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Depressione




Non abbiate pietà o tristezza con voi. Questo sto provando. Non ho più forze.

Solitudine. Grigio. Frattaglie emotive sparse sul campo visivo. Assenza di flusso. Cecità. I colori non esistono più. Non sono mai esistiti. La forza di gravità schiaccia ogni senso verso l’intestino crasso del nulla. Nemmeno il vomito si preoccupa di spingere. Brucia lentamente dall’interno. Le mani non hanno forza. Gli orpelli estetici che caratterizzano l’immagine sono inutili quanto un sorriso, ora. La mente vaga verso il dolore. Forse, almeno quello, donerebbe a questo malessere un minimo di consistenza. Il vuoto non smette di restare fermo. Stallo alla messicana, senza nessuno. Questo è l’attimo congelato che antecede la morte. Se hai fatto il bravo, tutto svanirà. Se sei stato umano, diventerà l’inferno. Non c’è passione. Non soffia nemmeno il più debole alito di vitalità. La distruzione sospesa. L’ecatombe dell’allegria. Non è colpa tua, ti dicono. Non importa. Non si importa dall’esterno il benché minimo stimolo atto al moto. Bloccato. Cemento armato che gira impastando i polmoni. I sensi danno fastidio. Urtano l’insofferenza già satura di se stessa. Lacrime incastonate dietro a occhi incapaci di vedere con oggettività. Respiri piccoli, svogliati. Il significato di questa sensazione è riposto in piccole schegge di legno che entrano nel sistema sanguigno della felicità. Conficcandosi sibilline nel centro esatto della capacità di sorridere. Qualche linea frontale per sottolineare un cruccio esangue. La linea degli occhi ad arco rivolto verso il basso, concentrico alla linea del bacio. Dita irrispettose che si muovono sgraziate su una tastiera di plastica tanto quanto la volontà di uscirne vivi. “Ho perso la passione.” Tensione. Sbadiglio. Occhi stremati. Insonnia. Assenza di tic. Assenza di desiderio. Pensieri immateriali che compaiono uno ad uno su un foglio bianco sostenuto da codici composti da zero e uno. Pressione al limite dello svenimento. Oggettività azzerata. Predisposizione allo spegnimento. Stanziare male nel passaggio eroico informatico dallo stato uno allo stato zero. Endorfine dimenticate. Rileggere istanti di gioia come artefatti forzosi di fatti che avvengono. Qualsiasi azione-reazione che il cervello elabori per te sa dello stesso sapore di quelle gallette di riso. Sapore dimenticato. Sapore mai stato presente. “Dovrei piangere.” Testa china. Dolore cervicale. Acidità e reflusso a ogni piè sospinto. Suoni di macchine che si annullano nell’appiattimento generale di una casa vuota. Note repellenti si librano dall’altro capo della dimora annunciando che il detergersi degli indumenti è concluso. Sudore. Pelle appiccicata. Cosce che si toccano. Puzza di strofinamento dell’epidermide. Imperfezioni. Acne. Punti neri. Incarnazione casuale di peli. Capelli brutti. Alito pesante. Lingua frastagliata dal troppo bere in gioventù. Nei. Macchie. Vene gonfie. Sporcizia.

Bastava stare seduto sul divano, fondersi con esso. Ascoltare il tempo scorrere fino ad assimilarne il senso, un docile acufene in crescita. Respirare poco e male. Mangiare poco, senza distinguere i sapori. Bere poco, senza sentirne l’esigenza. Dormire senza sognare. Dormire senza lo scopo di risvegliarsi. Un bagliore. “Devo provarci.”


Un telefono. Notifiche. Pixel colorati che dovrebbero avere un senso. Cercare la vita. Nel silicio e nella trasmissione dati. Percepire se qualcosa manca davvero. Empatia di intenti. Un messaggio. Ciao ragazzi, come sta andando l’estate? Argomento OT. Sto scrivendo un racconto e mi sono impantanato su una frase. “Mi manchi da impazzire, come se fossi senza ossigeno”. Ecco, vorrei riscriverla senza “manchi da impazzire”. Vi va di darmi qualche consiglio?


Ricerca di significato. Capire se si è capiti. Morbosa insofferenza alla solitudine. Tentativo disperato. Risposta uno: Fammi capire, vuoi che il senso del “mi manchi” rimanga, ma tenendo solo la frase sull’ossigeno? A me viene in mente una cosa tipo “La nostalgia di te mi toglie l’ossigeno”...


Mancherei come nostalgia. La nostalgia passa. Si appoggia come un velo ai ricordi e perde di consistenza nel tempo. Riprovo, ricerco, uso una scintilla di vita per stimolare: “Coloro che si appartengono finiscono per ritrovarsi. Oppure si perdono definitivamente. Per quanto dovrò stare in apnea?” Ci sta? Seconda risposta: È molto bella, sì, ma non ha lo stesso significato.


Non vengo capito. L’estetica. Il significato. Non sentono loro. Non sento io. L’appartenenza alla squallida consuetudine dell’essere presenti. Il medico sentenzia depressione. Nervoso. Rabbia. Parvenza di vita. Ma è vita questa? Terza risposta: “Mi manchi infinitamente?” Troppo tardi.


Da quel 30 agosto Luca non parlò più. Divenne vegetale. Il dottore e la psicologa gli avevano detto che la depressione può essere combattuta, probabilmente lo aveva fatto fino all’esaurirsi completamente. Quella sera fu ritrovato davanti al suo computer, occhi marmorei socchiusi, bava alla bocca, vivo ma assente. Un dramma per la sua famiglia. Qualche settimana più tardi fu rinchiuso in un centro specializzato. Alimentato e sostenuto vitalmente a forza. Pian piano venne dimenticato. Chi lo conosceva provava deboli segnali di nostalgia. Alcuni non comprendevano il significato di quel crollo così definitivo. Altri si chiesero se fosse possibile salvarlo. Mi manchi infinitamente, bugia. Sul suo computer c’era attaccato un post-it: Non occorre morire per non essere vivi 😊




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