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Demonio di pezza




Si chiedeva se fosse normale. Erano ore inutili, vissute nel dubbio solitario di uno studio fatiscente. Quel tipo di solitudine che ti fa compagnia anche in mezzo alle persone.

Un quesito lo ossessionava. Quando una domanda ti tormenta, prende vita. Ti attacca su tutti i fronti. Ti si avvicina ai pensieri con discrezione, si insinua nel quotidiano con l’aspetto di un sussurro. Si prende il diritto di interrogarti con la tua voce. Se non la ascolti, impersona le più disparate identità fungendo da coscienza esterna. Non importava davvero a nessuno, tanto valeva ascoltarla. “Ma perché diamine mi sta simpatico quello psicopatico?” Erano lontani i tempi in cui un investigatore trattava solo di scopatine extraconiugali e piccole frodi commerciali. Il degrado della polizia seguiva asintoticamente la tendenza verso lo zero assoluto.


I casi grossi venivano lasciati in pasto a investigatori morti di fame, reietti scapestrati senza più nessuna limitazione. Fra questi, quel talento sprecato di N.N. si tormentava senza volontà su quel killer che i giornali chiamavano Il Demonio di pezza. N.N. aveva il suo soprannome nell’ambiente: veniva chiamato Il Signore. Per essere chiari, era il migliore nel campo degli psicopatici. Usava il metodoStanislavskij, pericolosissimo anche per le persone vagamente sane di mente. Il Signore sapeva interpretare qualunque sociopatico, senza fronzoli. In questo modo riusciva a districare i più beceri massacri che sempre più spesso si perpetravano in città. Maestro dei pazzi, l’uomo che leggeva l’anima. Almeno, lo era. Poi, la sua amante, Sophie Marie Jeune, conosciuta nel mondo dello scambio corporeo come Chironauta, si allontanò. Da allora, Il Signore cercava di essere uno come tanti. Solo, intento a guadagnarsi il pane con crimini da poco, chiuso nel suo studio a spegnersi. Si sforzava di essere meno, di essere poco, di avvicinarsi al nulla. Il Demonio di pezza, però, toccava quelle corde che non poteva insonorizzare. Agiva, o meglio, ammazzava da almeno tre anni. Prendeva di mira persone ignobili. Capi mafia, prelati disgustosi, papponi senza etica. Li sostituiva per mesi, simulava la loro vita. Interpretava i personaggi fino a far trovare il loro cadavere in un luogo simbolico. Un cimitero, una gelateria, un club jazz sotto mentite spoglie, il loro ufficio. Il fatto è che non lo capiva, ma gli stava simpatico. Ne apprezzava l’impegno. Sorprendeva la sua vittima, la torturava un po’. Un pochino, fino alla morte. Secondo Il Signore, il Demonio lo faceva con calma e serenità. Senza paura e timore. Bastava un paralizzante, qualche lama, pinze, una batteria, acido e qualche altra cosuccia. Avvenuta la morte, il malcapitato veniva dissanguato. Il sangue e parte del sistema linfatico venivano sostituiti con dell’arsenico. Certo, poteva usare la formalina, molto più pratica e facile da trovare, ma la vecchia scuola dà un senso di autenticità. Di valori.

Gli stava davvero simpatico. Qui, l’artista demoniaco sostituiva parte della pelle con del tessuto imbevuto d’ammoniaca. Mezza faccia, le mani, strisce del collo. Il pupazzo ex vivo veniva ritrovato da qualche parte, sorridente e nella posizione che più si confaceva alla marionetta di turno. Ad esempio, il direttore della Scambio Equo Snc, società che dissanguava poveri cristi più o meno nella legalità del mercato degli organi, fu trovato nel suo ufficio con le braccia fisse come una divinità egizia, somigliante a una bilancia, con il proprio cervello in una mano e il proprio portafoglio nell’altra.

Come poteva non essergli simpatico? Era geniale. Un lavoro ben fatto. C’era progettazione, passione, creatività. Non solo, secondo il suo intuito, c’era un tocco di piacevole femminilità.


