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Jonny




Un letto sudicio. Il materasso costellato di macchie umane e sgradevoli. Una coperta color panna sbiadito, un cuscino sfatto dalla forma simile a un sacchetto di carne in putrefazione. La struttura di legno svedese ammaccata, ma impreziosita da una coltre inamovibile di polvere stanca. Sotto al letto, pile di giornali della città. Nessuno di questi ha mai incontrato davvero gli occhi di chi li ha comprati. Sul comodino giace solitario un posacenere. Cassetti vuoti, sporchissimi. Sopra la testata del letto una finestra piccola, rettangolare, con vetri isolati malissimo, che dà su una parete grigia del palazzo di fronte. Impossibile notare altro vista la vicinanza dell’edificio. A fianco del letto un tappeto di un colore simile al rosa-rosso, dall’odore sulfureo. Una scrivania in legno, due libri. Un blocco per gli appunti dipinto fitto fitto da scritte incomprensibili, a meno di un’attenta visione. Le uniche parole interpretabili di primo acchito sono aiuto e perché, scritte con carattere visibilmente più grande rispetto a tutto il resto. Sembra di leggere un bisbiglio non udibile intervallato da grida isteriche. Altro posacenere sull’angolo superiore destro della scrivania. Molta cenere e nessuna sigaretta. Tutto fa pensare che sia stato svuotato da poco. Sopra alla scrivania una mensola impolverata vuota. Dalla polvere si può notare che sopra vi fosse un oggetto di forma rettangolare, più piccolo di un libro comune. A sinistra, senza nessuna evidenza, un quadro raffigurante due amanti. Solo contorni bianchi che delineano i due volti a contatto su fondo nero. È l’unico quadro della casa. Dalla parte opposta al letto una piccolissima cucina provata dalla rabbia. Oltre alla noncuranza igienica, tutti i mobili sono stati segnati da botte, oggetti scagliati e umidità. Nelle dispense il minimo per sopravvivere. Caffè, sale, zucchero, una mezza bottiglia di olio. Un corredo di due piatti lisci e due fondi, tutti incrostati di cibo nel lavello. Lavello a singola vasca, in acciaio, dove si affaccia un rubinetto che perde. Sul soffitto un lampadario con finte candele rivolte verso il basso di cui funzionano cinque lampadine su dodici presenti. Il bagnetto, addobbato da una carta da parati giallina su ogni sanitario, non presenta nulla di sospetto. Igiene scarsa, uno spazzolino blu unto, un sapone generico, un cencio rigido che dovrebbe funzionare da asciugamano. Non ci sono armadi e, di conseguenza, non ci sono altri spazi dove controllare. Nessuna traccia disponibile. “Jonny, la casa è stata studiata da cima a fondo. Lui non c’è e non possiamo sapere dove sia andato da quel che ha lasciato qui. Sicuramente, Jonny, sta diventando complicato... Jonny? Mi stai ascoltando?” Jonny è distratto, nella sua uniforme da neopoliziotto modello continua a osservare il materasso. “Ehi! Non posso minacciare di farti rapporto al tuo primo giorno di servizio! Datti una svegliata! Hai dato tutto il corredo ai forensi per i test? Hai compilato il rapporto? Hai fatto un qualche cosa di utile a parte generarmi fastidio e imbarazzo?” Gli occhi di un bambino, quelli di Jonny.

