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La falsa misura




Ogni persona ha almeno un punto cieco nella propria visione del mondo e di sé, e questo, in maniera rilevante o leggera, crea una falsa misura degli eventi. In pratica, sul modo sbagliato e parziale con il quale giudichiamo gli avvenimenti e le azioni delle persone, noi costruiamo ogni cosa straordinaria o distruttiva della nostra vita.

Viene da chiedersi il perché di una tale assurdità, ed è una domanda lecita. La risposta, a seconda del vostro grado di interesse per l’umanità e le sue gesta, può essere curiosa, divertente o spaventosa. Il problema risiede nel fatto che noi tutti riempiamo quel punto cieco con la nostra più profonda idea di oscurità.

Cosa significa tutto questo?

Ogni persona ha bisogno di sapere cos’ha intorno. Nessuno, o quasi nessuno, si trova a proprio agio in una stanza sapendo che ci sono delle porte chiuse a cui non può accedere e delle quali ignora l’altra parte. Sia che si tratti di porte fisiche o mentali. Quindi cosa fa? Riempie lo spazio vuoto. Inventa fino a convincersi che si tratti della realtà stessa.

Pensate alla religione. Perché credete siano state create delle storie con creature antropomorfe onniscienti con poteri sovrumani? Al solo, e parzialmente nobile, fine di riempire quegli enormi punti ciechi della collettività sui temi della natura, l’universo e le opinabili azioni degli esseri umani stessi. Per regolare, insomma, quella falsa misura dettata dall’ignoranza.

Tutto ancora troppo complesso, penserete. E cosa c’entra l’idea di oscurità con tutto questo? Permettete di raccontarvi una storia.

Immaginate un professore universitario, sui cinquanta, in un medio giovedì mattina di lezione. Parte da casa con la sua tracolla, il suo portatile e il suo pacchetto e mezzo di sigarette nella tasca della giacca. Si ferma nel solito piccolo bar a due strade dall’ateneo, per evitare di incontrare studenti e colleghi. Prende un cappuccino, una pasta al riso e un bicchiere d’acqua a temperatura ambiente.

Come di consueto, prima di pagare, esce nel piccolo patio del locale, si accende una sigaretta e inizia a pensare alle lezioni che dovrà tenere e a un paio di studentesse che ritiene avrebbero bisogno di una buona dose di ripassi. Al solito, mette la mano sinistra nel pantalone per contenere l’erezione mattutina precorso.

Spegne la sigaretta, paga, prende la tracolla, e se ne va a insegnare.

Una vicenda normalissima e banale, che porterà, nel suo svolgersi, alla morte di tre persone. Tutto per una falsa misura di interpretazione degli eventi. Tutto per l’oscurità con cui è stato riempito un punto cieco. Ma qual è questo benedetto punto cieco, vi chiederete?

Facciamo un passo indietro.

Il ragazzo al bancone, servendo il cappuccino, riconosce nel volto del professore l’uomo di una foto che aveva visto la sera prima nel profilo Instagram della sua ex. Il professore è completamente all’oscuro di essere apparso nella suddetta foto e osservando bene lo si evincerebbe, ma al nostro giovane sembra non passare per la mente tale idea e, convinto di avere di fronte la causa del suo ritrovato stato di single, decide di allungare il cappuccino del figlio di puttana con del veleno per topi.

Il caso vuole che in quel momento, sul bancone, si trovino ben due tazze di cappuccino e che, nella concitazione delle 7:30, quello avvelenato capitasse per errore nelle mani del signor Carraro, un bottegaio di sessant’anni che qualche minuto dopo si sarebbe accasciato agonizzante nel bagno, morendo ammazzato senza poter comprenderne il perché. Ci vorrà più di un’ora prima che qualcuno ritrovi il corpo.

Prima croce. Continuiamo.


Uscendo nel patio per fumare, il nostro professore, tra una sigaretta e un pensiero osceno, dà una scrollata veloce alle mail ricevute, e tra queste attira la sua attenzione la richiesta di fare da relatore per una tesi sull’approssimazione delle emozioni nell’epoca social. Sorride, accetta mentalmente la proposta, ma non risponde, deciso a dare conferma alla persona interessata entro qualche ora, a voce.

Durante quella giornata però, non avverrà nessun incontro, poiché a metà mattinata il nostro protagonista riceverà una telefonata urgente dalla vicina di casa, che lo informerà che il gatto è di nuovo rimasto bloccato sul tetto della cabina elettrica di fronte all’appartamento. Chiederà quindi un permesso in segreteria e si precipiterà a risolvere quella bizzarra situazione, dimenticandosi del tutto della mail.

Lo studente, non ricevendo risposta, intuirà un esito negativo alla richiesta, di certo correlata all’arrogante presunzione del docente di meritarsi solo belle fighe come studentesse da accompagnare alla laurea.

