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Il mio interesse per la Morte




Questa mattina ho sentito una canzone che diceva: i sogni nei quali sto morendo, sono i migliori che io abbia mai fatto. Mi chiedo se sia davvero così, se moriamo nei nostri sogni o se, invece, sogniamo di più quando stiamo morendo.

Trovo ci sia qualcosa di estremamente vivido e vitale nel parlare di come arriverà la nostra fine, ma mi rendo conto che si tratta di un argomento che in pochi amano affrontare. Io mi trovo a mio agio. Al liceo venivo spesso picchiato per via di questo mio, a detta loro macabro, interesse.

Il mio rapporto con la Morte è sempre stato diverso da quello dei miei coetanei. Credo sia cominciato tutto quando ho visto la salma di mio nonno, nella camera mortuaria. Ero piccolo e quel momento si è impresso nella mia memoria. Mi ricordo di aver guardato il suo corpo per lunghi minuti, lo avevano appoggiato su un carrello di acciaio. Nella stessa stanza, separati da tende bianche, c’erano altri corpi, una decina credo, e tante persone attorno a ognuno. Vicino a quello di mio nonno c’eravamo solo io e mio padre.

Così questa è la Morte, mi sono detto. Guardavo quel corpo immobile, ma non ebbi la sensazione che stesse dormendo, come mi aveva raccontato mia nonna, suppongo per addolcire il momento. Ebbi piuttosto l’impressione che fosse qualcos’altro. Non mi avvicinai e non lo baciai, com’era invece da tradizione. Una volta usciti mio padre mi sgridò. Non ho mai compreso a fondo il motivo.

Non so spiegarlo e non vorrei iniziare a fare congetture fantasiose su cosa posso aver pensato a dieci anni in un’occasione così forte. Di certo quella è stata la prima volta che affrontavo faccia a faccia la vista di una persona che conoscevo e che non era più viva. Forse è stato un rito di iniziazione, un primo contatto, non so dirlo.

Ho ragionato sul fattore psicologico: forse quando ero in fasce mi è stato detto qualcosa, magari una frase o addirittura un discorso lungo e articolato, e da allora porto con me un pensiero sull’aldilà che mi si è insinuato tra la pelle e l’anima. Magari fu proprio mio nonno a trasmettermi strane idee. Era un poeta, mi hanno detto.

O magari, e mi dispiace se finisco per romanzare il mio racconto, ogni volta che seppellivo uno dei miei animali, ogni volta che lasciavo un corpo alla terra, la Morte lo considerava un dono e si affezionava a me.

Ma queste sono divagazioni.


Non credo di averci mai parlato davvero. Intendo, che non mi ha mai risposto in modo chiaro. Un po’ come le persone che pregano e dicono di aver chiacchierato con Dio. Non ho idea se esista questo loro Dio, ma chiacchierare con qualcuno io credo significhi scambiarsi messaggi con lo stesso linguaggio. Noi umani siamo tanto evoluti, ma in quanto a modi di comunicare, oltre alle parole e a qualche codice, non ne sappiamo usare tanti, quantomeno non per dialogare tra di noi e con le realtà che abbiamo intorno. Quindi no, non credo di averci mai parlato e, in fondo, chi vorrebbe davvero parlare con la Morte? Io, in effetti.

Credo però che mi abbia suggerito delle cose, dei concetti astratti suppongo. Prima fra tutte l’idea che, ogni volta che una persona passa oltre, in questa realtà si crea un dipinto etereo, un’opera d’arte intangibile. A noi che rimaniamo è data la possibilità di interpretarne il significato.

È una bella immagine, nonostante tutto.

Se la Morte fosse un pittore, io credo dipingerebbe come William Turner. Fu un precursore della corrente impressionista. Ho sempre amato il concetto romantico di impressionismo: l’idea che il soggetto in sé diventi meno rilevante del paesaggio, e che il colore diventi più importante del disegno. Suppongo il messaggio sia, volendo seguire questa visione, che quando smetti di vivere non è più importante chi eri, ma quello che avevi intorno; che non sono importanti i dettagli di quello che hai fatto, ma quanto la gente si emoziona evocando il tuo ricordo.

