• Lakombo Freak

Flashback




7 settembre. Ore 10.45.

Ho diciotto anni e ieri ne ho compiuti quattordici.


Ma torniamo indietro, giusto un po’.


6 settembre. Ore 19.10.

Ho perso la voglia di compierli, questi dannati diciotto anni. Sono almeno due mesi che tutti, Sara, Giò, Deb e perfino Albi il silenzioso mi tempestano di domande. Le patatine vanno bene, comprane tante, ma non quelle al formaggio, quelle non piacciono a tutti, anzi no, prendi anche quelle, e la birra prendi quella buona, non fare il tirchio, e prendine tanta, che i diciotto si fanno una volta sola, ma invita anche quella figa della quinta E, però non invitare suo cugino che si veste male, e i tramezzini fatteli fare da Carlo’s che ci mette la salsa speciale, e secondo me prendi anche la pizza, poi vedi tu, ma secondo me prendi anche la pizza. Credo di aver finito la mia riserva personale di vaffanculo amichevoli. Alla fine ho preso tre vassoi di tramezzini, quattro pizze, sei pacchetti di patatine, anche quelle al formaggio, quindici birre in lattina, tre bottiglie di whisky, due di vodka e un’altra bottiglia che non so che cosa sia ma mi piaceva il colore. Siamo in sette. La figa della quinta E voleva venire a tutti i costi accompagnata dal cugino che si veste male e ho dovuto accettare. Non ricordo nemmeno come si chiama, lui, ma poco importa.


6 settembre. Ore 20.01.

Albi arriva seguito da Deb, come sempre puntualissimi. La giacca elegante gli sta bene, ad Albi, ma lo invecchia di un paio di anni. Deb ha il vestito dello stesso identico colore della giacca del suo ragazzo. Non sono minimamente sorpreso. Le birre? Sono sul tavolo ragazzi, servitevi pure.


6 settembre. Ore 20.35.

Sara arriva da sola, sorridendo come non mai, mi abbraccia, mi fa gli auguri, mi abbraccia di nuovo e poi si fionda sul buffet. Un pezzo di mozzarella cade e le sfiora una scarpa. Lei ride, ride sempre. Come faccia a essere così magra lo sa solo lei.


6 settembre. Ore 20.46.

Giò è l’ultimo ad arrivare, mi sarei preoccupato se fosse arrivato per primo. Oh, auguri, dov’è la cazzo di birra? Ah, Giò, non ti smentisci mai. Comunque, è sul cazzo di tavolo. Bene, mancano la tizia e il cugino, arriveranno. Non è difficile trovarla, casa mia. Meglio che vada a mangiare qualcosa, prima che questi vandali finiscano tutto. Qualcuno ha aperto il whisky e me ne versa un bicchiere. Tanti auguri.


6 settembre. Ore 21.50.

La figa della quinta E mi ha appena mandato un messaggio dicendomi che il cugino ha delle intolleranze alimentari e non se la sente di mangiare fuori, di conseguenza lei non se la sente di uscire senza di lui. Giò impreca, poi torna a bere. Gli altri alzano le spalle, poi tornano a bere.


6 settembre. Ore 22.47.

È il momento di scartare i regali. Gli altri sono più emozionati di me. Albi e Deb mi hanno regalato uno di quei cofanetti con centinaia di destinazioni per una vacanza per due persone. Trovati una ragazza, prima di andarci, però. Che simpatia, mai sentita questa battuta. Comunque, grazie. Giò ha gli occhi che brillano come palle di Natale. Oh, tanti auguri ancora. Apro. Ha costruito a mano un modello di sottomarino talmente realistico che resto a bocca aperta. Io. Grazie. Il regalo di Sara è impacchettato in modo strano, con una sorta di garza marrone. Contiene un amuleto come quelli che vedi nei film dei tipi nella giungla. Una pietra viola di ametista, dice Sara. Incastonata in un blocco di legno decorato con simboli a forma di nodi. È magica, mi sussurra, indossala. La ringrazio, probabilmente è uno di quei costosissimi gioielli new age.


