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La provocazione ancestrale




Mi chiamo John Redsand e sono un cacciatore di taglie. In poche parole, mi guadagno da vivere uccidendo quelli che altri non vogliono uccidere. Facile, direte voi: capisci quale tizio devi ammazzare, chi deve pagarti, dove si trova il tizio; uccidi, porta il cadavere, prendi i soldi. In effetti, il più delle volte succede così. Potevo scegliere un altro lavoro, penserete. In tutta sincerità, preferisco essere quello pagato e non quello che paga.

È un bel lavoro, tutto sommato. Spesso ho anche la possibilità di scegliere la forma con cui trasportare la mia garanzia di pagamento. Vivo o morto, dicono. Ora, per quanto i vivi costituiscano una buona fonte di divertimento, dopo anni che pratico questo mestiere posso affermare che i morti si trasportano più facilmente, non provano a scappare e non provano a negoziare. Oltre al fatto che si rimuove definitivamente un piccolo o grande problema. La legge è felice e le mie tasche lo sono di più. Credo che la dicitura vivo potrebbe anche essere tolta. Insomma, la giustizia si può praticare anche creando un buco in fronte a un tizio disarmato in mezzo al deserto.

Però, di questi tempi, di cacciatori di taglie ce ne sono troppi. La concorrenza è spietata, in questo settore. Letteralmente.

Così, per avere entrambe le tasche piene, mi dedico a qualche lavoretto più privato, diciamo. Il lavoro è lo stesso, cambia la motivazione di fondo. In pratica, se qualcuno disturba qualcun altro, questo qualcun altro mi paga per ammazzare qualcun altro ancora, per far capire a quel qualcuno di non disturbare più.

Per esempio, la settimana scorsa mi hanno chiamato i Wood per dirmi che il figlio dei Myers, su consiglio di mezza famiglia, aveva provato a mettere incinta la benestante figliola Wood contro la sua volontà. I Wood hanno pensato, giustamente dal mio punto di vista, di pagarmi per ammazzare il figlio dei Myers. Lecito. Certe cose non vanno fatte. Messaggio chiaro comunque, non hanno più dato fastidio.

Qualche giorno fa, invece, mi ha chiamato il vecchio James per dirmi che dei luridi villani senza ritegno gli avevano avvelenato l’abbeveratoio delle vacche e quelle erano collassate a terra. Le migliori vacche della zona, non c’è dubbio, se non consideriamo quelle presenti nel bordello. Mesi che se ne vanno in giro impuniti, i villani, ma non era ben chiaro chi fossero e lo sceriffo diceva di non poter ammazzare gente senza prove. A volte anche l’uomo della giustizia si sbaglia. Insomma, io, da professionista quale sono, trovo un paio dei luridi villani senza ritegno e quelli che fanno? Mi ridono in faccia. Ho riso anch’io, poi ho buttato i cadaveri sul carro e giù dal primo dirupo. Il vecchio James non ha riavuto le vacche, ma il senso di soddisfazione sul suo viso mi ha riempito la giornata e il compenso mi ha arricchito le tasche. Quelli rimasti non si sono più avvicinati alla fattoria.

Alla fine, due cose sono certe nella vita: se devi mandare un messaggio ammazza qualcuno e in qualche strada troverai sempre una puttana.

A proposito, proprio una di quelle ha richiesto i miei servigi. Che dire, per una volta le parti si sono invertite. La ragazza, Candy o qualcosa del genere, si era innamorata di Josh, quello che ferra i cavalli giù vicino al ponte. Lui le aveva promesso di scappare insieme e altre cose romantiche di cui non m’intendo. Peccato che Josh pochi giorni dopo si sia sposato con Mary. Candy non l’ha presa bene e mi ha chiamato per mandare un messaggio. Ora, per quanto secondo me fosse tutta colpa di Josh, lei da brava femmina ha preferito far fuori la novella moglie. Josh ha fatto finta di piangere per un paio di settimane, poi è tornato strisciando da Candy. Gira voce che i due vogliano avere dei bambini.

Così, questa è la mia vita. Dovrei anche parlare di dove ho imparato a scrivere, pensandoci. Ma per oggi è tutto. Vado a sistemare quel bastardo che ha rubato il cavallo nero dello sceriffo e gli ha quasi ammazzato il figlio. L’ultima volta è stato visto dietro la segheria dei Preston.


Rec.


