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Fibonacci



Mentre il Sole s’impadronisce della Terra in una trionfale giornata di primavera.

Mentre la natura con il suo dolce sorriso si rinnova e lotta come una madre premurosa.

Mentre il tempo si rende conto che nel mondo difficilmente giace una serenità così estesa a tutte le anime che la popolano.

Nel mentre di tutto questo, nel ventre di un palazzo abbandonato, nel sempre di una sete di realtà mai percepita, si svolgono i fatti che andrò a narrarvi.


Valerio. Un poliedrico giocoliere del vocabolo, un suonatore di emozioni, uno di quelli che fanno dire alla gente che forte sto ragazzo, si trova in una condizione in netto contrasto con il concetto di libertà.

L’enigma, per quanto siano piccoli i tasselli che lo compongono, stuzzica la mente umana in un gioco beffardo di necessità di risoluzione. Una sete piacevole, quasi quanto il desiderio di unire le carni. Una sottomarca dell’acquolina in bocca. Sì, lo so! Ripetere lo stesso ragionamento con parole diverse ne appesantisce la comprensione. Anche aggiungere eufoniche gracchianti solo per far rimbombare nell’immaginario del lettore le consonanti di congiunzione che spezzano il fiato, mentale, ha lo stesso scopo. Lo stesso scopo è rappresentato da quelle frasi che sono di difficile intonazione, scritte come austere affermazioni chiuse dall’ineffabile punto di domanda?

Ma perché Valerio? Lui è uno scrittore, come tanti altri, né migliore né peggiore. Lui come John Verdon, Conan Doyle, Pennac e centinaia di migliaia di ometti che si permettono il lusso di raccontare il proprio parto di fantasia ad adepti improvvisati che fungono da pseudo-pubblico. Maledetti scrittori!

Se non fosse per loro, ogni evento risulterebbe personalmente oggettivo. Se l’evento sopravvive più a lungo dei protagonisti dello stesso, trova rifugio nella Tradizione orale. Tradizione che colora la narrazione in maniera democratica, quasi passionale, di bocca in bocca. Un bacio ai posteri. In questo caso, tutto ciò che le labbra dei menestrelli del tempo aggiungono, dona carattere e cancella l’autore.

Ciò che accade è reale e vivo in un discorso eterno di discendenza culturale.

Lo scrittore, invece, con arroganza invereconda si appropria di un fatto e ne gestisce il peso. Calcando la gravità di inezie, alleggerendo concetti, omettendo parti al solo fine di rifocillare il proprio ego. Siglando il suo personalissimo punto di vista in calce al prodotto letterario. Non solo! A volte si permettere di incastonare parole al fine di raccontare un qualcosa, frutto della propria fantasia. Senza distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è, mescolando i riferimenti, mettendo indisposizione logica allo sfortunato lettore.

Bravo! Ottimo esempio di onestà intellettuale, vero Valerio?

Anche ciò che state leggendo è stato scritto da uno di quegli ometti saturi di ego.

Per dimostrarvelo gli farò fare un cambio di metrica, lo farò passare per un racconto frutto della sua mente. Pronti?


Sono Valerio, questo riesco a ricordarmelo. Ho sete, fame e penso di aver evacuato le mie funzioni corporee proprio dove sono ora. Seduto. Provo a muovere le braccia e le gambe ma qualcosa mi impedisce movimenti più ampi di un centimetro. La stanza è buio pece, l’aria pregna dello schifo che un uomo può produrre. Non vedo nulla, solo uno schermo davanti a me. Un piccolo schermo grande come lo specchietto di una macchina. Sembra una finestra sull’esterno, ma è bianco. Un bianco opaco, che non fa abbastanza luce da permettermi di intuire altri dettagli di questa stanza. Grido, come fanno i pipistrelli, per capire la dimensione del luogo in cui mi trovo. Non capisco, non sono nuovo a rapimenti, la prassi è più o meno sempre quella. Soprattutto se i debiti di gioco diventano un vizio tanto quanto il gioco stesso. Sei da solo in un pessimo bar a chiedere credito sulla decima birra della serata, svieni, ti ritrovi in un posto oscuro, ti menano, poi o paghi in soldoni o in parti del corpo. Io ci ho perso una narice e un rene, poteva andarmi peggio.


