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Cento luci accese




“Perché diavolo mi hai chiamato? Lasciamo stare! Dai, aggiornami in fretta.”

Il detective N.N. era stato svegliato in piena notte per un presunto caso di omicidio.

O almeno così aveva ipotizzato richiamando a sé le ire celesti che appellava con epiteti pescati a caso dalla zoologia. Il suo lavoro era scovare assassini, ossia persone che mettono fine alla vita di altre persone. Tendenzialmente il tutto si riassume con un cadavere e il contesto.

In quell’appartamento, però, non c’era un cadavere. Un contesto particolare, certo, ma nessun cadavere.

Seduto davanti a un televisore spento, perfettamente rigido e con gli occhi spalancati, stava Max Fuera. Conosciuto da N.N. come l’informatore numero due.

“No! Numero due! Che cazzo succede?! Chiamate un’ambulanza!”

“L’abbiamo fatto, detective, ma non credo serva a molto. Guardi.”

La bassa manovalanza della giustizia si avvicina al catatonico Max. Cerca di spostare un braccio, quando viene scagliata di peso verso la parte opposta della stanza. Un rumore sordo di ossa al limite della propria resistenza.

Rialzandosi dolorante racconta al suo superiore quanto è successo.

“Siamo stati chiamati dai vicini. Si lamentavano del rumore assordante che proveniva dall’appartamento. Dal mattino sentivano in continuazione la stessa canzone a ripetizione. Due agenti in zona sono venuti a fare un sopralluogo, hanno sfondato la porta e l’hanno visto come lo vede lei. Seduto e con gli occhi sbarrati. Entrambi gli agenti ora sono in ospedale. La squadra di supporto ha già subito ingenti danni. Sappiamo che eravate in contatto e che lei, Il Signore, è il più esperto di situazioni di questo tipo.”

Il Signore, dopo un respiro di una profondità vicina all’oblio, urlò: “Ma situazioni di questo tipo un cazzo! Cosa volete che faccia? Che faccia una magia? Porca troia, era un mio informatore! Mi date qualche elemento su cui ragionare? Possiamo portare il livello di ’sta follia, massa di scroti rimbalzanti, a un minimo di ragionevolezza?”

Spaventato, il poliziotto cerca di dare tutti i dettagli, soprattutto il motivo per cui avessero dovuto chiamare N.N.

“Quando la seconda squadra ha ispezionato l’appartamento ha trovato questa audiocassetta” disse mostrandola timidamente, “e come vede c’è la sua foto.”

N.N., Il Signore, prese la cassetta strappandola letteralmente dalle mani, staccò la foto e guardò sul retro.


Ciao capo, non ce l’ho fatta.

Ascoltala guardandomi negli occhi e poi uccidimi.

Fallo, ti prego! Prima che lei torni a giocare con il mio cervello!


“Uscite tutti! Subito! Tranne te, mi servi qui come testimone. Portami un mangianastri, ora!”

Così fece l’unico rimasto con Il Signore.

“Portami una sedia, mettila davanti a lui. Se vuoi resistere in questo lavoro, vedi di fare come dico io.”

Play.


Intermittenza di luce e buio, suono elettronico. Saliva densa e reflussi acidi subaffittano il fondo gola in preda a smanie di erosione. Sono cento luci. Dieci decine di luminosità sporca. Incandescente. Vedo chiaramente i filamenti di tungsteno accumulare rabbia mostrando di cattiveria il buio per quello che è. Luci stronze e cattive che fanno intuire dettagli in questo Motel. Di nuovo nel mio Brain Motel.

Ho provato a rimanere fuori ma mi risucchia dentro a ritmiche serrate.

Cassa dritta a centoventi battiti al minuto, suoni a dodici dimensioni viaggiano da un punto focale all’altro. Si distinguono fra loro e serpeggiano dentro a ogni terrificante brivido di attività mentale.

Sono un uomo, sono una macchina, sono un’illusione. Un motore che consuma, comprime ed esplode liquido cerebrale, che spinge più avanti per poi comprimere ed esplodere, comprimere ed esplodere.

Sono piccolo, mi sento stretto. Mi serve ossigeno e spazio. Un motore e cento luci accese scoppiano insieme in un eterno big-bang zoppicante.

Questo è il mio Brain Motel, l’illuminante processare uno e zero come un Commodore 64, sbavando in fronte alla realtà la danza tecnologica a cui non potremo mai tenere testa. Non respiro, sono un computer, sono senza fiato.

Mi elevo a centinaia di chilometri dalla fossa delle Marianne. Progressivamente gli elementi si fondono e perdono significato. Rimpiccioliscono contemporaneamente al loro valore che scema verso il nulla. Bestie che si nutrono e toccano. Uomini e donne piccoli come formiche che aspettano chi li distruggerà con un colpo di mano. Sono distante galassie. Non posso più nutrirmi tra le formiche. Tra le forme piccole che le persone tendono a ricalcare brave e diligenti. Mi basterebbero cento luci spente, per non vedere.

Non posso nutrirmi tra le formiche. Sono di più, sono fuori.

