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Inizio-nulla-fine




Questo è un racconto. Non lo è nell’accezione classica. Non ti sto per narrare storie intrecciate, misteri, dogmi viscerali che suscitino in te un qualche tipo di sentimento. Prima di tutto, devi assolutamente comprendere questa legge. Iniziare e concludere.


L’esistenza ci ricorda l’unica costante comprensibile da tenere sotto controllo. Sembra quasi il solo carisma che traspare da ogni singolo filo che ci intreccia nel mistero assurdo dell’essere presenti. Nasci, muori. Il percorso rimane l’elemento nascosto. Se stiamo all’altare del dubbio, sopravvivere diventa impossibile. Il dubbio ci trasporta in una follia che si traduce in vivere. Vita, orpello letterario costruito da continui rimandi a piccole strategie, che nascono e muoiono. Sembrano delle spirali disegnate a forza, sovrapposte all’unica linea reale della nascita e della morte. Spirali che danno l’estetica idea di rallentare, di avere un controllo. Un controllo, pieno. L’illuso di turno, se crede di partire, non sapendo la conclusione, ipotizza che la conclusione non ci sia. Una volta appresa l’ineluttabile legge universale, quel senso costruttivo umano si degrada fino al punto di lasciarsi alle spalle empatia, sorrisi e dimestichezza con la felicità. Proprio ora, il meridiano Roma-Berlino è pronto alla resurrezione giornaliera. Il fatto che sia domenica rende l’evento quasi simbolico. Meno di diciassette ore e questo giorno avrà la sua fine. Mentre scrivo, qualcuno sarà nel proprio letto preda di Morfeo e della chimica di sussistenza cerebrale, che per l’equilibrio tra un giorno e l’altro ci obbliga a sottostare all’immaginazione, ci tiene sopiti. Ci mantiene ospiti di un riposo, virgola poco utile tra il via e l’arrivo. Non è vera immaginazione, al più si tratta di prove tecniche d’interpretazione per allontanare la parola fine dalle singole strade di ognuno. Qualcuno starà iniziando sporcando le lenzuola ritmicamente, magari nella speranza di dare eternità al proprio cognome, insediando il ventre di una compagna ben disposta a generare un’altra cosa che nasce e muore. Ci sostituiamo a noi stessi dentro alla furbizia dei sentimenti, con amore mettiamo in campo promesse, aldilà, ipotesi. Solo ipotesi. Non c’è motivo o scusa che realmente ci possa dare la forza di agire. Lo facciamo perché è innegabile, si crepa, ma lo si vuole fare dando un significato attivo al nostro sostare. Qualcuno adesso si sarà svegliato da solo e con lentezza starà immobile a letto decidendo come aspettare la fine anche oggi. L’istante che diviene passato trascina con sé le motivazioni di sussistenza di cui noi, umanamente, lo abbiamo caricato. Mi si può raccontare che siamo padroni del nostro destino. Eloquente è l’omicidio dove uno dei tanti che nascono e che muoiono si appropria del secondo atto della questione imponendolo su un altro. O su altri. O su se stesso. Sono dell’idea che questo risulti vero solo nell’istante in cui è vissuto. Prima fa parte del percorso, poi si parla di percorsi conclusi. Quindi, a volte, si nasce, ti sparano e muori. Ma possono spararti, prenderti sotto, convincerti che sei sbagliato, o mille altre possibilità.

Nel complesso muori perché sei nato. Al fine del conteggio totale, sei un uno sostituito poco dopo da uno zero.

Deve essere così. Altrimenti mio figlio… non ce la faccio.

Il tempo che passa è un tentennare fragile. Tutto questo, tutto questo che chiamiamo vita, non ha senso. Credo che Dio, o chi per esso, abbia inventato le forme di vita che cadono miseramente ogni giorno come mele nate marce solo per distrarsi dalla sua eternità. Una specie di bass-line del silenzio senza fine.


Non fosse così dovrei piangere e disperarmi davanti a questa dolce creatura che si dimena guardandomi negli occhi. Dovrei urlare, spaccare tutto, imprecare, chiedere perché. Invece sono qui, piuttosto sereno, a vederlo spegnersi dopo tre mesi di illusione. Me l’hanno svegliato per salutarlo. La madre è sotto sedativi e non si riprende. Il fratello maggiore ride e scherza con i nonni. Io sono qui, a un metro infinito dal suo viso che piange. Urla, grida, piange senza sapere come si scrive piangere. Fino a tre giorni fa ci credevo. Credevo che la vita fosse il più bel regalo che ci avessero dato. Pensavo che fosse difficile camminare, crescere, superare ostacoli, ma che ne valesse la pena. Una moglie, due figli, abbastanza ostacoli da superare per avere la soddisfazione quotidiana di avercela fatta. Guardare avanti, sempre avanti. Il futuro come metafora della sorpresa, del regalo. Pronti a impegnarsi per una possibile concreta esistenza.

