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Freaky Nice Day




Sto correndo, disperata. Tutto il mio corpo non sa più di esistere, la mente vacilla e l’ossigeno è sempre meno. Corro, respiro, piango. Salto gli ostacoli di questo bosco dissestato, rami e arbusti mi graffiano, ma non sento dolore. Continuo a scappare, credo. O forse sto correndo verso qualcosa. Non riesco a focalizzare il momento, le immagini scorrono veloci. La luna, da lassù, mi guarda annoiata. Tutte le mie forze sono impiegate per aumentare la velocità.

Vorrei sopprimere il pianto. Un pianto totale, uno scorrere di pietre salate dai miei occhi. Lacrime veloci e piene. Scorrono sul viso senza aggrapparsi, creando un’ombra di tristezza. Una scia di strazio lungo la folle corsa. Forse mi ha raggiunta. Ho vantaggio, ho sempre qualche vantaggio. Prendo fiato a pieni polmoni riposando il busto sulle ginocchia. Sorride, lei, lassù, risplendendo d’ironia. Luna, bella e stronza luna. Un po’ ci si assomiglia, vero? Un rumore di ramo calpestato, di nuovo la morte nelle vene. La sfrenata cavalcata della paura. Non riesco a vedere la fine del bosco, spero solo che, a breve, ci sia qualche barlume di vita civile. Sento lo stomaco duro come pietra e un bruciore in fondo alla gola. Ho bisogno di ossigeno, ma lui non ha bisogno di me. Un po’ come la vita. Noi abbiamo bisogno della vita, ma la vita non ha bisogno di noi. Con la morte ci si capisce meglio. Con la luna ci si litiga, ma non ci si stacca mai. Con i demoni personali bisogna correre. Forse non ce la farò, ma ci avrò provato. Io ci provo sempre. Dove sono i miei cari? Dov’è mia figlia? Ha bisogno di me! Sento che le gambe stanno cedendo, le caviglie scricchiolano come rametti secchi di una foresta maledetta. Via, via, via, sempre più veloce. Altri ostacoli, non posso farcela. Salto il primo, mi preparo a evitare quel ramo. No, c’è una radice! Accorcio la distanza, non farò a tempo! Non c’era! Si è materializzata, non riesco a fermarmi e soprattutto non devo! Non devo, forse ci sarà la mia bambina alla fine del bosco. Forse l’uomo di cui sono innamorata. Forse sto solo scappando dalla morte certa. Le sinapsi lavorano, i polmoni caricano aria fredda, la luna si prende gioco della mia fuga. Sono pronta, evito il ramo e salto per scavalcare quella radice. Ma si alza. Cado. “Ehi, tu che sei tu, felice di vederti!” una figura davanti a me mi cede la mano per alzarmi. Pantaloni neri in pelle, una giacca viola. La mano protesa verso di me è costellata di anelli enormi e grotteschi. Tutti d’oro. Ci sono simboli, scritte e pietre di colori nuovi. Nuovi agli occhi e vecchi come il mondo all’anima. Nell’altra mano un bastone raffinato. Testa in avorio, spuma di mare. Punta in argento.

Non è strano doversi descrivere ciò che ci circonda? Non recupero ossigeno, lui è così tranquillo. Affannata, cerco di focalizzare i dettagli. Sento l’agonia del dolore e la fuga che mi straziava fino a un momento fa dissolversi in atomi di vecchi ricordi. Mi sento al sicuro. Il proprietario di quella mano, corsa in mio aiuto, porta pantaloni neri in pelle, una giacca viola lunga, una camicia bianca a colletto ampio e la faccia dipinta da teschio. Troneggia sul capo un cilindro di pregevole fattura in perfetta armonia con la giacca. Chi diavolo è questo? “Sai, la parola bellezza si sente inadatta a definire l’estrosa dolcezza dei tuoi occhi. Ah già, i tuoi dubbi. No, non sono un banale diavolo. Più o meno. Ma dimmi un po’, che ci fai qui? Perdona la maleducazione: benvenuta nell’incantevole Freaky Nice Day Hotel!” Mi aiuta ad alzarmi, devo essere in condizioni pietose. Mi sento sollevare senza sforzo. Provo la leggerezza di uno spirito di vento. Nonostante quella sensazione di calma la ferite aperte lungo tutte le braccia bruciano. O, meglio, penso che stiano bruciando. Il mio viso è stravolto dal pianto. Non devo aver perso del tutto la ragione se penso di sembrare un cesso indegno.

