• Lakombo Freak

Jérôme

di Sinistro Crudeli




sì de la scheggia rotta usciva insieme

parole e sangue; ond’io lasciai la cima

cadere, e stetti come l’uom che teme.

D. Alighieri, Inferno (Canto XIII)


In Passage d’Enfer, nella casa all’angolo col boulevard Raspail, Martial Faucheux completava la sua vendetta.

Rinchiuso nella libertà di Montparnasse come un vero artista, pervaso da una furia amara aveva strappato, spezzato, composto e inchiodato fino al mattino: pezze lerce e consunte, lamiere rugginose, assi marcite — fino a ottenere la creatura; un’opera senza eguali, un complesso caotico di scarti a somiglianza del suo artefice, un insulto a quei tronfi incompetenti del Comitato di selezione.

Il 1904 doveva essere la sua occasione, l’anno del trionfale ingresso al Salon d’Automne. Sarebbe entrato nel Grand Palais e i più celebri artisti l’avrebbero salutato come pari; strette le mani, avrebbero conversato di antichi maestri e vini di Borgogna. La folla di visitatori, accalcata e meravigliata davanti alle sue sculture, gli avrebbe commissionato decine d’opere… Il Comitato però l’aveva rifiutato.

L’inetta combutta d’imbrattatele e scalpellini non s’imbarazzava a esporre le oscenità barocche di Berthoud (come rifiutare un consocio?), l’ennesima nullaggine in gesso di Madame Girardet — e persino l’orrendo busto bronzeo di Tolstoj di quel raffinatissimo imbecille italiano, il principe Troubetzkoy. Gli avvizziti romantici s’erano lasciati ammaliare dai fascinosi decadenti, e avevano trovato spazio per tutti gli artistucoli d’Europa — mentre i veri talenti di Francia dall’anima incendiata si spegnevano nei vicoli sozzi, soffocati dalle fluide visioni della Fata Verde.

Martial aveva superato i trent’anni e ancora non aveva il riconoscimento che gli spettava — o che credeva meritare. Alcuni dei suoi illustri colleghi erano già stati insigniti della Legion d’onore, e venivano trattati con sofferta riverenza: per mostrar riguardo, i domestici d’ogni casa civile accostavano i vassoi di tartine prima a loro, e quei leccapiatti s’ingozzavano impunemente a danno degli emergenti squattrinati; cosicché a Parigi si potevano distinguere con facilità gli artisti apprezzati: eran quelli coi buzzi a stento tenuti nei panciotti.

Pittori e scultori oscuri, costernati dall’indifferenza dei concittadini, erano obbligati a patire la fame; ma Faucheux era deciso a emergere da quella massa ignota: così la creatura era stata composta in poco tempo.

Martial s’era messo all’opera appena due giorni dopo aver ricevuto la lettera di rifiuto, e la frenesia infernale aveva plasmato forme senza nesso apparente. Pure, quella improbabile scultura aveva tuttavia una bizzarra armonia di contorni, illusione di fattezze, chiara singolarità di plurime abiettezze che — ad occhi socchiusi — si sarebbe detta 'umana'. Numerosi arti di legno e ferraglia si stringevano, accavallavano; decine d'occhi di chiodi fissavano ogni angolo: in quell'omuncolo malnato s'era riversata la natura dell'esistenza e fissata in una sorta d'identità specifica, che l'artista volle chiudere in un nome: Jérôme.

La scultura era diventata più grande del pattume che la componeva, così pure il suo significato profondo, che aveva messo radici nell’animo ferito di Faucheux e ne stringeva il cuore alla sola vista; ma il creatore si specchiava nella creatura, e lavorando ogni giorno dall’orto all’occaso il suo odio la nutriva man mano che vi aggiungeva rottami. In meno d’una settimana Jérôme aveva occupato un quinto dello studio malmesso dello scultore, ed era ormai pronto per essere esibito; gli mancava giusto un chiodo per fissare l’ultimo ‘organo’ essenziale.

Il sole volgeva al tramonto, e Martial andò al suo tavolo per prendere il martello — ma non era dove ricordava d’averlo lasciato; lo cercò stizzito in tutta la stanza, convinto di averlo gettato distrattamente in qualche canto per la smania inventiva, ma non lo trovò. Dapprima ne fu stupito e indispettito, si convinse poi che l’ora tarda dileggiasse gli occhi sonnolenti, perciò se ne andò a dormire, certo che l’indomani mattina avrebbe terminato il figliolo deforme.

Il giorno seguente, levatosi di buonora, Faucheux si diresse subito nello studio e, bizzarramente di buonumore, salutò Jérôme — o almeno questo intendeva fare: dalla sua bocca non uscì parola. Pensando d’essere ancora intontito dal sonno, provò subito ad articolare un semplice ‘buongiorno’ all’infelice essere, e ancora non emise un suono. Cercò di pensare ad altre parole da sperimentare, per accertare che si trattasse di un fenomeno passeggero — forse una momentanea afonia causata da un’affezione alla gola — ma si accorse con orrore che non ne trovava; persino il ‘buongiorno’ pensato appena un istante prima si era dissolto, e nella testa non riusciva a trovare una ragione per muovere la lingua impalata. Sgomentato voleva chiedere aiuto, ma non sapeva più come fare; la sua mente navigava in acque atre e putrescenti: aveva perso le parole.

