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La leggenda della valle




Il cacciatore avanzava nell’erba alta, lamentandosi degli insetti che si posavano sulla selvaggina. Le lepri stavano penzoloni con le zampe posteriori legate alla cintura, gli occhi sbarrati e il corpo esanime. Sulla spalla destra era appoggiato un fucile.

“Mosche del cazzo” borbottava. Due cani bianchi a macchie rossicce, con le costole sporgenti e il pelo rovinato, lo seguivano sommessi.

Davanti a loro apparve un’enorme quercia. Tronco grosso e largo, rami intrecciati che sostenevano una chioma fitta. Ai piedi della pianta, una bambina. Capelli lisci e ramati, occhi blu con una sfumatura violacea, un vestito verde con la gonna lunga che le copriva i piedi. Sguardo fisso verso la terra.

“Ehi, ragazzina, che ci fai lì? Spostati, devo pisciare” disse il cacciatore, la barba impregnata di sudore.

Lei alzò la testa e lo fissò dritto negli occhi.

“Oh, ci senti? Che cazzo fai lì?” L’uomo si scompose e perse l’equilibrio, barcollò e pestò una zampa a uno dei cani. Seguì un guaito e un’espressione mesta. Come risposta, il cacciatore calciò via l’animale.

“E togliti, bestia pulciosa!”

Allora la bambina si sgranchì il collo e le spalle e prese la parola.

“Perché sei cattivo con il tuo cane?”

“Ah, non sei senza lingua!” sghignazzò il cacciatore. “Cattivo con il mio cane, dici? È solo una bestia. Brava e fedele, ma soltanto una bestia. Ogni tanto è bene ricordare chi è il padrone.”

“Sono leprotti, quelli appesi alla cintura?” disse poi la bambina, come noncurante della risposta precedente.

“Sì, ma non posso dartene uno, se è quello che vuoi” rispose il cacciatore, sistemandosi la cinta. “Me li sono guadagnati. Se non ti levi dall’albero ti piscio davanti, ragazzina, ti avverto.”

“Li hai rubati” disse lei.

“Rubati? Li ho ammazzati con questo.” L’uomo accarezzò la canna lucida del fucile. “Mai visto nessuno andare a caccia?”

“Sì. Siete in molti, sulla mia terra.”

“La tua terra?!” Il cacciatore digrignò i denti, con uno sguardo feroce. I due cani indietreggiarono con la coda tra le zampe. “Senti, stronzetta, adesso mi hai stufato! La tua terra? Mi stai accusando di essere un ladro? Ora spostati… altrimenti…” disse, mentre le si fiondava contro. La prese per le spalle, con l’intento di spostarla. Non si mosse di un millimetro. Il cacciatore, infuriato, la strattonò avanti e indietro, ma lei rimase immobile a fissarlo. Allora l’uomo scostò la gonna con un piede, per vedere cosa la tenesse ancorata al terreno.

Fu allora che se ne accorse: la bambina non aveva né gambe né piedi, dal bacino in giù il corpo si trasformava in radici che si infilavano nel terreno. Il cacciatore fece un salto indietro. Ora, sul suo volto, era disegnata un’espressione di terrore.

“Cosa sei?!” urlò, mentre imbracciava il fucile e glielo puntava contro.

“Sono la guardiana di questa valle, e tu non avevi il permesso di derubarla delle sue creature e di mostrarti violento su questo suolo. Ora pentiti di aver ucciso le lepri e picchiato il tuo cane. Inginocchiati e prometti che avrai rispetto delle creature che abitano la mia terra e che non disturberai più il loro equilibrio.”

“Maledetta puttana!” gridò l’uomo, premendo il grilletto. In quel momento, radici spesse come alberi ersero dal terreno, si intrecciarono tra loro e formarono un muro tra lui e la bambina. Il proiettile si piantò nella barriera.

Il cacciatore lasciò cadere l’arma e si voltò per scappare, ma un altro muro di radici gli si parò davanti, poi un altro chiuse la via a destra, e un altro ancora la via a sinistra. Ora l’uomo si trovava chiuso in un recinto naturale, insieme ai suoi due cani.

“Fammi uscire, stronza!” gridò, prendendo a pugni le radici, con l’unico risultato di lacerarsi le mani.

“Chiedi scusa alla mia terra” rispose una voce potente e divina, del tutto diversa da quella sentita prima, come se fosse l’intera valle a parlare.

“Chiedi scusa alla mia terra” disse ancora. L’uomo, in preda all’ira, raccolse il fucile e iniziò a sparare verso l’alto e contro la barriera di radici. In pochi istanti i due cani si trasformarono, sulle zampe crebbero lunghi artigli, il pelo si riempì di aculei, la testa si deformò fino ad assomigliare a quella di una iena, con le zanne che sporgevano dalla bocca mentre la bava colava sul terreno.

Sbranarono il cacciatore senza dargli tempo di reagire. Strapparono il fucile dalle sue mani e la carne dalle sue ossa, mentre ancora gridava. Dilaniarono i muscoli e le vene, squartarono le viscere che riversavano liquidi, finché rimase solo un ammasso di frattaglie che sarebbero andate in pasto ai vermi e alle bestie spazzine.

Così, gli animali ripresero le loro sembianze originali, la barriera di radici si abbassò e la bambina-albero tornò quieta. Si sedettero al suo fianco, i due cani, uno per lato. Divenuti immortali, la aiutarono a preservare l’equilibrio di quella terra, per tutti i secoli che vennero in seguito. Sotto la superficie, giace la polvere di centinaia di uomini, e l’eco delle loro scuse vibra perenne nella valle.




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