7 settembre. Ore 02.33.

Giò è sul divano addormentato sulla spalla di Sara, a sua volta addormentata su quella di Deb. Albi è sdraiato per terra, per motivi a me sconosciuti ha i capelli pieni di briciole di patatine e il taschino della camicia con un’artistica striscia di senape. Nella mano sinistra ha un mestolo preso in cucina, nella destra la maniglia della porta del bagno. Non mi farò domande fino al pomeriggio.


7 settembre. Ore 03.00.

Potrei imbottigliare il mio sudore e rivenderlo a costo medio-alto con un grado alcolico sull’etichetta. Non capisco se sono mezzo inglobato nella poltrona o se sono seduto su una sedia morbida. Ho la nausea ma non riesco ad alzarmi. Mal che vada vomiterò dietro la tenda. Sara sembra decisamente più carina, anche con la bava che cola sul vestito di Deb. Quasi quasi ci provo. No, questa sedia o poltrona non mi lascia alzare. Fottiti, Sara. Sedioltrona è una bella parola. O poltredia. No, fa schifo. Come la bava di Sara. Ma ho comprato dell’acqua? E chi si ricorda. L’ultimo tramezzino sembra una barca. Adesso chiamo Carlo e gli dico che il suo tramezzino sembra una barca. Dov’è il mio telefono? No, no. Sarà a due metri da qui. Io non mi muovo. Anzi, adesso mi alzo e mangio quel maledetto tramezzino. Anzi no. Bussano alla porta? A quest’ora? No, me lo sto immaginando. Ancora? Se è il vicino che vuole che abbassiamo la musica giuro che gli vomito in faccia.


7 settembre. Ore 03.21.

La dama di fronte a me è alta almeno due metri. Indossa un vestito bianco che tocca terra ed è dello stesso colore della sua pelle. Si sente bene, signora? Vuole un bicchiere di birra? Gli occhi sono grigio chiaro. Chiarissimo. Sicura, signora? Guardi stiamo festeggiando. Entri pure. Ci sono i tramezzini che sembrano barche. I capelli sono lunghi e bianchi, anche quelli. E allora si fotta, signora, mi scusi. Quella sbatte a terra un bastone con in cima una pietra viola. L’amuleto che ho al collo si illumina. Schifoso whisky. Sapevo che dovevo fermarmi alle birre. Scegli, mi dice. Che stronzata, le rispondo. È la mia festa, e tu chi cazzo sei? Scegli, mi dice ancora. Ma cosa devo scegliere? Scegli un nome. Giovanni, Debora, Alberto o Sara. Scegli. Le scoppio a ridere in faccia. Scegli, urla. Ma cosa urli? Mi giro a guardare gli altri. Non si sono mossi di un millimetro. Scegli un nome. Va bene stronza, basta che te ne vai. Allora, i due fidanzati non li separo. Giò è un uomo. Dai, scelgo Sara, stasera è carina. A posto? Via. Ciao.


7 settembre. Ore 04.59.