“Basta, ci sto perdendo la testa. È un fenomeno. Ho detto addio a queste cose quando lei mi ha detto addio. Che noia, mi mancano i bei tempi. Non dovrei bere a pranzo. Che ore sono? Aspetta, c’è un caso aperto di un ladro di gioielli. Forse questo mi distrarrà e mi darà due spicci per pagarmi l’affitto.”

“La smette di parlare a voce alta? Si trovi qualcosa da fare, scansafatiche!” Ines, la sua fedelissima segretaria. Cinquantacinque anni portati male, vedova da quindici, appassionata di cruciverba e maglia. Tonda, occhiali perennemente sulla punta del naso, un golfino rosa spento. Una sottospecie di zia cicciona che badava a quel Rain Man dei criminali psicopatici.

“Se le piace il demonio di pezza, perché non lo cattura? Ancora malinconico per quella sgualdrina? Si rimetta in piedi e faccia quello che sa fare meglio!” incalzava Ines senza staccare lo sguardo dal cruciverba che aveva di fronte. Il Signore ipotizzava che non lo avesse mai guardato negli occhi. Poco importava, gestiva tutto in modo che lui non dovesse far altro che investigare. Scoprire il trucchetto dietro a un crimine, dare in pasto alla polizia il malcapitato di turno e riscuotere i soldi.

“Ines, non lo capisco! Fa le cose con un gusto che non è da serial killer. Ma nemmeno da delinquente. Come faccio a sentire il personaggio mio? E, comunque, non sono più casi per me. Ho chiuso con quella gente. Ti ricordi S.M.J.? Ecco, non voglio aggiungere altro.”

“Un momento, Detective N.N., sette lettere, verticale, inizia con la C e finisce con DO. Si definisce vile o pavido, mi aiuta?”

Il Signore rispose d’istinto “Codardo, dai, Ines, era troppo facile!”

Scrivendo, la zia segretaria controbatté “Dice davvero? Ci pensi su!”

Lui stava sulla sedia, inclinato all’indietro, con lo sguardo verso la finestra, filtro di quella stupida città. Prese un pezzo di carta, scrisse due appunti sul ladro di gioielli. Si alzò in piedi e si mise a gesticolare. Era il suo modo di prendere confidenza con il personaggio.

Dopo qualche minuto prese la cornetta e chiamò il distretto. “Sono N.N., a quanto ammonta la ricompensa per il ladro di gioielli? Come? Ottocento miseri euro? Vabbè, avete già le mie credenziali. Il ladro è la moglie del padrone del ristorante. È una ex militare ucraina, di sicuro ha ricevuto un addestramento speciale. Se fossi stato io, il ladro, avrei cercato di rubare in un raggio d’azione ben più ampio. Ma lo scopo dei furti non era la merce, che sicuramente troverete in casa sua, ma l’annientamento sociale! Avete notato che sono stati rapinati tutti i gioiellieri della zona B a ovest del centro diurno? Lì c’è un solo ristorante. L’aumento delle gioiellerie ha fatto in modo che la clientela solita del ristorante, composta da medio-poveri, si spostasse in zone più economicamente agevoli. Mi sta ascoltando? Prenda appunti, sia un minimo professionale! I gioiellieri hanno portato una clientela esigente, l’unico ristorante in zona ha dovuto attrezzarsi per alzare gli standard. Questo ha portato maggiori spese e guadagni inesistenti. Scoprirà che di recente il ristoratore ha acceso la seconda ipoteca sulla casa. Quindi, da qui a poco, probabilmente dovrà chiudere. Chi potrebbe mai commettere delle rapine senza rimettere in circolo i gioielli che, come lei ben sa, sono segnati e assicurati? Una moglie! Meglio se ex soldato speciale! Una moglie innamorata di suo marito e per il quale ha abbandonato tutto. Ora, mi faccia il piacere, si faccia dare un mandato, risolva il caso e aggiorni il mio conto corrente. Come si chiama? Sono un Signore, non faccio nomi!”

Si alzò con un’aurea di arroganza e compiacimento, prese il cappotto, il cappello, un foglietto che Ines teneva alto sopra la spalla sinistra proprio per lui, rigorosamente senza alzare gli occhi dal cruciverba, e uscì.


