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L’ultimo barone




Gocce fredde precipitano dall’alto in una coreografica danza infelice. Guardando in alto ci si accorge della presenza di un cielo stanco d’essere meraviglioso. Piatto, un imponente muro di assenza cromatica. Volumi lenti, masse compatte, grigi obesi che inseguono grigi anoressici incontrandosi nell’immensità del purgatorio visivo. L’emozione si azzera inglobando nel nulla estetico quel verde che sorride al Sole in giorni più fortunati di questo. A terra milioni di fili, simili tra loro, lottano spossati goccia dopo goccia rompendo quelle forme perfette e spargendone i resti sul suolo o fra i propri simili. Lacrime senza speranza nate dall’animo di un cielo infelice si scagliano come piloti senza Dio verso un plotone di fili d’erba pronti a esplodere all’impatto. La terra diviene il sacro cimitero intriso di questa strage che profuma di benedizione. Il suono dell’addio di ogni goccia risuonerebbe straziante all’orecchio sensibile, sottolineando l’impatto, il dolore, l’onore nella caduta. Nell’ecatombe di una pioggia di novembre anche questo particolare si appiana con i milioni di simili spirati in battaglia. Il prato appare senza profondità, diviso in due plotoni da sassi di un bianco sporco. Vicini tra loro, abbracciati, una pennellata precisa di grigio distinto verso un casale. Un volume unico, spigoli netti. Sparsi lungo la parete, piccoli rettangoli neri, molto simili tra loro. Tutti tranne uno. Quel rettangolo di un giallo pallido ma luminoso risaltava a colpo d’occhio. Un’alba inchiodata da infissi logori e bagnati da un’incessante processione del cielo verso noi uomini.

Quella era l’unica stanza del casale parzialmente viva. La fonte luminosa era rappresentata da un camino in pietra. La luce e il calore sprecavano la maggior parte delle forze a scaldare una seconda pelle di fuliggine. Sopra al camino un grande quadro. Cornice di legno scuro, opaco. Su fondo nero la figura di un uomo. Scarpe in pelle con riflessi a testimoniarne la lucidità. Intarsiate, si fa per dire, da figure bianche sul dorso del piede. Lacci in corda, intonsi. Pantalone nero, leggero, che si plasma senza destare sospetti di forma abbracciando il bacino. Cintura in pelle senza particolari. Fibbia in argento. Dalle spalle al ventre un gilet elegante decorato con piccole croci bianche solo sul lato sinistro della figura. Camicia bianca a collo mezzo francese. Un tight in pelle nera perfettamente appoggiato alle braccia esili. Mani dalle dita lunghe, dipinte di bianco, con venature nere dove le articolazioni si intuiscono. Una mano poggia sul pomello a forma di teschio di un bastone rituale, tenendo tra indice e medio un sigaro fumante. L’altra sostiene un bicchiere di tipo tulipe colmo di un liquido ambrato scuro. Dal collo della camicia un volto dipinto rafforzato per intensità da due grandi orecchini in osso penzolanti dall’orecchio sinistro. Il copricapo è un cilindro corvino che cade con armonia sul cranio. La faccia dipinta di bianco a simboleggiare un teschio, grosse macchie attorno agli occhi e la rappresentazione della dentatura che si estende ben oltre le labbra. La figura si erge sicura dando il senso di magnificenza. Schiena dritta, posa sicura, sorriso malizioso. L’intensità dello sguardo fa sentire chi lo osserva inconsapevole e ammaliato.

Quella stessa figura è ricurva a pochi metri dal camino. Seduto sugli scricchiolii di una sedia in frassino pesante. Ricurvo su se stesso con gli avambracci che poggiano sulle cosce. Il capo chino forma un’unica linea parabolica con la schiena. Il sigaro fumante offusca il suo soffrire. Del sorriso rimane solo il disegno e il trucco è rigato da lacrime. Lacrime che nascono dal suo viso e coraggiose si lasciano andare verso l’inesorabile fine cadendo a terra senza far rumore. Lacrime che ancora combattono affrontando il proprio destino senza paura. Lui non vuole più combattere.

A terra una donna, meravigliosa quanto lui. Mora, occhi verdi, qualche fiore decorativo fra i capelli. Occhi spalancati, sorriso fermo, nessun segno di vita.

Nel bianco scrosciare delle lacrime del cielo, nel triste gocciolare tristezza del Barone Samedì, qualche parola: “Ma petite, mia piccola, il cielo piange con noi. Con te se ne va il ciclo della vita. Da tempo le genti non ti ascoltano cantare e ballare tra le tombe dei cimiteri. Perdonali se ti va. Il regno dei morti e dei vivi piange la tua scomparsa. Ora gli uomini non hanno più bisogno degli spiriti della vita e della morte. Hanno deciso di non vedere. Hanno deciso di violare il moto perpetuo dell’anima barricandosi dentro se stessi, mon amour. L’aridità ha cancellato il nostro ballare, il nostro giocare con loro in tutti i regni. La fede che sosteneva il potere delle anime non ha più senso di esistere. Non credono più in nulla, ma chéri. Speravo non andasse così. Speravo che potessimo essere felici, io e te, anche senza loro. Ma siamo spiriti. Siamo necessità. Siamo il divertente scherzo del destino che sazia la fame di fede che attanagliava il mondo. Attanagliava. Ora non hanno fame. Ora non hanno sete. Ora i vivi sono vivi perché lo sono mentre i morti sono un ricordo da inserire nell’album vuoto delle loro esistenze. Ora sono scimmie senz’anima. Ce l’hanno fatta. Liberi, completamente liberi da non essere più nulla. Non sono uomini, mia dolcissima maman, sono bestie che scorrazzano su questo regno senza che Papa Legba possa aprire le porte verso il Dio supremo. Sarà morto anche lui. Cadiamo uno a uno. L’ineluttabile destino degli spiriti.” Facendo cadere qualche goccia di rum verso terra riprende il lungo addio alla sua amata.

“Brindo a te. In ricordo delle nostre notti di frenesia costringerò una goccia di rum a cadere sul tuo viso per poi morire trascinata per terra. Lei lo sa che il suo sacrificio sarà inutile. Dalla mia bottiglia alle tue morbide labbra, mia compagna senza tempo. Come quel poeta che decantava:

Scroscia, come un muro di parole non dette,

come litanie feroci di un credo mastodontico.

Si riversa sulla quiete insignificante e riflette

il senso di ogni passo che si ripete identico.

Ora, per noi, il senso è giunto a termine. Le litanie che gonfiavano il nostro essere non ci sono più. Siamo spiriti come lacrime del cielo pronte a cadere in terra per gli uomini. Ma non serviamo più. Ci rivedremo, mio amore.”

Il Barone Samedì, data l’ultima carezza alla sua Maman Brigitte, uscì. Percorse lento la strada di sassi e scomparve.

L’umanità era finalmente libera. Libera dagli spiriti. Dalla fede. Dall’amore. Dalla ciclicità degli eventi. L’umanità era finalmente libera.

Il giorno dopo un cerchio infuocato nel cielo illuminava caldamente il pianeta. Fu il giorno che l’umanità scomparve.




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