Ho dormito per terra vicino ad Albi. Che schifo, il ketchup è colato da un qualche piatto ed è finito sulla mia maglia. Sono tutti ancora immobili. Rimettersi in piedi è complicato. Cado in ginocchio. Che male. Lo schifo di ketchup continua a colare, ma quanto ne hanno usato? Dai, ragazzi, a casa. Dov’è Sara? Boh. Sarà al cesso. Oh, Albi, alzati dal pavimento. Albi? Ma quanto pesi? Che schifo, ma hai mangiato solo ketchup? Te lo sei vomitato addosso? Mi fa schifo anche toccarti. Albi? Dai, ne avevamo già parlato, dovete andare. Oh, Albi? Merda! Albi? Albi? Cazzo. No, no. È l’alcol, è l’alcol. Sono allucinazioni. Allucinazioni. Come la stronza alla porta. Fanculo, non è ketchup. Non è ketchup. No, no, no. Sono ancora ubriaco. Fanculo. Albi? Dimmi che è uno scherzo. Dimmi che è ketchup. Dimmi che è pennarello rosso. Merda. Ma com’è successo, ma cosa devo fare. Giò! Giò? No, Giò. Dai ragazzi, ora basta. Bello scherzo, ma finisce qui. Giò? Alzati Giò. È ketchup, ti prego, è ketchup, vero? No. No. Deb? Deb, dai. Alzati Deb. Deb, Albi non sta bene, alzati. No, ragazzi, se è uno scherzo non è divertente. Basta. Aprite gli occhi e ditemi che è ketchup. Per favore. No, no, non è ketchup. Fanculo, sono ancora ubriaco. Il whisky. È colpa del whisky. Abbiamo bevuto troppo. Respira. Respira. Va tutto bene. È tutto finto. Adesso chiudo gli occhi, li riapro ed è tutto a posto. Ragazzi, muovetevi. È ketchup, respira, è ketchup. È pennarello rosso. No, ragazzi, vi prego. Cosa cazzo devo fare? Sara! Sara! Dove cazzo sei? Vieni qui, ti prego? Sara! Sara, dove sei? Sara! Non mi sento… più… le gambe…


7 settembre. Ore 10.45.

Ho diciotto anni e ieri ne ho compiuti quattordici.


7 settembre. Ore 11.45.

Un’ora. Mi sono reso conto di non avere più la barba. Di non averla ancora. Che cazzo succede?


7 settembre. Ore 12.31.

Quattordici anni, compiuti ieri. Lo so perché ho un calendario. Lo so perché ho un cellulare, il primo. Ci ho messo un po’ a fare i conti, vedo tutto sfocato. Mi sono pizzicato venti volte. Ho paura. Ho addosso una fottuta paura. Le carte dei regali sul comodino. Lo zaino nuovo, regalo per i quattordici anni, per iniziare scuola. Mia madre che mi chiede com’è andata la festa di ieri. Le chiedo di Giò, Albi, Deb e Sara. Chi? Vedrai che a scuola farai tanti nuovi amici, mi dice. Sei pronto? Non manca molto. Abbiamo scelto una bella scuola. Dai, scendi per il pranzo.


7 settembre. Ore 14.02.

Ho vomitato tutto. Mi fa male lo stomaco. Ho provato a centrare il cesso ma è stato inutile. A tavola non ho detto una parola. Mi devo cambiare, che schifo. L’amuleto di Sara? Ce l’ho ancora al collo? Fanculo, lo tolgo. Dannazione, non lo voglio addosso, chissà cos’è. Forse se lo tolgo torna tutto come prima. O come dopo. Merda! Brucia! Non si toglie. Non può essere, sto sognando. Brucia! Va bene, non lo tolgo. Sto sognando. Sto soltanto sognando. Va tutto bene. Va tutto dannatamente bene.


7 settembre. Ore 19.22.

Non ho ancora capito niente. Niente. Internet non mi è d’aiuto. Vedo meno sfocato, almeno. Avevo letto qualcosa sui sogni lucidi, una volta. Che puoi manipolare i sogni, mi sembra. Sono in un sogno lucido, sì? Sì, dev’essere così. O forse no. Ho passato il pomeriggio in camera. La mamma ha bussato un paio di volte, le ho detto che mi stavo riposando. Ho chiesto di nuovo di Giò, Albi, Deb e Sara. Lei mi ha chiesto se sono amici del corso di tennis. Ho smesso di fare tennis a quindici anni.


8 settembre. Ore 11.40.

Ho dormito? Sono sveglio? È tutto a posto. È tutto a posto, sì? No. Non è tutto a posto. Ho la barba? No, non c’è. Ho appena compiuto diciotto anni. Ho appena compiuto quattordici anni. L’amuleto è ancora al collo. La stronza alla porta. Che roba era, una maga? Una di quelle streghe che fanno i sortilegi? Non ci ho mai creduto. No, non può essere. D’accordo, provo a toglierlo di nuovo, questo affare maledetto. Fanculo! Acqua fredda, acqua fredda. Brucia. Resta lì, coso viola, resta lì al mio collo. Sogno lucido. Sì, sogno lucido. Ma è tutto così reale. Tutto. Ho paura. Ho una tremenda paura. E non posso fare nulla. Solo seguire questa nuova e vecchia routine. Fanculo, non so cosa fare.