Lo sentite che vi sta portando con sé? Che nel giro di pochissime righe è passato da “sono in una situazione merdosa” a “ora la racconto facendo passare la mia vita da scrittore bohémien come molto affascinante”. Le cose stanno così: Valerio, la sua fidanzata e un loro amico sono rinchiusi in tre stanze piccole completamente buie. Sono legati a una sedia di metallo con banalissime fascette da elettricista. Sono finiti qui perché io li ho fatti drogare ieri sera. Quando la droga ha fatto effetto li ho caricati su un furgone e portati qui. La collaborazione di due tossici clochard mi è stata di fondamentale importanza. Non ce l’avrei mai fatta a portar via quei pesi morti senza metterci secoli. Anche la fidanzata, leggiadra dall’aspetto, a peso morto crea qualche difficoltà. Non vi dico il loro amico Omar, massiccio e inamovibile. Li ho portati qui perché mi sono rotto il cazzo degli scrittori. Individuo un gruppo di amici dediti a plasmare la realtà a propria immagine e somiglianza, li porto qui, faccio scrivere a uno di loro ciò che detto e poi finisco il gioco. Mi correggo, non è un gioco, muoiono tutti alla fine. Molto semplicemente mi sbarazzo di tre di loro alla volta. Il tutto è iniziato un anno fa, l’erede italiano di Ken Follet con i suoi due amanti. Morti tutti. Terrorizzati, impauriti, baciati, a tratti, dalla speranza di vivere di nuovo ma, alla fine, tutti morti. In effetti, se fosse un gioco, la possibilità di vincere la libertà dovrebbe farne parte. Ma così non è.

In questo momento Valerio, Carla e Omar sono da circa quattro ore rinchiusi nella propria stanza. Valerio si è svegliato più o meno un’ora e mezza fa. Ha urlato, ha cercato di divincolarsi e non meno di dieci minuti fa mi ha cercato. L’intuito a dir poco geniale nel capire che per avere un’evoluzione in questa storia doveva parlare con…me. Che schifo, si sarà pisciato addosso almeno due volte. Carla invece mantiene una calma raggelante, nonostante il buio ha gli occhi sbarrati sul piccolo schermo bianco opaco che ho messo a tutti davanti agli occhi. Omar lotta come fosse all’interno di una serie tv, in una di quelle scene dove il coprotagonista ci mette un po’ di impegno senza cavarne un ragno da un buco, con la certezza che qualche eroe interverrà al momento giusto. Lui si è svegliato quasi subito e a parte un “Vaffanculo dove cazzo sono aiuto” non si è espresso in altro modo.

“Buongiorno a tutti, io sono uno che ha un problema e vi chiedo gentilmente di aiutarmi. Ho qualche difficoltà a capire ciò che è reale e ciò che non lo è. Questo problema si amplifica in una spirale di Fibonacci quando chi mi racconta o descrive qualcosa si diverte a mischiare elementi reali e di fantasia. Per onestà devo dirvi che sto parlando a tutti e tre. Per tutti e tre intendo Valerio, Carla, Omar.” Mi interrompo qui di solito, lascio ai malcapitati sfogarsi.

Valerio: “Figlio di puttana malato! Lascia andare Carla subito! Carla tieni duro, capisco come funziona e vengo a salvarti! Porca troia devo smetterla di ubriacarmi nei bar. Ehi tu, pezzo di fango, fatti vedere se hai il coraggio...” e bla bla bla da eroe sottopagato.

Carla: “Non ne uscirò mai viva, vero? Ho capito, il sadismo ha le sue regole. Ti chiedo di darmi la possibilità di giocarmela. Salva Valerio, io non lo merito. Prendi me, e lascia andare il mio amico e l’amore che riempie ogni giorno la mia vita. Non mi ribellerò...” e bla bla bla da amore a prima vista.

Omar: “Ma sai che di teste di cazzo così grandi come la tua non ne conosco? Ti diverti per caso? Sentiamo, che colpa abbiamo? Solo perché ho pubblicato quel racconto di Valerio senza il suo consenso? Sfoggiami la tua ragione! Dimostrami di essere un aguzzino all’altezza! Non vedi che...” e bla bla bla.

Come è capitato con i precedenti scrittori, alle prime avvisaglie di un costrutto epico da parte dei maledetti io rispondo con un’ora di silenzio.

In quest’ora mi diverto accendendo lo schermo davanti a quei brutti musi. Lo schermo ha una doppia funzione, riprende e trasmette con qualche minuto di ritardo. Nel caso specifico Valerio vede gli occhi di Omar, Omar di Carla e Carla? Quelli di Valerio.

É divertente guardarli racimolare gli elementi dello sguardo per costruirsi una parvenza di speranza. La tenacia con cui gli scrittori affrontano la vita, un eterno canovaccio in manutenzione in attesa della pubblicazione. Probabilmente, in questo caso, del proprio epitaffio.


