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L’esercizio di uccidere




Ho avuto due grandi maestri nella mia breve vita. Il primo fu mia madre, che mi insegnò a prendermi cura dei miei fratelli, degli animali e delle cose. Il secondo fu Alan Moras, che mi insegnò a uccidere.

Nel paese da cui provengo si sopravvive per sfacciata fortuna o per metodo. Diminuire il numero di ostacoli alla tua sopravvivenza è il metodo. A quindici anni eliminai il mio primo ostacolo. Si chiamava Christian e voleva i miei vestiti. Cercai di scappare, ma era più forte e più veloce di me. Mi voltai, gli feci esplodere gli occhi con i pollici e, mentre si divincolava urlando, lo spinsi contro un tir. Nel paese da cui provengo se due si stanno ammazzando nessuno interviene.

Tornai a casa con le mani sporche di sangue adolescente. Mia madre pianse lacrime che ancora oggi non so se fossero di dolore o di gioia. Mio nonno, al tempo già in carrozzella, mi chiamò a sé e mi diede un foglio con un indirizzo. Mi parlò all’orecchio con la sua voce bruciata dal fumo, facendo in modo che i miei fratelli non sentissero nulla. Mi indicò una strada sicura per arrivare al punto segnato. Quello fu il giorno in cui divenni soldato senza bandiera in una stupida guerra civile.

Passai per gli stagni, la ferrovia vecchia e feci l’ultimo tratto sopra il tetto del manicomio abbandonato. Noi lo chiamavamo così, ma non era abbandonato, semplicemente non era mai stato finito. Del resto, come lo distingui un matto in un paese che si ammazza per il pane?

Mi ritrovai in un vecchio deposito merci. C’era una cupola in cemento non più distante di duecento passi. Avrà avuto un diametro di trenta metri. Aveva una sola entrata. Intorno a me c’era troppo silenzio. Se non senti nessuno intorno, allora qualcuno sta ascoltando te. Queste sono le ultime parole che ricordo di mio padre. Non volevo sprecarle.

Trovai tra alcuni rottami una spranga in acciaio, malamente curvata. Sono abbastanza sicuro fosse sporca di sangue raffermo. Trovai un grosso blocco di cemento che emergeva dall’erba ingiallita e salii in cima. Mi guardai intorno. In un momento di totale assenza di vento vidi muoversi qualcosa a pochi metri da me. Il tempo di accorgermene e un grosso cane mi stava saltando addosso, con i denti scoperti. Soltanto la Madonna sa con quale istinto riuscii a colpirlo. Cadde a terra guaendo e io iniziai a correre verso la cupola in cemento nell’ingenua speranza che qualcuno mi avrebbe aperto. Il cane mi raggiunse, mi afferrò per una gamba e iniziò a trascinarmi tirando il pantalone che già si stava macchiando del mio sangue. Avevo ancora la spranga in mano. Iniziai a colpirlo sul muso, con tutta la forza che avevo, finché crollò a terra con un suono sordo, emettendo pietosi versi di dolore. Tremavo e piangevo. La gamba mi faceva un male tremendo.

“Finiscilo” disse una voce profonda alle mie spalle.

Non volevo girarmi e non lo feci.

“Sta già morendo…” risposi.

“Finisci quello che hai cominciato, o vattene.” Il suo tono non concedeva repliche.

Mi alzai a fatica e mi avvicinai alla bestia morente. Puntai il pezzo di ferro sulla sua testa, voltai lo sguardo e usai il mio peso per spaccare l’osso e la carne. Un rumore inumano che non voglio ricordare. Il colpo mi vibrò lungo la schiena.

Mi girai per guardare la carcassa e vidi che il cane aveva altre ferite sul corpo. Forse non ero il primo con cui si era scontrato.

Alzai la testa verso il mandante del mio delitto, ma era in controluce e non riuscii a distinguerlo finché non avvicinò la faccia alla mia, mi prese per la maglia e mi consegnò la sua lezione di benvenuto: “Guarda sempre negli occhi quando ammazzi.”

Avevo iniziato un addestramento e non lo sapevo.


Alan Moras era sproporzionato, con le braccia più lunghe e le mani più grandi che avessi mai visto. Aveva una schiena che faceva ombra su due persone. Più di tutto, mi ci volle tempo per abituarmi ai suoi occhi, così chiari che quando la luce gli andava sulla faccia riuscivi a vedere solo la pupilla. A volte mi era difficile considerarlo un essere umano.

Mi accompagnò in uno dei container abbandonati. Mi fece sedere e mi medicò la gamba. Lui non parlò, ma io avevo capito che a casa non ci tornavo più. Nel mio paese, quando dimostri di poter lottare diventi un militante. Il problema era lo schieramento. Non c’erano bandiere, o ideali, o leader da seguire. Finivi in una squadra e dovevi sopravvivere per prendere cibo e acqua per i tuoi cari. Se ne avevi ancora in vita.

