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La leggenda di Goran




Goran Larchian ha scavato tombe per tutta la vita. Chi era morto ad Ashtarak in quegli ultimi cinquant’anni era stato sotterrato da lui.

Un martedì d’autunno, all’età di sessantatré anni, iniziò a scavare la sua buca. Comunicò il suo ritiro a Padre Boghos e se ne andò in fondo al cimitero, all’ombra della quercia che suo nonno aveva piantato per lui, nel giorno della sua prima sepoltura. Quell’albero si chiamava Dzhokhk’i darpasy. La porta dell’inferno. Quel luogo apparteneva a Goran Larchian da mezzo secolo.

Quando la pala toccò il terreno la terra ruggì e il vento intonò una voce lamentosa, come un violino suonato nelle cavità più remote del Caucaso. Goran si appoggiò al bastone e attese che quel canto finisse. Posò la fronte sulle mani, congiunte sulla sommità del legno, e chiuse gli occhi. Non stava pregando, stava chiedendo il permesso di entrare.

Il cielo divenne nero, avvisando l’intera regione di un’imminente tempesta. Un avvoltoio degli agnelli si adagiò su uno dei primi rami spogli dell’albero. Guardò Goran e lui mantenne lo sguardo con rispetto solenne. Il rapace era un guardiano.

A Goran Larchian era consentito attraversare la soglia. La sua pala affondò nel terreno, poi un rombo e la sua eco introdussero un silenzio irreale sull’intero camposanto.

Chi ha scavato tombe per tutta la vita conosce la terra in cui le anime riposano, molto meglio dell’aria che quelle anime hanno respirato, e nella quale hanno peccato. Conosce i sospiri delle radici di un albero, molto più del suono che fa il vento tra le foglie. Goran Larchian aveva scavato così tante tombe, così tanto profonde, che aveva imparato a riconoscere il timbro di voce dell’Aldilà. Ne era innamorato.

Non poteva aspettare che fosse la Morte a chiamarlo. Lui voleva parlare con Lei fintanto che la linfa vitale gli percorreva lo spirito.

Le sue mani erano irrobustite dai calli e temprate dalle braci delle anime che aveva maneggiato. Nonostante questo, per la prima volta dopo cinque decadi, i palmi e le dita di Goran iniziarono a sanguinare, tanto era feroce la sua stretta e tanta era la sua foga.

Calò la notte sull’uomo, sopra la sua tomba e il suo guardiano, che mai un secondo aveva distolto lo sguardo. La fossa era già più profonda di Goran. La terra si accumulava ai piedi della quercia e lui, con devota precisione, scavava mantenendo i contorni dello spazio che si era riservato. Scavò finché una nuova alba giunse sul cimitero incustodito di Ashtarak. Quando il sole si mostrò completo alla quercia e all’avvoltoio, facendosi spazio tra nuvole cariche di pioggia, quello che trovò fu una buca fonda più di una caverna e nessuno a pretenderne la proprietà. Goran Larchian, nell’ora più buia di quella notte, aveva raggiunto la Morte e si era presentato a lei, con la reverenza di un suddito e la levatura di un sacerdote. Ha perso la vita nelle profondità della terra o ha incontrato la Dama Nera quando ancora il cuore gli batteva nel petto. Questo, a noi, non è dato saperlo.

Vibrò un rombo sordo in cielo e poi di nuovo quel canto dalle pendici del Caucaso. Gocce d’acqua, fitte come frecce sul mondo, sommersero il cimitero, la grande quercia e la tomba di Goran Larchian. La bufera fece franare i bordi della fossa, e la terra che Goran aveva tolto vi ricadde dentro senza mai, tuttavia, ritrovare un fondo. Nemmeno l’acqua di quei giorni, che violentò senza sosta tutte le anime di quei luoghi – vive o meno che fossero – riuscì a riempire il vuoto della tomba di Goran Larchian.

Ci vollero due settimane prima che la pioggia si chetasse e che Padre Boghos scoprisse il sepolcro di Goran. A guardia c’era ancora il grande rapace e sempre, da decenni ormai, quando arriva la notte e quando sorge il sole, su quei rami si posa un avvoltoio degli agnelli. Si dice controlli che nessuno occupi quel luogo, o tenti di accedervi.

Prima di morire, Padre Boghos fece costruire un recinto attorno alla fossa. Sull’ultimo mattone posato vi era una targa incisa che diceva: Questo luogo appartiene a Goran Larchian, devoto ministro dell’Aldilà. L’unico ad aver servito al cospetto della Morte. L’uomo che riempì le tombe.


È trascorso quasi un secolo da quegli eventi e le leggende sul nome di Goran, sulla grande quercia e sulla Porta dell’inferno hanno attirato centinaia di visitatori. Alcuni curiosi, altri scettici. Ad Ashtarak si consolidò un’usanza, di cui nessuno ricorda l’iniziatore: per ogni anima che veniva consegnata alla terra, dal corpo veniva asportato un pezzo, qualcosa che rappresentasse la vita del defunto. Era la lingua, per i venditori o i cantanti, o una falange, per gli artisti o gli operai. I parenti e tutti i presenti alla cerimonia funebre, prima ancora di sotterrare la salma, facevano cadere la reliquia nell’oscurità di quel pozzo senza fine. Si dice che chiunque venga sepolto senza chiedere il permesso a Goran Larchian si vedrà l’anima ritornare nel corpo, si sveglierà nella propria bara e vivrà l’eternità rinchiuso nella non-morte.




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