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Damnatio memoriae




“Susan?”

Vattene, lasciami in pace!

“Ti chiedo solo di giocare, come quando ero piccolo.”

Quando mai hai chiesto qualcosa, anziché pretenderla? Anche allora ti piazzavi davanti alla porta di camera mia e mi facevi saltare i nervi con i tuoi capricci.

“Mi rispondevi sempre che non avevi tempo…”

Allora strillavi, battevi i piedi, chiamavi la mamma; era scontato che desse ragione a te e io passassi per cattiva. A chi importava dei miei esami di medicina il giorno dopo?

“Non alla mamma, di certo. Ero io il suo angioletto. Se non altro mi aveva voluto.”

E non contento mi deridevi, dicendo “ti voglio bene” con quel tono beffardo... Dio, ti avrei gonfiato la faccia di schiaffi se non avessi avuto paura di loro… i tuoi maledetti occhi blu, limpidi, cristallini, lo specchio perfetto per la tua malizia. Gli angioletti fanno presto a cadere dal Paradiso; loro me lo provavano.

“Ma non ricordi i miei abbracci?”

Avrei preferito essere stritolata da un anaconda; per fame, non per libidine.

“E i pomeriggi in piscina?”

Vecchie immagini che riaffiorano, come riaffioravo io quando ti stancavi di affogarmi: la tosse, la pancia piena d’acqua, la tua risata che si perde tra i fischi delle orecchie otturate…

“Tanti bambini giocano così…”

Ma con innocenza; la tua se n’era andata schifata da un pezzo, quel ghigno tra le lentiggini ne era la conferma. Nemmeno avevi tredici anni quando decisi di tenere la mia camera chiusa a chiave.

“Che dirti, la tua biancheria aveva un buon profumo.”

Alla vigilia del tuo diploma avevo paura di farmi la doccia, sicura che mi spiassi da ogni fessura disponibile.

“O creata apposta.”

E quando prendesti la patente cominciai a uscire solo in macchina, o l’avresti usata tu per pedinarmi.

“Quanti ricordi che hai di me…”

Brandelli di carne tra le fauci dei miei incubi, ogni volta che oso assopirmi.

“Non ce n’è nemmeno uno di piacevole?”

Sì. Uno.

Cazzo, la schiena! Un’altra fitta... devo alzarmi da questo fottuto divano. Mi appoggio a un bracciolo, mi sollevo un po’ alla volta tra gli scricchiolii delle ossa. Che ore sono? Sul quadrante del lettore DVD vedo solo una macchia blu luminosa; gli occhi mi fanno troppo male per insistere, tutto il corpo mi sta urlando di dormire. Sospiro. Altre macchie nel buio del salotto, arancioni, forse i riflessi del lampione all’angolo della strada. Avanzo a tentoni fino alla finestra, mi affaccio, guardo giù.

Sussulto. C’è qualcuno là sotto, un’ombra che si muove nel vicolo; le mie pupille doloranti, offuscate da un velo sempre più pesante, non riescono a distinguere altro. Ma stavolta voglio sapere, a costo di rischiare la cecità: aguzzo la vista, gli spilli conficcati nei miei bulbi oculari si moltiplicano finché non metto a fuoco la sagoma, ora immobile, di un uomo. Strano, credo di riconoscerne la figura anche se mi dà le spalle. Si volta, il suo viso incontra la luce del lampione, il suo sguardo incrocia il mio…

Max? Dio, finalmente! Ma che fa lì sotto, perché non bussa? Agito la mano ma non risponde, solo allora noto un rivolo di bava alla bocca, le nervature di due occhi più rossi e gonfi dei miei.

Max, non starai impazzendo anche tu? Perché te ne stai lì impalato a fissarmi come fossi un’estranea? Reagisci, cazzo, parlami, fai qualcosa!

“Brava, continua a sbracciarti come una pazza. Mi spiace solo che sia notte e nessuno ti veda.”

Max, guardami! Sono io, Susan, la tua ragazza! Che ti è successo in questi giorni? La tua casa vuota, il cellulare spento, ore e ore ad aspettarti in angoscia, e adesso questo... che ne è di tutte le promesse che mi hai fatto? Non puoi aver dimenticato il tuo amore, non posso crederci Max! Perché fai così? Non ti riconosco...

“Consolati: neanche lui.”

Sei stato tu, vero? Non ti basta perseguitare me? Che cosa gli hai fatto?

“Traumi violenti, memoria repressa… sei tu la neurologa qui. Dimmelo tu cos’è scattato, nella sua testa, davanti a un’apparizione dall’altro mondo…”

Il cancro della consapevolezza si propaga in me.

Qualcosa mi bagna la guancia, possibile che sia una lacrima? Credevo di averle finite, ormai, o forse era destino che usassi l’ultima per piangere il mio amore.

“Non so chi stia peggio tra voi due… magari in questo momento vorresti essere come lui, un guscio vuoto senza il peso dei ricordi. Ma d’altra parte credo che Max vorrebbe sapere almeno come si chiama, o su che pianeta vive…”

Basta! Credi che non capisca il tuo gioco? Tu vuoi vedermi soffocata dalle lacrime, come quella sera, quando gli raccontai tutto…

“È la dannazione della memoria, Susan… c’è chi non ne sopporta le piaghe e chi vi spargerebbe il sale, pur di provare qualcosa.”

… di quando mi tappasti la bocca con uno straccio sporco, dopo avermi legata al letto... delle unghie conficcate nella pelle, dei morsi sulle labbra e sulle guance finché ti cavavi ogni voglia...

“Cosa sarà più crudele? Il ricordo o l’oblio? Non dormire la notte per paura degli incubi, o perché non ricordi più come si fa a sognare? Essere assordati da migliaia di voci o dal silenzio più nero?”

… ma adesso basta, non piangerò più per causa tua. Anche Max mi promise che non avrei più sofferto.

Che diavolo fa adesso? Cos’ha in mano? La pistola?

Era qui che volevi arrivare? Ti aspetti che crolli e implori perdono per averlo coinvolto? No, bastardo, non mi pentirò mai di aver sorriso quando puntò quella pistola contro di te, anche se ora la sta appoggiando sulla sua tempia. Mi vuoi in lacrime? Mai! Godo al risentire quel fragore, a lasciare che mi riporti ai tuoi ultimi momenti, e Max... Max si sta accasciando proprio come te... no... non può essere vero, non può andarsene anche lui... Max, amore mio...

Basta... è troppo, non ce la faccio più ad essere forte, non davanti a questa pozza rossa, uguale a quella che c’era sul pavimento di casa nostra... non posso più continuare così...

No, cazzo, no! Non te la darò mai vinta! Lo so che mi vuoi disperata, e invece rido, perché è questo l’unico bel ricordo che ho di te, quello dei tuoi rantoli d’agonia, del mio sputo sulla tua faccia mentre morivi! Ti odiavo, ti odio ancora con tutta me stessa e mi dispiace averti ucciso una volta sola!

“Hai finito, sorellina?”

La tua voce… stavolta non viene dalla mia testa.

Eccoti: sei lì, appena dietro al divano, la camicia ancora sporca di sangue, la mia saliva che ti cola sulla guancia, il ghigno aperto tra le lentiggini. Dominic. Mio fratello; la mia dannazione.

“Su, giochiamo… non puoi più dire che non hai tempo.”

E allora forza, violentami ancora con la memoria. Ma ti sfido a strapparmi ancora una lacrima.

“Susan…?”

Sì?

“… ti voglio bene.”




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