I primi giorni Moras mi fece dormire in una macchina abbandonata. Finché non avessi imparato a fiutare la morte, mi disse. Era una balla, non sei mai tu che fiuti la morte. Dormivo poco e a fatica fino a che lui non mi svegliava lanciando un sasso sulle lamiere arrugginite. Mi faceva allenare nella corsa. Mi faceva arrampicare sugli alberi. Mi faceva sollevare pesi fino a che non vomitavo e svenivo per la stanchezza.

Una mattina mi svegliò con una secchiata di ghiaccio. Lo vidi allontanarsi dalla macchina, mi sistemai in fretta e lo seguii. Ero così sconvolto da non riuscire a fare altro che obbedire a quegli ordini impliciti. Mi condusse nella cupola in cemento. Era un arsenale.

“Impara a riconoscere le armi e il dolore che provocano. Impara che non tutto quello che esplode uccide. Se puoi, scegli la lama. La lama non fa rumore.”

Mi fece vedere delle registrazioni. In alcune si vedeva come montare e smontare un fucile, in altre si vedevano uomini e donne giustiziati con ogni tipo di arma. Rimasi lì dentro per dieci giorni. Ogni tanto Moras entrava e mi insegnava la teoria del dolore. Ogni tanto mi portava da mangiare. Il decimo giorno mi condusse fuori e mi passò una lama sul petto, incidendomi da spalla a spalla. Prima che potessi reagire mi prese la faccia con una mano e mi fissò con i suoi occhi bianchi. “Se ti fai distrarre dal dolore, ti ammazzano.” Poi mi insegnò ad auto-medicarmi con ogni possibile mezzo di fortuna. Alla sera mi fece trovare un panino e accanto al panino il coltello con cui mi aveva inciso il petto. E un biglietto. Questo è tuo. Impara a fartelo bastare.

In quel momento iniziava il vero addestramento di Alan Moras.


“Prima lezione: impara a uccidere prima di colpire.”

Mi spiegò come funziona il corpo umano e come annichilirlo. Mi insegnò a sgozzare un cane randagio. Se sapevo fottere un animale selvatico, potevo fottere qualunque uomo.


“Seconda lezione: impara a distinguere gli alleati.”

Di solito una guerra ha una fazione di oppositori e una di ribelli. In questa guerra c’erano solo morti di fame, sciacalli di ogni specie e ragazzini troppo ingenui per comprendere l’odio. Chi stava da questa parte della barricata aveva segni neri sul volto e un simbolo tatuato sul collo. Io ebbi il mio, ma non seppi mai il suo significato.


“Terza lezione: in questa guerra non ci sono alleati.”

Una settimana dopo, di notte, mi condusse in un accampamento a un’ora di distanza dalla cupola in cemento. Si erano riunite almeno un centinaio di persone. C’erano dei fuochi nei bidoni e un patibolo. Sul patibolo un ragazzo poco più grande di me. Ci avvicinammo. Sopra la clavicola destra aveva un simbolo identico al mio. Un uomo coi capelli grigi lo accusò di aver tradito la propria squadra. Il ragazzo piangeva. Le lacrime continuarono a scendergli sul viso anche quando gli spararono in pieno volto.


“Quarta lezione: non lasciare morti a metà. Chi non uccidi oggi, ti uccide domani.”

Mi portò sul luogo di una piccola guerriglia e mi fece piantare il coltello nelle tempie di coloro che ancora respiravano.


La guerra iniziò un mese dopo. Il paese era in fiamme. Un messaggero comunicò a Moras che tutta la mia famiglia era stata uccisa. Lui non mi disse nulla, ma mi consegnò una pistola e tre scatole di munizioni. Era il suo modo per abbracciarmi.

Mi unii alla mia squadra, eravamo in venti. Ero il più vecchio, forse non il più esperto. A capo c’era Alan Moras che aveva addestrato ognuno di noi singolarmente. Ci spiegò il nostro ruolo nella guerra. Ci disse che dovevamo morire più tardi possibile. Ci disse che dovevamo lasciarci dietro corpi morti e di non preoccuparci, che di anime questo paese non ne aveva più da molto tempo.

Partimmo con l’oscurità. Eravamo equipaggiati come militari, preparati come militari, arrabbiati come militari. Ma eravamo solo ragazzini buttati in trincea.

Assaltammo l’accampamento. Uccisi tre nemici nel silenzio micidiale della mia lama. Poi scoppiò lo scontro e al silenzio la morte preferì il fracasso. Cademmo, uno dopo l’altro. Il nemico era più forte e più preparato di noi. Scappavo, mi difendevo e ammazzavo. Poi caddi. Mi trovai steso accanto al corpo sproporzionato di Alan Moras. Nei suoi occhi quasi bianchi vidi solo il sangue.

Rimasi a terra. Piangevo nella vergogna e nella paura della mia morte simulata. Venne la mattina e intorno sentivo solamente i passi dei nemici e qualche parola confusa. Avevo gli occhi e la bocca serrati. Ogni tanto inspiravo ed espiravo dal naso. Finché non sentii una lama puntata alla tempia e la mano della guerra mi uccise per davvero.

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