8 settembre. Ore 15.32.

Sono stanco. Tanto stanco. Sfinito. Gli occhi mi si chiudono. Mi hanno drogato. Ecco, quei quattro idioti dei miei migliori amici mi hanno drogato. Sì, dev’essere andata così. È la spiegazione più logica. Poi mi hanno tagliato la barba… mi hanno accorciato di statura, ridotto di peso e hanno pure cambiato le magliette nell’armadio. Ma che sto pensando? Forse è una droga speciale. Una che altera la realtà. Ecco sì. Andrò al Centro Prelievi, mi faranno gli esami del sangue e mi daranno una cura. Sì, dottore, mi hanno drogato e ho iniziato a vedere cose strane, tipo una pazza alla porta. La magia non esiste, vero dottore? Bussa la mamma. Allora, pronto per domani? Vedrai, il Liceo Scientifico ti piacerà.


9 settembre. Ore 07.50.

Troppo poco. È passato troppo poco tempo. Non mi sono abituato ad avere quattordici anni. E chi li voleva di nuovo quattordici anni. Ci ho pensato, forse dovrei andare da uno psicologo. Sì, dovrei. Forse è una specie di sogno lunghissimo. Forse sono in coma etilico. Sì, ecco. Usiamo la logica. Avevo appena visto Inception, forse mi sono lasciato condizionare. Forse ho un disturbo della personalità. Questo banco verdognolo. La lavagna con un buco. Mi guardo intorno, Giò, Albi, Deb e Sara non ci sono. Arriveranno. C’erano.


9 settembre. Ore 08.00.

La prof Romagna entra, saluta, si presenta. Ci chiede i nostri nomi. Tra poco dovremo andare in aula magna per il discorso del preside. Come dimenticare l’inizio. Qui il talento viene abbracciato dallo studio. Il resto non me lo ricordo, so solo che era… che sarà noioso come poche cose. Una marea di cazzate. Giò, Albi, Deb e Sara non ci sono ancora. Erano arrivati tutti in ritardo il primo giorno? Possibile? Strano. Sono abbastanza sicuro che erano qui. Che Giò aveva fatto una battuta stupida alla Romagna e si era preso un richiamo. Albi e Deb stavano già insieme, poi? No, non credo. Però già iniziavano a provarci tra loro. Ma sì, li prendiamo sempre in giro per questa storia. Loro ci sono. C’erano. Ci devono essere. Cos’è cambiato?


9 settembre. Ore 08.13.

Scusi il ritardo! Chi è questa che entra di corsa? Ha i capelli davanti alla faccia e un vestito viola. Una voce familiare. La Romagna sorride e dice di non preoccuparsi, ma di stare attenta nei prossimi giorni. Lei si sistema i capelli, annuisce e guarda dove sedersi. Non c’è nessun altro. Ragazzi, dove siete? Ora la riconosco. È lei. È Sara. I capelli castani, gli occhi nocciola, le lentiggini. Vorrei saltare in piedi e chiederle cosa sta succedendo. Vorrei urlarle che quello non era ketchup. Vorrei supplicarla di dirmi se sono pazzo. Vorrei strapparmi la maledetta pietra viola dal collo. Adesso lei è calma. Troppo calma. Ho i brividi e non so perché. La prof le indica il posto di fianco al mio. Si siede e quella calma mi blocca il respiro. Piacere, sono Sara. Mi fissa. Mi fa l’occhiolino. Bel diciottesimo, comunque, dice. Sapevo avresti scelto me.


9 settembre. Ore 08.21.

Ho diciotto anni e tre giorni fa ne ho compiuti quattordici. Ho ucciso i miei migliori amici.




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