Anche in questa follia la vanità innesca una scintilla di realtà. Dura poco. Pochissimo. Cerco di percepire come sono vestita. Non so nemmeno se sono vestita. Non so nemmeno perché sono qui. Forse ho solo avuto paura. La magia di chi sa che nel sogno non sa di sognare. L’incoscienza di chi nella vita non sa di vivere.

Lui mi guarda con dolcezza, mi guarda come chi ti conosce così profondamente da non riuscire a vedere difetti. Ti senti addosso gli occhi di un pittore davanti al suo più grande capolavoro. Così vicino al mio abisso che lo sento privarmi di ogni segreto. Chi è costui? Perché mi guarda con quella dolcezza? Dove mi ha trovato? Sono salva? “No, piccola, non sei salva. Anzi, se sei qui le possibilità sono due: o scappi o insegui. Se insegui, devi chiederti cosa o chi. Se scappi, hai un buon motivo per essere inseguita. Posso dirti la verità? Di tutte le anime che passano da questo hotel, la tua è la più inaspettata! Capita di rado che incontri qui persone che ho conosciuto dall’altra parte, non so se mi spiego.” Ma dove sono finita? Un momento! Quella faccia, quel sorriso, quella dolcezza. Io lo conosco. L’ho già incontrato. Era vestito in modo diverso, il viso era pulito, i nostri figli si sono parlati. Ricordo che ridevo, risate leggere. Stavo bene e, per quanto sconosciuto, quegli occhi catturarono le mie attenzioni. Ricordo che per un attimo ciò che mi circondava era sparito e lui era diventato il centro delle mie attenzioni. Come può essere qui? Qui, dove?

Finalmente il fiato mi ridona la possibilità di parlare. Ora mi sente. Non nego il fascino, non nego l’eloquenza, ma questo non mi farà desistere dal chiedere spiegazioni.

Spero che mi capisca: “Grazie, barone!” Barone? No, non si chiamava così. Non riesco a chiamarlo in nessun altro modo. Perché non riesco a essere arrabbiata o agitata? Forse sto solo sognando. Ha senso, stavo scappando, ma non so da cosa. Cado e mi ritrovo in questo posto con questa persona vista una volta un’eternità fa. Non ci provo nemmeno a pizzicarmi, voglio vedere dove arriva la mia fantasia. Mi sto solo divertendo in un sogno particolarmente reale. “Grazie, barone, ma dove mi trovo? Come hai fatto a riconoscermi? Tanto lo so che siamo in un sogno, ma giusto per far finta che sia tutto vero, me lo daresti un bacio?” No, no, no! Sono una donna sposata. Amo mio marito. Non bacio gli sconosciuti. Soprattutto se sono dipinti come un pagliaccio. Sto ribollendo di tensione, ma non riesco a esprimerla. Capisco che sarà difficile riuscire a parlare con coscienza. Il barone si allontana di due passi, gira su se stesso formando con la giacca una lunga onda, per poi chiudere il gesto con un inchino. Sorride. Che faccia da stronzo. Forse ho davvero voglia di baciarlo. “No, madamigella, sei nel mio hotel. Sarebbe, perlomeno, poco professionale. Ti ho preso questo vestito, credo sia della tua taglia. Ho preferito non scegliere l’intimo, inutile orpello. Soprattutto per te. Rifletti mai allo specchio? Fossi nella tua pelle mi guarderei negli occhi per sempre. Che bello vederti! Di solito, chiunque nel mio hotel cerchi di baciarmi, di abbracciarmi o di usufruire del mio essere maschio sta in realtà venendo a patti con la propria notte. Quella tessera oscura del puzzle che ci compone.