“Bene, ora che vi siete calmati vi spiego che sta succedendo. Il mio personale punto di vista mi porta ad asserire con forza che voi, scrittori, siete il male del mondo. Senza la vostra smania di romanzare per dare passione alla futilità dell’esistenza, l’uomo si sarebbe evoluto con onestà e spirito integro. L’idea è di ammazzarvi tutti e tre. Vi do giusto due indicazioni. Avete notato che nello schermo ci sono gli occhi di un vostro compagno? Bene, ora accenderò anche l’audio.” A Valerio facciamo ascoltare l’audio di Carla, che ascolterà l’audio di Omar, che ascolterà l’audio di Valerio. Secondo i precedenti esperimenti, avere gli occhi di un compagno e l’audio dell’altro porterà questi scalatori dell’irreale a impazzire velocemente. L’importante è non svelare il trucchetto.

“Prima di dire qualsiasi cosa, sappiate che dietro alla vostra testa è posto un canne mozze. Voi non fatemi innervosire, altrimenti è finita”.

Si scatena il panico.

Valerio: “Carla, amore, aspettami vengo a prenderti.” Gli occhi azzurri che vede nello schermo danno una sensazione di glaciale sofferenza. Omar guardando fisso gli occhi di Carla e ascoltando Valerio risponde così: “Valerio, ce la faremo, siamo nati per lottare. Dove ti trovi? Stai bene?” Carla: “Non posso resistere, sono paralizzata dalla paura.”

Da adesso in poi, l’audio verrà interrotto e disturbato alla bisogna. Solo per creare l’ambiente di sospensione della tensione a cui spesso questi scribacchini fanno riferimento nelle loro storie. Nelle loro allucinanti menzogne letterarie. La realtà è che non hanno via di fuga, Lo capiranno a breve? Non importa.

Mentre si promettono una possibilità di fuga, mentre cercano di parlare all’altro in un perverso gioco del telefono senza fili, io mangio. Porca miseria! Non voglio nemmeno immaginare che lavoraccio mi toccherà fare per pulire quelle stanze putride. Potrei lasciarle come sono, ma reputo interessante che ognuno si rovini l’olfatto con il proprio olezzo. Con la propria umanità. Puoi scrivere quanto vuoi, scriba dei miei desideri, di quanto può puzzare un misto di sudore, piscio e vomito, ma se non lo senti, non hai idea di quanto sia rivoltante.

“Amici miei, silenzio. Nel vostro ciarlare claudicante e nei vostri occhi sempre meno espressivi intuisco che vogliate proseguire. Come noterete dallo schermo davanti a voi, sebbene in un primo momento l’espressività pareva cercare di trasmettere qualcosa, con il passare delle ore i vostri occhi si stanno spegnendo. Anche le vostre voci stanno perdendo di potenza. Come mai? Perché ciò che raccontate è vero solo nella vostra mente bacata. I vostri lettori vi credono, fanno un atto di fede, ma siete solo dei saltimbanchi di bassa lega con una buona proprietà di linguaggio. Buona? Diciamo mediocre.”

A questo punto devo proporre la sfida, devo finire prima di stasera, altrimenti fra pulire le stanze, cancellare le registrazioni e sistemare i corpi nella vasca d’acido mi prendo in ritardo con i tempi.

“Io odio tutti coloro che credono all’irrealtà. Lo fanno perché voi permettete loro di fuggire da ciò che stanno vivendo con voli pindarici intrisi di omissioni e opinioni. Voi con il vostro scrivere creativo create la malattia simile a un cancro che si chiama speranza. Vi do una possibilità. Voglio che descriviate gli occhi che vi stanno davanti, prima Omar, poi Carla, poi Valerio.” É meglio che ora mi avvicini mentre finisco di proporre la sfida, altrimenti è un casino e il coup de théâtre non sarà efficace.

“Sentirete un suono secco a ogni fine descrizione. Questa è l’unica vostra via di fuga”.

Ora sono esattamente dietro a Omar. Non si fida più dei suoi sensi, non capisce se mi percepisce o se comincia ad avere allucinazioni.

“Carla ha occhi color nocciola e grandi quando si osservano bene, perché subito sembra avere uno sguardo titubante, ma in realtà è vivo e studioso di quello che ha attorno, che lascia trapelare una sorta di ironia. Non so se va bene questa descrizione e non so se è corretta con la realtà.” Colpo secco sulla nuca, svenuto. Mi ci sono voluti sei scrittori prima di capire che il delay della trasmissione video risolveva il problema degli svenimenti, almeno in parte.

“Valerio ha gli occhi d’artista, vivi e vivaci, che si posano sui dettagli e collegano il visivo all’idea. Dolci e curiosi, perché senza curiosità non esiste arte. Del colore del legno, un castano forte, intenso, passionale. Sono occhi carichi di carisma, ironia e attenzione. Riflettono alla perfezione l’intelligenza creativa e l’elaborato percorso dei pensieri, mostrano scintille d’emozioni e tutta la luce del desiderio di conoscere e assaporare il nuovo.” Altro colpo preciso, perde i sensi.

