Dieci minuti di attesa. L’ammoniaca non uccide mai abbastanza in fretta. Forse era solo questo che cercavo. Fra un minuto finirò, mi taglierò il polso e getterò la spugna per l’ultima volta. Non esiste un contenitore giusto quando getti la spugna.

Signor Max, la prego, smetta di mugugnare e lamentarsi e resti in silenzio! I suoi vicini di cella si lamentano!

Cos’è questa voce fuori da questa stanza? Non ho tempo per queste stupidaggini. Reale o meno. Devo finire la sfida e quindi morire. Ho uno Sfidante che si aspetta che lotti fino alla contrapposizione del disordine sulla vita. Fino alla morte.

Lasciami morire, Giovanni! Che si fottano i vicini! Sto morendo e intendo farlo! Aaah! Cosa ho appena risposto? Non importa, ho fatto bene. Questa voce sparirà, sparirà definitivamente.

Ho un dubbio, quanto manca? Merda, 23.45. Sto sanguinando, abbracciato alla foto, al disegno. Mi sto spegnendo stringendo il palmo ferito. Ho trovato la mia pace, il significato. Il collegamento tra tutte le cose è il sacrificio. Il mio sacrificio per la precisione. “Addio mondo! Oh cazzo, l’ho detto ad alta voce. Forse non mi ha sentito nessuno.

“Signor Maximiliam, sto arrivando a tranquillizzarla, si prepari e non protesti. La smetta con queste sceneggiate!”

Oh no! Quella voce maledetta sembra conoscermi, vorrà farmi male! Vorrà impedirmi di morire! No! No! Devo finire questa competizione con lo Sfidante. Devo assolutamente finire il gioco!

“Signor Max!” Eccolo è qui, davanti alla porta. Io sono sanguinante e a terra. L’ammoniaca farà effetto prima che entri. Io non perdo, io mi evolvo. Io non perdo tempo, lo tengo stretto nella mano.

“Sto entrando, si metta tranquillo per piacere!” Eccolo, sta entrando. Come fa a non accorgersi del sangue, delle foto, della bottiglia di ammoniaca? Forse mi vuole mettere alla prova, forse è lui il braccio destro dello Sfidante. Certamente è così. Non basta un uomo a sfidarmi degnamente, ne servono almeno due. “Ora respiri.” Mi prende il braccio, mi spoglia della manica. “E non si agiti.” Mi penetra con questa lama tonda profondissima e pulsa la calma nelle vene. Un male diverso, estraneo.

Ora morirò davvero. “Riposi, Signor Maximiliam, è finita anche oggi.” Sì, mi riposo, stronzo. Per sempre.

Figlio: “Dottor Jonnytea, come sta mio padre? Per cosa è morto questa volta?”

Dottore: “Caro Dante, suo padre stavolta ha finto la sua morte brindando con dell’ammoniaca. Abbiamo il timore che un giorno l’immaginazione non gli sarà più sufficiente e che tenterà di farsi realmente del male. Ah! Mistero dell’uomo! È come ripercorresse lo stesso incubo. Gli basta un dubbio per costruirci un dramma legato alla famiglia. Non dev’essere stato un padre facile. Lei è sicuro che con il suo metodo non soffrirà? Capisco che si procuri un dolore irreale, salvaguardando lo stato fisico, però…”

Figlio: “Le assicuro che funziona. Un padre facile? Facile no, divertente. La sua fantasia non ha confini. Ma questo può essere il rovescio di una medaglia di un dono così pesante. Io ne so qualcosa. Mi faccia una cortesia, quando ne ha la possibilità, gli legga questo biglietto. La ringrazio, Dottor Jonnytea.” Dottore: “Buona giornata e non esiti a chiamarmi se ha bisogno.”

“Buongiorno Signor Max, sono il Dottore. Come si sente oggi?”

“Lasciatemi morire. Lasciatemi soffrire! Niente è vero! Ho ucciso tutti! Sono la colpa di tutto!”

“Anche oggi non è una buona giornata, insomma. Le porto un messaggio di suo figlio, vuole sentirlo?”

“No! Mio figlio non esiste, io non ho figli, i miei figli sono delle foto, non esistono come non esisto!”

“Si sbaglia, comunque stia in silenzio e ascolti: Caro padre, come è giusto che sia anche oggi stai affrontando il tuo incubo. Ti assicuro che non finirà mai. Perché hai ucciso mio fratello e mia madre? Te lo chiederò ogni giorno finché il cuore ti si ferma. Sperando sia per mano mia. Ma non tutti i desideri si possono avverare. Quindi mi godo il tuo inferno! Chiuso in una paralisi che causa demenzialità temporale. Gli indizi del prossimo gioco sono: pistola, denti, tatuaggio, una rivista di moto. Hai tutta la giornata per pensare a come ammazzarti. Non puoi rifiutare. Suo Figlio Imperfetto, Dante.”


Che ore sono? Perfetto, le 22.05. Mi risveglio da poco con una pistola in mano. Sembra che debba portare avanti un’ultima sfida. Dai, forza, concentrazione.

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