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La notte in cui venni uccisa




La notte in cui mi trovarono fu la notte in cui venni uccisa. La palude era gelida e io indossavo pochi stracci, gli unici che ero riuscita a raccattare. I miei piedi lasciavano scie di sangue sulla terra e l’umidità mi si attaccava alla pelle con violenza. Camminai lontano, senza sapere dove. Incontrai alcuni uomini, credetti che sarebbero stati la mia salvezza. Mi sbagliavo.

Una volta arrivati al villaggio mi asciugarono e vestirono, poi mi diedero del cibo. Un’anziana con occhi bianchi e penne di corvo tra i capelli mi esaminò a fondo. Il suo verdetto fu legge: una femmina trovata in una notte di luna piena era un chiaro presagio del male.

Mi picchiarono così forte da rompermi tutte le ossa. Divenni un ammasso di carne inerme e persi la volontà di combattere. Mi trascinarono nella palude e mi gettarono in acqua, senza nemmeno farmi la grazia di tagliarmi la gola.

Ricordo l’istante preciso in cui il mio cuore smise di battere e l’istante preciso in cui ricominciai a vivere. Quelle acque tetre si presero cura di me e la poltiglia del fondo divenne un utero caldo che mi mantenne nel limbo. Riemersi con la luna piena seguente, tra il gracidio delle rane e il saettare dei ratti: ero viva, di nuovo. Che fosse un miracolo o una condanna non sta a me definirlo.

Sono passati mesi e qui, sulla riva dello stesso stagno in cui mi buttarono, li guardo tossire e disperarsi. Ogni notte cammino tra le case e maledico ciò che incontro. L’aria si fa sempre più fetida, la loro pelle si sta deteriorando, le donne abortiscono, gli uomini non hanno la forza per sollevare una falce. Il grano marcisce al mio tocco e gli animali, morti, sgorgano fango invece che sangue. Lo stesso fango nero in cui mi gettarono e che mi nutrì fino a trasformarmi nel loro demone.

Una pulsione interna mi scorre nelle vene come un fiume, diventa rabbia e sfocia in vendetta. Spietata, come lo sono stati loro. Così attenti nel farmi male, nel lasciarmi viva un tempo sufficiente a rendermi conto che sarei morta.

Non mi basta più vederli deboli: voglio vederli straziati. Porterò via i loro figli, i pochi sopravvissuti, li condurrò verso quelle acque oscure, spezzerò le loro ossa e li guarderò soffrire, con lo stesso sguardo che riservarono a me. Li getterò nella palude infetta e aspetterò che la madre acqua partorisca nuove ombre.

I loro figli, l’ultimo frammento di felicità, diventeranno un incubo inarrestabile. Con quale coraggio distruggeranno la vita che loro stessi hanno generato?

Li vedo, ora, i loro bambini, nel tepore marcio della sera, mentre passeggio silenziosa tra le case, tra i cadaveri putrefatti degli animali e il raccolto corroso dalle muffe. Li vedo, rannicchiati sotto coperte sudice, con la faccia rovinata dall’aria velenosa. Uno a uno li chiamo con un sussurro, e loro, come assuefatti dalla mia voce, mi seguono. I visi sono lacerati da piaghe purulente, le labbra tagliate e gli occhi opachi; perfino quei corpi così piccoli rilasciano esalazioni putride.

Attraversiamo il villaggio e arriviamo al fienile, tra l’odore sempre più acre e una nebbia nociva. Spalanco le porte di legno deteriorato. Davanti a me c’è la vecchia con occhi bianchi e penne di corvo tra i capelli, la donna che mi ha condannata la notte in cui mi trovarono. Alle sue spalle si nascondono altri infanti, esausti.

Lei ride, mi fissa e si pianta un coltello nello stomaco. Con l’unico filo di voce rimasto mi dice: “Sei ancora più potente di quanto sperassi.”