Per capire che le stanze dovevo farle comunicanti, ma insonorizzate, ci ho messo dodici scrittori. Si impara dagli errori.

“Omar ha gli occhi del colore del mare quando ghiaccia e raggruppa le sfumature. In quelle sfumature ci sono domande, rabbia, domande, ricerca, domande, attenzione, domande, sentimenti shackerati. E domande. Poi quando il mare sgela non so che succede. Bella domanda.” Colpo più forte del previsto, cazzo. Gli ho aperto un po’ la testa, beh, non dovrebbe essere morto.

Con tutti gli scrittori fuori gioco vado a prendere uno straccio imbevuto di acetone e alcool.

Vado da Carla, dovrebbe essere la più facile da destare. Le passo lo straccio sotto il naso e mi dileguo nel buio. Schermi spenti. Apre gli occhi.

“Carla, grazie. La descrizione degli occhi di Valerio ti ha salvata. Vi ho chiesto di scontrarvi con la realtà e voi l’avete fatto. Presto sarete tutti fuori di qua. Il modo in cui hai esaltato la concretezza del suo sguardo senza divagare o citare qualcosa di artistico solo per dare forza all’atto in sé è stata impressionante, ora prima di essere liberata, dovrai ripetere questa frase. Se lo farai con convinzione, potrai uscire dalla porta che c’è dietro di te. La frase è questa: Valerio, amore mio, fa ciò che ti dice. Io sono salva e ti aspetto fuori. É stato un piacere conoscerti.”

Carla: “Valerio, amore mio, fa ciò che ti dice. Io sono salva e ti aspetto fuori.”

Bottone, sparo, morta. Meno due.

Vado da Omar. Devo averlo picchiato più forte del previsto. Ecco, rinviene.

“Ben svegliato Omar. Hai superato la prova. Ti sei chiesto se la realtà sia corretta. Non ti sei soffermato sul fatto che non hai minimamente idea di come siano gli occhi di Carla. Non ti sei nemmeno impostato sull’utilizzare un giochetto descrittivo basato sul dubbio di cos’è e cosa non è. Per tua informazione, Carla è libera, è nella stanzetta lungo il corridoio a cui potrai accedere fra poco. Ti manca solo una cosa, ripeti questa frase con convinzione: Valerio, fa ciò che ti dice, Carla è salva e anche io. Fa tutto ciò che ti dice, non è un pazzo come pensavo. Bada bene, devi essere credibile, altrimenti, finisce qui.”

Omar: “Valerio, fa ciò che ti dice, Carla è salva e anche io. Fa tutto ciò che ti dice, non è un pazzo come pensavo.”

Sparo, un po’ troppo sotto la nuca, tanto sangue, meno uno.

Mi reco da Valerio, devo stare attentissimo. Ora, anche se finisce sempre allo stesso modo, mi piacerebbe dare compimento a questa giornata in cui ripulisco dagli scrittori questo pianeta.

Finito con loro, pubblicherò quanto accaduto, con la firma di uno di loro tre e lo pubblicherò su qualche blog di scrittori in erba. Uno di quei siti in cui ci si deterge il deretano a vicenda in cerca di anoressiche soddisfazioni.

L’acetone funziona, mi dileguo e mi godo lo spettacolo.

“Valerio, i tuoi amici sono salvi. L’unico che rischia la morte sei tu. Ti sei imbastardito nel volere fare una descrizione oziosa rifugiatoti nel cliché del mare ghiacciato. Funziona con le ragazzine, vero? Nei tuoi testi si rincorrono in continuazione sviamenti simili. Ti chiedo di scrivere tutto, parola per parola, quello che ti dirò. Se non fiaterai e non commetterai alcun errore sarai libero. Non te ne sei ancora reso conto, ma hai una mano libera e un banco da scuola proprio sopra le tue ginocchia. So che non vedi bene, ma non è un mio problema. Se rispetterai gli accordi, verrai liberato e potrai raggiungere i tuoi compagni. A proposito! Dimostrandoti la mia bontà, ti farò sentire le loro voci.”

Ora, basta sovrapporre la fine di una con l’inizio dell’altra e sembreranno nella stessa stanza che cercano di comunicare con Valerio assieme.

Omar: “Valerio, fa ciò che ti dice, Carla è salva e anche io. Fa tutto ciò che ti dice, non è un pazzo come pensavo.” Carla: “Valerio, amore mio, fa ciò che ti dice. Io sono salva e ti aspetto fuori.”

Ecco che Valerio inizia a scrivere ciò che gli viene dettato. Partendo dal principio e riportando ogni singola parola. In realtà, lui non sa se l’evoluzione del racconto sia reale o inventata. E mentre scrive questo, un brivido gli blocca il respiro.

Sparo.

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