Oggi è domenica, il giorno del Signore. Mercoledì, un giorno che non appartiene a nessuno, ho capito che niente ha senso. Ero da solo in casa con il mio secondogenito. Mia moglie era al lavoro solo la mattina e io ero a casa perché mi ero preso ferie per il gusto di stare in famiglia. Mi fa ridere a pensarci. Infatti, qui davanti a sta vetrina di morte neonatale, rido sguaiatamente.


Mio figlio più piccolo era sereno e felice. Non stava così tranquillo da dieci giorni. Giornata splendida. Il sole illuminava la cucina, il PC riproduceva fedelmente le sigle dei cartoni della mia infanzia. Avevo passato la mattina a ballare e cantare a squarciagola. Gli insegnavo a gridare con il pugno alzato la potenza di Ken Shiro. Avevo tutto sotto controllo. Hai presente quella sensazione ordinaria e piacevole di quando tutto fila liscio? Ti senti pieno di energie, appagato, persino bello. Per la felicità avevo sbagliato i tempi del cambio pannolino e la nanna. Capita, di solito non succede nulla. Mancava mezz’ora e tutta la famiglia si sarebbe riunita attorno al tavolo. Un tavolo umile, svedese. Non restava che accelerare i tempi cercando di non smontare la gioia. Un istante impercettibile mi aveva predetto l’epilogo nefasto, ma non gli diedi retta. Mi misi ai fornelli avvicinando la carrozzina, stando attento che non fosse in traiettoria di qualsiasi possibile pericolo. Il menù previsto era semplice, spaghettata con ragù da supermercato e una bottiglia di vino per festeggiare l’unico giorno infrasettimanale in cui potevamo stare assieme. Mentre riempivo la pentola d’acqua con una mano con l’altra sterilizzavo il biberon. Pentola sul fuoco, latte sul fuoco, preparazione tovaglia. A volte basta poco, avevo messo come centrotavola una foto di noi assieme. Il più bel centrotavola che possa esistere. Pentolina per il ragù, un goccio di olio di quello buono. Avevo messo il telefono vicino ai fuochi per tenere d’occhio l’ora. Prima di buttare giù gli spaghetti avevo dato il biberon al cucciolo, avvicinandolo un po’ troppo. Non avevo scelta, non sarei riuscito a tener d’occhio il ragù, l’acqua e il piccolo. Mancavano dieci minuti all’ora prevista per il pranzo quando mi arrivò un messaggio. “Amore, cinque minuti e sono a casa. Sono sola, l’altro piccolo va dai nonni dopo scuola. Pronte le pappe?”

Ricordo di aver risposto “Quasi, scrivi quando sei qua che voglio che sia tutto a posto.”


Non pensavo fosse l’ultimo barlume di normalità. Come potevo? L’ultimo sprazzo di umanità, di senso, di… vita. L’acqua bolliva mentre il tempo non mi dava tregua. Con una mano mescolavo a turno il ragù e gli spaghetti, mentre con un piede cullavo il passeggino del piccolo. Non sapevo, mi ero distratto, non potevo sapere. Dopo qualche minuto quella stupidissima vibrazione. Stupida, stupida, stupida vibrazione di quella merda di telefono. Tenendo il ritmo con il piede per mantenere il sonno post-biberon prendevo il telefono. Il tappeto scivolava sotto il piede perno facendomi spostare la pentola in ebollizione. Cadde. Addosso. Cadde addosso a lui. In meno di una frazione di secondo ero in piedi a cercare di asciugarlo, mentre parte della pelle si toglieva. Lui, dolcissimo cucciolo di uomo, aveva gli occhi spalancati. Ci mise uno o due secondi per percepire il dolore. Grida straziate. Provavo ad asciugarlo e gridava. Bolle ovunque, nel petto, nei piedini. Quei piccoli piedini. Mia moglie svenne sul colpo alla vista. Non avevo nemmeno sentito che fosse entrata. Telefono, centodiciotto, tutto molto confuso.

Quando mi ritrovai solo, avevo la tavola ancora preparata. La pentola per terra. Il silenzio tipico di chi ha capito tutto. Tutto inizia, tutto finisce, il percorso cambia poco.

Forse, un motivo per continuare c’è. Così continuano da tre giorni. Tutti. Mi rincuorano. Tre stanze più in là c’è mia moglie che non si è più ripresa. Dicono sia lo shock. Io so solo che la vedo sorridente piena di ogni tipologia di schifezze chimiche atte a tenerla lontana dalla realtà. Mio figlio più grande percepirà questo dolore fra un po’. Io sono qui. A cento centimetri dal mio cuore bendato. A un vetro di distanza. Sto ridendo sguaiatamente, non c’è niente di vero. Non è possibile. Non può essere vero. Tutto inizia e tutto finisce. La strada che fai non cambia l’epilogo. Non c’è niente di reale, se non l’istante in cui vieni alla luce e l’istante in cui quella luce si spegne. Non mi sento bene, fa tanto ridere se ci pensi. È tutto così strano che non può essere reale. Sono un padre? Sono l’omicida di mio figlio? Che importa. Anche per me tutto è iniziato tanti anni fa. Fine.




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