Soffocato da una nebbia di pensieri contorti sentiva mancarsi le forze, quando lo attirò un suono raccapricciante dal centro della stanza — una risata disumana, degna di una bestia infernale: Jérôme stava ridendo.

Martial vide la scultura muovere quel che appariva come un pezzo di carne livida incastrato tra due file irregolari di bullette inchiodate in altrettante assi guaste; somigliava alla bocca di un demonio, ossia come egli immaginava fossero le fauci di un diavolo. Tremante, in preda al terrore, le sue gambe non riuscivano più a reggerlo in piedi, e Faucheux disperatamente cadde a terra all’indietro. Cercò di sostenersi sulle braccia — ma sentì mancare la presa sulla destra, e quando vi voltò lo sguardo scoprì un moncone all’altezza della spalla: aveva perso il braccio.

Lacrime di paura gli coprivano gli occhi, prostrato vieppiù da quella sequela surreale di perdite incomprensibili. Martial tentava di dedicare ogni rimasuglio delle sue forze all’ideazione di un pensiero coerente — che trovasse una motivazione a quegli eventi tremendi, ma la sghignazzata di Jérôme si spandeva in ogni angolo dello studio e gli penetrava nelle orecchie, facendolo impazzire. Seppure accecato dal pianto, Faucheux volse lo sguardo alla sinistra creatura, pronto a supplicarle pietà — pur non sapendo come — semmai quell’accozzaglia di rifiuti conoscesse il significato di un atto di clemenza. Per qualche ragione ignota lo scultore sentiva che Jérôme era legato alle sue disgrazie; ma quando alzò gli occhi sul mostro vide questi alzare sopra sé delle lamiere congiunte, che all’estremità tenevano un martello — lo stesso che Martial non trovava la sera precedente.

D’un tratto un lampo attraversò la mente obnubilata dell’artista atterrito e si rese evidente l’innaturale motivo di quell’incubo: Jérôme aveva rubato quel che egli pensava avere perduto; il martello, la voce, le parole, il braccio… La ria creatura si stava nutrendo del suo creatore, così come prima quest’ultimo l’aveva alimentata del suo rancore. L’invidia, la rabbia, l’avversione erano state gli utensili con cui aveva composto il diabolico oggetto — che sarebbe dovuto diventare lo strumento della vendetta, e invece stava esplodendo contro il suo artefice. Le violente emozioni acrimoniose di Faucheux avevano pasciuto Jérôme nei giorni del suo sviluppo, ma raggiunta la forma matura all’omuncolo non bastava più quel misero pasto — ossia Martial non era più in grado di sfamarlo, giacché in esso aveva riversato ogni suo furore al colmo e non avrebbe saputo provare un odio maggiore di quello che già gli aveva servito.

Jérôme menava colpi di martello all’aria col braccio sottratto, e pareva intenzionato a colpire lo sfortunato scultore. La creatura era tuttavia priva di gambe, non poteva muoversi dal punto in cui era stata assemblata; Faucheux comprese in breve il suo proposito, e non volle attendere che Jérôme gli trafugasse pure i piedi per inseguirlo.

Con uno scatto, Martial si alzò da terra e raggiunse il tavolo da lavoro su cui, tra gli attrezzi, teneva una scatola di fiammiferi: ne accese alcuni e li gettò assieme alla scatola addosso a Jérôme. Quest’ultimo prese fuoco in un istante; fiamme violacee si diffusero velocemente sul suo corpo composito, e la creatura emise uno strido straziante. Lasciò cadere il martello e in preda al panico agitò l’arto rubato come a cercare di spegnere il rogo che egli stesso era. Jérôme continuava a gridare terrorizzato, ma niente poteva salvarlo da quel falò punitore. Faucheux assistette impetrato alla scena, e percepì che una parte di sé si stava consumando davanti al suo sguardo: l’orrida fine del mostro avrebbe dovuto compiacerlo, eppure non avvertiva soddisfazione alcuna nel vedere la sua creatura ardere — anzi, provava un confuso rimorso.

L’omuncolo sembrò intendere la sua condanna e, col braccio di lamiere, si strappò strillando assi di legno dal ‘corpo’ e le gettò ovunque nella stanza, diffondendo le fiamme. Appena si svelse l’ultimo legno ardente, Jérôme crollò su se stesso lanciando un ultimo urlo di dolore. L’incendio divampò rapidamente e lo studio divenne in breve una fornace mortale.

L’artista avrebbe potuto abbandonare la stanza prima che le fiamme bloccassero ogni egresso, e scampare al fuoco — ma qualcosa lo trattenne nello studio, e si mise impassibile nel punto in cui si trovavano i resti combusti della sua creatura; quando i componenti del mostro furono a terra bruciati riottenne il braccio, sentì la lingua muoversi in gola e la mente schiarirsi; si guardò intorno mentre l’inferno lo circondava, pronto a ghermirlo — ma restò nello studio vicino alla creatura, consapevole della fine, intenzionato a non eluderla.

Andandosene, Jérôme aveva restituito a Martial Faucheux il maltolto, ma gli aveva trafugato un valore inestimabile che avrebbe potuto salvarlo: la voglia di vivere.

0 visualizzazioni

Seguici su Facebook.

  • Lakombo Freak - racconti neri
  • Black Facebook Icon
  • Black Twitter Icon
  • Black Pinterest Icon
  • Black Flickr Icon
  • Black Instagram Icon

© 2019 by Lakombo Freak.