Banalmente, quella sera il ragazzo si ubriacherà, affogandosi disperato tra la rabbia di un rifiuto e la disperazione di non aver trovato un relatore, di non potersi quindi laureare entro l’anno e di dover di nuovo tornare a casa a chiedere l’elemosina a suo padre per poter studiare e inseguire il suo sogno di carriera.

Quella stessa notte il ragazzo smetterà di preoccuparsi di ogni cosa, perdendo i sensi e finendo in un canale tra la merda dei cani e l’immondizia abbandonata di una fabbrica di scarpe. Morirà soffocato nel vomito e nel liquame.

Seconda croce.


A questo punto della storia vi starete chiedendo se non si tratti solo di un’enorme arrampicata a supporto della mia tesi, ma rispondete mentalmente a questa domanda: si tratta davvero solo di fraintendimenti finiti male? O la causa va ricercata in quel punto cieco che la testa di un barista geloso e di uno studente frustrato hanno riempito con idee oscure di complotti e cattiveria?

Non siete convinti. Lo capisco.


Torniamo alla nostra storia, vi avevo parlato di tre morti, ne manca ancora una.

Durante la mattinata, dunque, il professore tiene lezione fino alle 9:50, per poi lasciare l’istituto e guidare, con una certa frenesia, fino a casa. Per salvare il gatto.

Ecco che, alla rotatoria della statale, vedendo un insolito traffico, decide di prendere la strada a destra anziché proseguire diritto, con la speranza di evitare l’ingorgo anche a costo di fare due o trecento metri in più.

Ma è la Renault Clio verde davanti a lui il problema. La vecchia Croma del nostro professore gli sta dietro da almeno cinque chilometri, per casuali coincidenze di percorso. La ragazza a bordo della Clio non sembra essere giunta alla medesima conclusione, così, quando alla rotatoria vede anche la vecchia Fiat girare a destra, si convince di essere inseguita ed entra senza possibilità di salvezza in modalità fuga.

Sapete come si dice: il fatto che io sia paranoico non esclude che tu voglia farmi la pelle. Lei era, appunto, di questo avviso, e nulla le sono valse le quindici gocce di calmante prese a colazione.

È così che Mirta Magrelli, di anni trentanove, operaia all’acciaieria, perdendo il controllo dell’auto all’incrocio, in un’apparente, inspiegabile accelerata, finisce per schiantarsi contro un grosso tir, recante targa olandese. Morendo, com’era prevedibile, accartocciata tra le lamiere, senza sapere se è riuscita o meno nell’intento di seminare il proprio inseguitore.

Terza croce. Terza croce evitabile.


Riuscite a cogliere la grottesca linea comune di queste tragiche morti?

Un innocente prossimo alla pensione viene avvelenato per un esagerato gesto non destinato a lui. Qual è la falsa misura? Il punto cieco è, nella sua forma più violenta, la gelosia, che ti cava sempre almeno un occhio e ti impedisce di vedere che quella foto, a quel professore, è stata fatta senza consenso.

Uno studente, convinto di aver ricevuto un rifiuto e di essere costretto a rimandare la propria laurea, si ubriaca e muore di stenti in un fosso. Qual è la falsa misura? La fretta e la paura, che altera la nostra idea del tempo che gli altri dovrebbero dedicarci.

Una ragazza convinta di essere inseguita da un’auto che faceva la sua stessa strada, fa un frontale con un camion e ci rimane. Qual è la falsa misura? In questo caso, è evidente, una psicosi radicata e una fobia mortale che l’hanno portata a invertire la percentuale di realtà tangibile con la realtà inventata.

Ora, potrebbe sembrare che il nostro professore sia catalizzatore di morte e sventura, ma se davvero pensassimo questo, allora ecco che anche noi staremmo riempiendo con l’oscurità i punti ciechi di una storia di cui conosciamo solo elementi parziali, attribuendo al nostro malcapitato protagonista un’aura nera immeritata.

Ma come possiamo contrastare questo giogo della mente e dell’anima?

Oh, non possiamo. Per natura siamo portati a completare ciò che i nostri sensi e la nostra esperienza ci impediscono, e per natura siamo portati a riempire i punti ciechi con la peggiore delle ipotesi possibili, nella vana speranza di trovarci poi di fronte a fatti migliori di quanto sospettati. O, alle volte, immaginiamo lo scenario peggiore, eccitati dal desiderio di vederlo avverare, per via di una nostra inconcepibile passione per la tragedia e l’oscurità.


Ecco, per oggi è tutto! Una lezione anomala, ma ho ritenuto opportuno introdurvi così a questo nuovo ciclo di studio sulle percezioni.

Se avete domande, è questo l’unico momento per farle.

Tu, là in fondo! Biagini, giusto? Dimmi pure.


“Professore, mi dica, ma alla fine, la vicina col gatto, se l’è scopata?”




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