Registrazione numero 117. È il 15 gennaio 2020, sono le ore 16.45. Mi chiamo Ethan Marlett e sono uno psicoterapeuta specializzato nella ricerca delle emozioni e degli impulsi ancestrali. Ho appena finito di esaminare l’ultimo documento, la pagina di diario di un cacciatore di taglie, John Redsand. Un altro passo per la mia ricerca sulla provocazione ancestrale, ovvero l’unico tipo di provocazione che accompagna la specie umana dall’inizio dei tempi e che non cesserà mai di avere effetto.

Il risultato di questo ultimo documento è lo stesso di quelli esaminati ieri, cioè… ecco qua, la lettera della contessa di Francia, Brigitte LeBlanc, che non voleva sposare il nobile al quale era stata promessa e, come dicevo ieri, l’ha avvelenato. E… il messaggio scritto da Terry Black, piratessa ricercata, che ha ucciso ben trecentoquarantacinque uomini nemici senza essere mai notata. I risultati sono coerenti con quelli delle documentazioni raccolte in precedenza, citate nelle altre registrazioni.

Provocare. La parola d’ordine per la nostra specie sembra essere stata sempre questa. Trovare il modo di suscitare reazioni eclatanti, controverse, a volte persino ostili. Cercare ossessivamente la maniera più adatta per smuovere l’interiorità assopita di chiunque si voglia coinvolgere.

La provocazione è l’elaborazione estrema di un pensiero.

Il fatto è che siamo oppressi in continuazione da false provocazioni, da tentativi disperati di far passare per straordinario un evento che è incredibilmente ordinario; da quella che, banalmente, possiamo definire la moda di mostrarsi alternativi.

In questa epoca ci si comporta come se la foto di un seno scoperto fosse provocazione, o come se potesse esserlo un testo pieno di imprecazioni, o un vestito di qualche marca con un nome che richiama la ribellione.

Nell’era della saturazione degli stimoli, come può un evento ormai consueto essere portatore di un messaggio? Come puoi pensare di provocare un popolo, un’intera specie, utilizzando immagini che comprimono la nostra mente tutto il giorno? Più veniamo esposti a un’immagine, più questa perde potenza. Tutto perde potere, tranne una cosa. C’è un unico caso in cui gli umani hanno sempre reagito: l’uccisione di un altro umano.

Insomma, volete essere alternativi? Ammazzate qualcuno, che fa sempre tendenza.

Mi rendo conto che non è un linguaggio che si addice a uno scienziato, e mi scuso se irriterà chi ascolterà questi appunti. Tuttavia, il concetto puro è proprio questo. Il fatto che possa turbare qualcuno va a supporto della mia tesi.

Ciò che intendo è che l’unico evento tra milioni di eventi in grado di smuovere popoli interi, indipendentemente dal periodo storico, è uccidere.

Ho raccolto, assieme al mio team, un grande numero di documentazioni, spesso biografiche, delle situazioni più diverse e tutto riconduce sempre alla stessa questione. Chiunque abbia mai voluto provocare davvero, ha usato una pistola, una lancia, un veleno, non immagini di falsa ribellione, mai.

Le parole, persino le parole crollano o si innalzano in base alla bocca che le pronuncia. E abbiamo smesso di leggere davvero il linguaggio del corpo in favore di dogmi e insinuazioni. Una singola cosa ci accompagna dall’inizio dei tempi. Una.

Credo che la provocazione sia la più antica e diretta forma di comunicazione umana. E posso affermare, dopo numerosi studi, che la provocazione ancestrale è l’assassinio.

Alla luce di questa conferma, data dall’analisi di oltre novecento testimonianze, domani decideremo i dettagli per la seconda operazione dello studio.

Il mio team si occuperà di verificare la reazione di alcuni soggetti sottoposti a false provocazioni e alla provocazione ancestrale. Gli esaminati non dovranno venire influenzati in alcun modo, per cui non verrà detto loro di essere parte dell’esperimento. Saranno persone comuni, scelte casualmente nel raggio di trenta chilometri. Verranno messe in contatto con tutto ciò che riguarda quelle che abbiamo individuato come false provocazioni: video pornografici, immagini di nudo, imprecazioni, rimandi a religioni oscure, modificazioni corporee. Verranno successivamente sottoposte alla visione dell’assassinio di una persona che conoscono. Le reazioni verranno annotate e poi confrontate; i risultati saranno elaborati per proseguire lo studio. Domani registrerò i dettagli di questa seconda fase.

Sono Ethan Marlett, psicoterapeuta specializzato nella ricerca delle emozioni e degli impulsi ancestrali. Fine della registrazione numero 117 del progetto sulla ricerca della provocazione ancestrale.


Stop.

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