“Sì... Detective... come da procedura ho fatto tutto ciò da lei richiesto. Mi scusi, forse è l’emozione del mio primo incarico... davvero non so come dirlo senza sembrare un patetico idiota.” Voce tremante e sguardo fisso sul materasso. Il materasso sembra il medesimo dell’analisi precedente. Qualche macchia, puzza, che altro? Un momento. Forse il ragazzo ha avuto un guizzo di genio da principiante. Quel materasso è spesso due volte un materasso normale. Bella intuizione, certo, ma il Detective sono io. Ora ti metto al tuo posto. Schema classico di imposizione gerarchica, sguardo innervosito basso, successivo sguardo nel vuoto in modo da far notare tutti i segnali del volto che donano l’idea di rabbia in crescere, pugno alla parete, scatto verso il pivello, presa e stretta dei vestiti sullo sterno, sbattere alla parete. Se non funziona, ripetere gli ultimi due passaggi con violenza. “Senti, Jonny testina di cazzo boy, non siamo qui a farci fottere da un pezzo di merda che fa a pezzi gente. Questa è l’unica merdosissima pista che abbiamo. Questa casa del cazzo puzza di merda in ogni angolo, non abbiamo nessun indizio e quelle cazzo di scritte sono incomprensibili. Devo spaccarti la faccia o mi dici nella tua testolina di bimbo spaventato che sta succedendo?” Sguardo terrorizzato, fisso nei miei occhi. Incapacità di rispondere. Una sola reazione, Jonny non riesce a non voltarsi verso il materasso. Ho solo un modo per aiutare le reclute: la minaccia. “Parla o fai la fine delle ultime ventisei vittime!”

Seconda fase dell’imposizione gerarchica: riprendere la totale calma, lasciare disarmato l’attaccato pivello, aspettare. “Ve... veramente, Detective, il mio nome è cadetto Kim Cutth Roats, Detective. Ho paura per ciò che le sto per dire, credo che qualcosa si nasconda nel materasso, Detective. Non riesco a smettere di guardare nell’angolo... Detective...” Nell’angolo del materasso, sulla struttura che lo regge, c’è un’interruzione della coltre di polvere. Una linea. Stando a osservarla si possono notare dei piccolissimi movimenti dell’aria. Alla prova dei sensi, avvicinando la mano al materasso in corrispondenza dell’interruzione, si sente un debolissimo soffio alternato. Un animale? Un ratto che ha trovato riparo per i suoi cuccioli? Premo verso il debole soffio, sento un tubo rigido, non c’è altro da fare se non tapparlo. “Detective Detective, il materasso si muove!”

“Jonny, prendi un coltello e apri nell’esatta metà laterale il materasso. Ho il timore che questo sia l’appartamento giusto per il motivo sbagliato. Ti ricordi l’ultimo messaggio arrivato in centrale? Il sudicio risorgerà dalla sua crisalide se lo stolto vedrà le due metà? Apri.” Appena Kim detto Jonny comincia ad affondare la lama nel materasso, nell’appartamento si sprigiona un olezzo infestante. La lama entra nel materasso per meno di dieci centimetri, battendo contro qualcosa di chiaramente rigido. Trattengo a stento il vomito. Mi correggo, sono costretto a deglutire il vomito. Devo segnarmela, quest’ultima frase riassume per bene il lavoro del Detective. A quest’ora puzzerò già di morte e fogna. Grazie alle divinità del fottuto creato, nessuno mi aspetta profumato a casa stasera. Scoperchiamo il materasso. L’opera d’arte. All’interno una teca in plexiglass. Dentro alla teca una specie di busto con delle flebo e relative cannule conficcate in più punti. Il corpo di una donna, a cui sono stati strappati gli arti. Gli occhi sono spalancati. Respira. Respira tramite una mascherina collegata a un tubicino che porta l’aria fuori dalla teca e dal materasso. All’altezza delle spalle e del bacino, vistose bruciature. Probabilmente per bloccare le emorragie. Non ha vestiti e sembra viva. Apro la teca, mentre mando Jonny a chiamare chiunque possa provare a salvare la vita di questa parte di ragazza. Fosse per me, metterei fine alle sue pene. Nel sarcofago trasparente, davanti al suo bacino, una chiavetta. “Presto, portatemi un PC ora!” Un video e una cartella. Copio i file e li spedisco in centrale. Apro il video. Nello schermo appare lo stesso appartamento, nelle stesse identiche condizioni. Non sento l’audio. Non si vede nulla se non lo scorcio del letto. “Qualcuno alzi l’audio a questo maledetto PC!” Ecco, ci siamo, via. “Sono il Detective Preacher, questa che vedete è la stanza in cui ho nascosto il mio ventisettesimo sacrificio.” Pausa. È la mia voce, è questo appartamento. Un momento, è la mia voce. Ho già inviato tutto in centrale, merda. Perché c’è la mia stupidissima voce in questo video? Calmati, Preacher, calmati! Non capisco. Intravedo con la coda dell’occhio che i due leccapiedi della centrale hanno la mano sulla fondina. Non mi giro. Play. “Ho ucciso perché il sistema giudiziario è corrotto e inefficace. Troverete tutte le prove che attestano la mia colpevolezza sia nel file allegato, sia nel ventre della ragazza. Osserverete che nella fronte c’è un tatuaggio con la scritta uccidimi e sotto l’intestino aprimi. L’ho fatto per agevolare il sistema che non è in grado di redarre un’ipotesi seria anche con tutte le prove in mano. In casa mia troverete tutti e quattro gli arti nascosti nel controsoffitto. Sono stanco di una vita che non ha giustizia.”