Decise di girovagare per la città. Aveva bisogno di innamorarsi ancora una volta. Nutriva l’essenziale esigenza di capire come mai quel demone amante dell’estetica gli piacesse così tanto. Non restava che camminare senza meta guardando la sua città sopravvivere un altro giorno.

Ripensava a quegli omicidi, fatti con grazia e gusto. Quel capomafia trovato nella gelateria che usava come copertura, per metà fatto di stoffa nera, vestito da scolaretto, con un gelato pieno di mazzette. O quel prete che gestiva, sotto falso nome, un locale di scambisti grazie al quale ricattava mezza città. Il Demonio gli ha cucito la tonaca direttamente sul corpo, l’ha imbalsamato in ginocchio e gli ha staccato l’apparato genitale, che ha imbalsamato in posizione virilmente pronta sopra la calvizie, come un simpatico copricapo. Nel suo confessionale.

Pensare che, per mesi, questi personaggi erano intrappolati da qualche parte. Morti. Mentre il killer li sostituiva. Il capomafia smerciava ordini a destra e a manca tramite lettere, il prete dirigeva la propria parrocchia telefonicamente dal luogo dei propri esercizi spirituali. Nessuno sospettava della loro prematura dipartita. In quel momento, passando proprio davanti alla chiesa di quel prete scambista, ripensò, malamente, alla sua Chironauta. Se esisteva qualcuno che non riuscisse a comprendere fino in fondo era proprio lei. Il Signore si sgretolava con quella madamigella, non riusciva a interpretare. Non riusciva a manomettere la situazione a suo vantaggio. Non riusciva a mentire. Le sue intuizioni verso la beltà della donna risultavano sorprese inaspettate. Inoltre, gli facevano male. Come se scoprisse qualcosa di sé. Se c’è qualcuno che non si apre per timore di essere riconosciuto è proprio N.N., è proprio il Signore. “Quella chiesa, quella chiesa nasconde qualcosa. Demonio di pezza, sei bravo, anzi, per me, sei brava. Ma qualcosa devi averlo lasciato per forza” disse, lanciando a lato del marciapiede una sigaretta a metà. ”Ehi, Signore, un po’ di rispetto!” sbraitò un senzatetto colpito dal mozzicone ancora acceso. Lui non ci fece caso, nemmeno si voltò. Entrò nella chiesa senza particolari gestualità per andare dritto nel confessionale. “Dunque, ho il mio bel pretino imbalsamato, per portarlo qui avrei dovuto usare una coperta oppure un carrello. No, non ci sono segni di ruote e nemmeno lo spazio. Una coperta e trascinato. D’accordo, come mi sento? Mi sento bene, ho fatto fuori un’altra mela marcia. Sento che se lo meritava. Mi sento superiore, ma non voglio fare sbagli. Per posizionarlo dentro dovrei caricarlo di peso. Ci vorrebbe molta forza. No! Guarda! Qualcuno ha fatto leva proprio lì, dove il legno è rovinato. Bene, ho messo il presbitero al suo posto, missione finita, scarica di dopamina. Eccitazione. Non si abbandona mai immediatamente ciò che ti fa stare bene. Immaginiamo, sono qui felice ed entusiasta. Mi godo la scena un altro po’? No, alzo il tiro. Devo alzare il tiro. Alzare il tiro. Ma come? Questo demonio ha classe! Non c’è che dire. Alzare il tiro, ecco! Se fossi in lui, e in realtà lo farei anche io davvero, nasconderei qualcosa. Ma che cosa? Il cazzo! Il cazzo! Questa è la soluzione. Dalle foto il prete era in questa posizione, il cazzo indicava... quel punto!” Ruppe con un serramanico il punto indicato. Cadde un foglietto. Lo lesse ad alta voce: “Finalmente hai provato ad avvicinarti a me. Ma tu, sai chi sono, come io so chi sei. Quando il Signore nasconde un Demonio, un Demonio consegna la giustizia al Signore. Formalmente tua, Chironauta.”




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