Non ho mai avuto nessun problema a evitare queste avances, ma chérie. Ma tu mi crei non poche difficoltà. Torniamo a noi.” Sentire noi mi ha fatto scoppiare il petto, un brivido forte e non voluto mi devasta ogni sentimento. Mi sento stretta in una morsa di desiderio. Non so come sia possibile, ma quando smette di parlare sento una fitta allo stomaco simile a una crisi d’astinenza. Mi ricorda il giorno in cui ho conosciuto il mio uomo. Quello della realtà. Quello vero. In questo sogno mai e poi mai vorrei avere a che fare con un ometto con la faccia da teschio. Mi sono confusa, nella vita, non nel sogno. Quanta dolcezza nei suoi occhi. A pensarci poteva anche mandarmi via, ma mi ha accolta. No! Devo rimanere concentrata, questo è un sogno. Questo è un incubo. Questo è frutto dell’incrocio casuale di neuroni che hanno ripescato quella figura e l’hanno mischiata a qualche film horror sul voodoo. Non ci sono spiegazioni. Il mio vestito è il più bello che abbia mai indossato. Non indosso altro. Chissà cosa sta governando questo mashup di immagini. Per fortuna so di non essere nella realtà, altrimenti come potrei desiderarti, barone? Credo che lui mi avrebbe riconosciuta ovunque; nella folla di una festa di compleanno, nell’inferno della disperazione tempestata di lacrime. Sono sicura, l’unico punto in comune con la realtà è che quell’uomo sa chi sono, in tutte le realtà possibili. Ora che guardo, questo hotel è incantevole. L’atrio barocco si spinge in lungo e in largo solleticando i limiti del cielo in altezza. Una scala in marmo bianco, colori sparsi con gusto lungo tutte le superfici. Bianco, nero, viola, oro. Quadri orgiastici alle pareti, intervallati da madamigelle maliziose in posa davanti a un artista. Quello è un Modigliani. Quello è uno Schiele. Quello è mio. Sono io. Basta, basta, basta! Voglio svegliarmi! “Non puoi, mi spiace. Non ancora. Se sei qui, sei obbligata a soggiornare. Prometto che la tua permanenza sarà cadenzata da balli, canti, feste e ogni tipo di estraniamento della ragione. Se vorrai, potrai essere la mia segreta compagna. Ti va? Mia moglie è morta, ci terrei fossi tu.” “Non riesco a smettere di pensare ad altro che a te, barone.” Non è vero, sto pensando di svegliarmi. Per fortuna so che non sono veramente io. Barone, non esisti davvero. Sono informazioni che il mio cervello sta mettendo insieme. Soprattutto, non sono tua e non voglio rimanere un secondo di più qui. Mi prende per mano. Stavolta per trascinarmi a lui. Un gesto netto, fluido, senza che le pupille si perdano di vista. Danziamo sulle note del tempo. Sento la pelle di ghiaccio e il cuore di lava. Balliamo sulle labbra della malinconia. Mi sbagliavo, sono sua. Sono in paradiso. Non voglio svegliarmi mai più. Stavo fuggendo o stavo correndo? Il passo a due verso la non vita, mon amour. Questo è il paradiso. “Più o meno, bambina mia, più o meno.” “Dottore, quali sono le speranze che si svegli?” chiedeva disilluso. Era rimasto accanto a lei tutta la notte. L’avevano trovata senza coscienza nel suo letto. Dagli esami risultava che i parametri vitali stessero calando progressivamente, verso lo spegnimento del corpo. Non sono riusciti a capire cosa la mantenesse in uno stato vegetale, l’unica teoria era quella spirituale. Quel marito non si spiegava come mai sua moglie morente stesse sorridendo sopra quel letto di ospedale. Sembrava felice. Come non lo era da tempo. L’uomo in camice cercò di ripetere “Non ha nessun sintomo. Clinicamente si chiama coma voluto. Assomiglia alla privazione dell’anima, con accezione opposta. L’individuo raggiunge uno stato di tensione emotiva che trascende e si porta in uno stato onirico che lo avvicina alla morte. Qualche specialista la chiama avere una bella giornata strana, oppure freaky nice day. Questo per sottolineare quanto sia inaspettata e strana questa malattia. Il paziente non trova più energie mentali, entra in uno stato di tensione che lo fa sentire disperato a tal punto da portarsi la disperazione in uno stato di incoscienza. Senza una forte volontà sua moglie non si sveglierà mai. Io credo, ma posso sbagliarmi, che non voglia più stare con noi vivi.” “Dottore, la prego, provi qualsiasi cosa.” Togliendosi gli occhiali e detergendoli con un lembo del camice si pronunciò con voce rotta: “Domani staccheremo le macchine che la tengono in vita. Affideremo sua moglie al guardiano, per questa notte. Se non ci saranno miglioramenti, lei morirà.”

Il guardiano rincuorò quel marito così cieco di rabbia da non trattenere tremori intensi. “In questa sua ultima notte le farò compagnia. Se vedrò miglioramenti non esiterò a chiamare il dottore. Parlerò a sua moglie tutta la notte, le starò vicino come fosse una vecchia amica a cui confidare le proprie teorie d’amore.”

Nessuna parola del guardiano arrivò all’orecchio del marito, bloccato nel suo dolore.

Sentì solo le ultime parole del medico: “Le faccio i miei auguri, speriamo che sua moglie la smetta di ballare.”

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