Stop. Mi giro lentamente, vedo con piacere che Jonny è tornato. Tutti e tre mi stanno puntando la pistola. “Detective… Preacher… lei è in arr…” “Ma che cazzo dici, Jonny!” urlo, forse troppo. “Vedi di darti una calmata! Non capisci che mi hanno incastrato? È tutta una messa in scena! Sparate alla ragazza e guardate che le hanno nascosto nelle budella! Forza! Mettete giù quelle armi, ragazzini che non siete altro!” “Metta le mani dietro la schie...” Non resisto, non è possibile. Un quarto di lustro a correre dietro al peggior serial killer degli ultimi trent’anni. Mi ha incastrato. Ma come? Devo ottenere la ragione. Devo riprendermi la ragione. Io ho ragione. Ho qualche istante prima che mi saltino addosso. Vediamo, nella tasca dell’impermeabile ho il serramanico del primo idiota che ho arrestato. Ottimo souvenir. In sequenza dovrei: abbassarmi, prendere il coltello e farlo scattare, con l’altra mano prendere la Colt, sparo in fronte e squarcio. Posso farcela. Ci riesco, ma vengo fermato nell’istante successivo. Jonny, o come cazzo si chiama, è più forte di quanto pensassi. Ora ho le mani ammanettate dietro alla schiena. “Jonny, pivellino saccente, vedrai che bel rapporto ti farò quando avrete capito che mi hanno incastrato. Almeno guarda che cazzo hanno infilato nella pancia di sto busto arrostito. Guarda!” Non guarda, prosegue nella lettura dei miei diritti. Non so che fare. Aiuto. Ma perché?

Perché? Aiuto! “Detective Preacher, hanno aperto i file. Ci sono ventisette video. Ci sono ventisette video che ritraggono lei che uccide. Lei che squarta e ride. Lei che stupra ventisette innocenti. Lei che racconta di essere in polizia per arrotondare il personale senso di giustizia. Non faccia lo stupido. La dichiaro in arresto.” Mi trascinano via, scendiamo le scale. Resto in silenzio perché non capisco. Entriamo in macchina, per la prima volta sto dietro. Guardo Jonny dallo specchietto. Sorride. Non riesco a parlare. È tutto così surreale. Ventisette morti per incastrarmi. Ventisette anime portate via per il piacere di farmi male. Chi può avere così a cuore il distruggermi definitivamente? Solo io potrei. Solo io mi odio così tanto. Solo io, a causa di quel 2 luglio. Cazzo, quel sorriso. Jonny e il suo maledetto sorriso storto. Era lui il bambino nascosto dietro al divano di quei due spacciatori. Quel bambino che gridava aiuto mentre esplodevo tutto il caricatore in faccia a quei due. Quel bambino che chiedeva aiuto e che mi chiedeva perché. Quel bambino a cui ho riso in faccia, dopo avergli ammazzato ingiustamente i suoi. Scusa Jonny, tuo padre e tua madre erano innocenti. Scusa Jonny, non dovevo riderti in faccia. Scusa Jonny, io sono l’assassino. Aiuto Jonny. Perché Jonny? Aiuto. Perché? Aiuto.

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