Il corpo cade sul pavimento, tra le urla dei bambini. Sul volto spento è rimasto un ghigno di soddisfazione.

Sono appena tornata nel limbo. Dove inizia e dove finisce la mia volontà? Sto compiendo la mia vendetta o il piano di una strega?

Scavalco il corpo della vecchia; dalle sue budella non cola sangue, ma fango nero come le tenebre. Capisco che quella notte mi fece gettare nella palude perché diventassi quella che sono e perché creassi altri come me. Sento che le mie azioni sono compromesse, che le mie intenzioni non mi appartengo.

Dentro di me cresce una rabbia bollente. Non le lascerò il potere di comandare le mie decisioni, non le darò la soddisfazione di seguire i suoi schemi.

Parlo ai bambini, pronuncio parole antiche. Loro diventano apatici, pronti per essere manipolati a mio piacimento. Li conduco per le scalinate che portano alla cima del campanile. Dall’alto, il villaggio sembra abbandonato da secoli. Seguendo il mio comando, la foschia asfissiante si dirada.

Gli abitanti escono di casa, gridano al miracolo, gioiscono. Poi si accorgono di non avere attorno i loro figli. La prima a notarci sul campanile è una donna. Ora ho tutti gli sguardi addosso. Ignoro le suppliche e le minacce, le madri disperate, i tentativi di corruzione. Non hanno effetto su di me.

Accompagno la prima bambina sul bordo. Le tolgo i vestiti e la espongo come un trofeo. Mi godo il sapore di vittoria, mentre passo la lingua lungo la figura esile. Lei non si ribella, mi lascia gustare ogni punto del suo corpo. Il terrore attraversa i volti rovinati che ci guardano dal basso. Spingo la bambina nel vuoto.

Le urla si mescolano con il rumore delle ossa distrutte. È rimasto solo un ammasso di pelle e viscere annegato nel sangue. Preparo il secondo bambino. Ho infranto la trama della strega.

Mentre spingo la lingua sulla nuova pelle, dal cielo grigio scendono gocce dense. Non di acqua, ma di fango, nero e caldo. La mia saliva mescola il sapore di carne a quello della poltiglia. Spingo il bambino. Cade sopra l’altro cadavere, i corpi si spezzano e rimangono intrecciati in un abbraccio immobile.

Gli uomini corrono a prendere torce e forconi, e si precipitano verso la scalinata. Non hanno potere su ciò che scatenarono la notte in cui venni uccisa.

Prendo il terzo bambino. È il più piccolo e magro di tutti, con le vertebre sporgenti e le gambe che lo reggono a fatica. Gli strappo i vestiti e continuo il mio rituale. Il gusto è sublime, si appoggia sulle labbra, s’insinua nella gola. Lui resta in silenzio. Spingo quel bambino scheletrico e si distrugge ai piedi del campanile. La pioggia di melma diventa sempre più densa e ricopre i corpi. Sollevo la testa e apro la bocca, lasciando che quella placenta arcana mi disseti.

Qualcosa sta fermando gli uomini all’inizio della scalinata. Forse sono rimasti bloccati nel fango, forse hanno perso l’audacia di combattere un demone. Continuo ad assaggiare carni tenere, continuo a vederle frantumarsi, accerchiate da madri straziate. I cadaveri si ammassano come scarti di macelleria. Continuo, fino all’ultimo bambino.

Scendo le scale, sono rigenerata. Mi passo la lingua sulle labbra per gustare gli ultimi sapori. A fine scalinata vedo gli uomini: sono a terra, gli occhi rivoltati all’indietro, il viso attraversato da cicatrici fresche che si diramano come fulmini. Torce e forconi sono spezzati, così come gli arti e in alcuni casi il collo.

Tra di loro, in piedi, c’è una vecchia con occhi bianchi, penne di corvo tra i capelli e un coltello infilato nella pancia. Mi tende la mano.

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