Sì, sono abbastanza sicuro che la Morte abbia le mani e il gusto di Will Turner.


Non ho mai pensato al suicidio, sicuramente non come forma di risoluzione dei miei problemi. Non ho mai realmente avuto problemi che richiedessero una chiusura forzata. In effetti, a parte questo mio curioso rapporto con la Signora – per non usare sempre la parola Morte –, la mia vita è stata molto ordinaria, seppur con qualche picco di entusiasmante originalità. Credo sia così per tutti quelli normali.

Di certo, mai sarei tanto arrogante da togliermi la vita in modo preventivo, solo per potermi trovare al Suo cospetto. Quando la Morte mi chiamerà, mi farò trovare.


Quanto al mio rapporto con i satanisti, non esiste, per tre motivi ben definiti. Il primo è semplice: dire satanista è troppo generico, considerata la vastità di varianti con cui viene venerato il Diavolo. Mi stupisce come i cristiani non comprendano questo fatto, viste le molteplici versioni di Dio che si sono raccontati nei secoli.

In secondo luogo non sono un satanista perché, se mai qualcuno dovesse collegare certe mie relazioni sentimentali con l’adozione di un preciso culto, si dovrebbe piuttosto parlare di Luciferismo.

È una filosofia che mi ha sempre affascinato, che riscrive la storia di Lucifero non come un essere malvagio, bensì come un divino Prometeo, la cui unica colpa è stata quella di voler consegnare il fuoco della conoscenza agli uomini. Opponendosi, quindi, alla volontà di un padre demiurgo e permaloso, venne segregato negli inferi con l’ingiusta effige di demonio supremo.

In pratica, l’emblema del male per come lo conosciamo, secondo i Luciferisti ovviamente, non è altro che un abile diversivo del vero cattivo, cioè Dio, il dispotico architetto.

In tutto questo discorso, però, la Morte non c’entra nulla, ed ecco il terzo motivo, il più importante: sia Dio che il Diavolo, per poter gonfiare il loro personale carnet di anime, hanno bisogno di qualcuno che gliele procuri.

Se mai il Demonio e il Signore dovessero esistere sul serio, me li immagino fermi alla porta dei loro decoratissimi aldilà, nell’eterna e ridondante attesa di un corriere che consegni loro il tanto atteso pacco del giorno.

Questo fa di Caronte il personaggio della mitologia che più trovo affascinante.

Quindi no, non sono satanista.


Sono un amante della vita? Certo che sì. La vita è l’unico mezzo che abbiamo per raggiungere la Morte. La Morte, di contrappeso, è l’unico modo che abbiamo per apprezzare il dono della vita. Trovo triste questa separazione arbitraria e questo diffuso disprezzo per chi, come me, ama vivere la Morte come un rapporto a tre.

Mi ricordo di un ragazzo, Pier, credo fosse figlio di emigrati francesi. Anche lui viveva in un cupo e poetico ménage à trois: il suo corpo maschile, il suo cuore di ragazza e la sua idea che l’amore non dovrebbe sporcarsi di convenzioni sociali e regimi estetici.

È stato ucciso da un gruppo eterogeneo di uomini e donne, uniti nell’odio.

Ora è una bellissima ballerina in un quadro di Degas.


Il giudizio della gente? Vede, io, per questo mio interesse nei confronti della Morte, vengo additato come abominio da chi poi, verso la vita, non dimostra nessun interesse. Trovo che questo sia soltanto un buffo e trascurabile controsenso.


Bene, Signor Jung. Dovrei aver risposto a tutte le sue domande, le lascio gli appunti qui sulla scrivania. Se non ha nulla in contrario, e nel suo stato attuale di cadavere non credo, io ora me ne andrei. Tra poco inizio il mio nuovo lavoro e voglio essere puntuale. Non che cambi qualcosa spaccare il minuto all’obitorio, sia chiaro, ma è una questione di professionalità.

È un arrivederci, quindi. A più tardi!

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