Brain Motel non fa sconti, ragioni? Ti porta dentro a forza. Strappandoti arti e arti. Non ti restano che impulsi oscillanti. Quel che rimane del corpo prende vita e si scatena in un headbanging immaginario costante.

Io ci ho parlato con le persone. Fino alla morte. Ci ho provato con così tanta passione e fatica che non riesco ad avere alcun rimorso. Ho parlato e ascoltato tutti. Formiche stupide. Tutti vi ho ascoltato, ma nessuno è riuscito a tenermi fuori. Tutte le preghiere di attenzione che vi ho rivolto per strapparmi dal mio cervello malsano non sono servite a niente. A niente!

Come foste in grado di ascoltarmi.

Non sono in grado di far parte di un baratto esistenziale. Non posseggo le vostre capacità di sopravvivere diligentemente nella merda dei formicai che ci si costruisce a vicenda. Non sono come voi. Dovreste internarmi se non fosse che il mio Brain Motel mi aspira la vostra lucidità, facendomi apparire chiaramente come un tintinnio che dà l’inizio a una battaglia. Battaglia che finisce sempre e non inizia mai.

Non posso avere recinzioni attorno alle mie mani. Scorrono con sapere da pianista deformato tra le pulsazioni di un’armonia che non esiste più.

Se foste in grado di ascoltarmi.

Se solo foste in grado di capire che la mia professionalità sta esclusivamente nella libertà istintiva di ragionamento. È un potere che non auguro a nessuno.

L’abilità di poter rimanere distanti da tutto, da tutti, rimanendo incastrato con ubiqua volontà al centro di ogni atomo dell’universo.

Sono libero di professione.

Quando poi, qualcuno ci prova. Ricalca le fattezze di un’opera cinematografica senza senso. Uno di quei film di altissimo livello il cui significato è chiaro solo alla madre del regista. Madre che di per sé non sfigurava lavorando ai confini della strada.

Una commedia, battute già sentite e riproposte con la parodia della parodia stessa in cerca di risate. Anche se l’ironia è tale quando rompe la logica, una volta rotta non si aggiusta. Volevo dirlo a coloro che ripetono le battute del copione come se la ripetizione portasse allo stesso risultato.

No, la ripetizione porta all’assuefazione. Sai cosa fa il mio Motel? Mi riporta dentro. Dentro, tutto è nuovo e sincopato.

Non c’è ripetizione, al massimo ritmo.

Il mio problema è che questo non è un film.

Il mio problema è che non sto recitando.

Non posso recitare, sarebbe ripetere battute. La ripetizione mi uccide dentro. Diventa un suono sgradevole. Diventa una luce afona che s’interrompe fastidiosamente fra le cento luci accese. Nel mio Brain Motel.

Nella stanza numero uno c’è un uomo di quarant’anni. Vestito di ricordi e occhi spalancati. Si mangia pezzi di corpi infantili, sbavando pieno di gioia diabolica su manine ancora calde. Ha di fianco un pentolone che sembra la versione macabra della borsetta di Mary Poppins. Continua a pescare pezzi. Come se gli umani fossero macchine che si possono ricostruire. Deliziose macchine che l’assassino della stanza numero uno continua a masticare e deglutire come se il Conte Ugolino fosse il padre di tutti i bambini esistenti. Mangia, il mio assassino.

Nella stanza numero cinque è presente un bambino. La stanza è completamente satura di luce. Una luce digitale, fredda, caustica. È fermo su quattro zampe, muove solo la testa focalizzandosi su chi lo guarda. Non muove un muscolo, non ha espressione. Vestito di bianco, carnagione bianca, occhi bianchi, capelli lunghi e bianchi. Fermo a quattro zampe mobilitando il collo per puntarti gli occhi dentro al cuore. Ti inchioda la sua staticità addosso, facendoti crollare ogni senso di colpa, come lava che invade ogni cannula dell’organismo. Il mio bambino sfinge della stanza numero cinque.

Nella stanza numero dieci c’è un tavolo con una sedia in legno. Sembra una vecchia osteria con un unico cliente. Un uomo, cappello a bombetta, camicia sgualcita e dipinta di rosso da vino decaduto. L’uomo sta seduto con lo schienale che gli sostiene il petto e gli tiene forzatamente le gambe divaricate. Un bicchiere e una bottiglia di liquido bordeaux al servizio del mio Brain borderline. Tenta di bere. Cade il vino. Tenta di bere di nuovo. Il vino si infrange ovunque. Quell’uomo fa solo quello. Prova a bere. Non ci riesce e ci ritenta.

Quello è il mio uomo senza volto e senza pregi.


Maledetto corridoio senza fine e senza inizio. Se solo foste in grado di ascoltarmi e riportarmi nella vostra realtà. Non sono un attore. Questo non è un film. Io non sto recitando.

Braccia allungate e demoniache mi strappano al vostro vivere formicaio e mi riportano in questo cazzo di corridoio con luci. Cento. Accese.

Stanze ovunque senza logica e ordine.

Il mio Brain Motel mi desidera quanto io desidero spegnere tutte le luci.

Ciak, si gira.

Provo a sforzarmi di stare in una zona di comfort che possa sopportare il senso di un’anima formata da miliardi di schegge di specchi che non ragionano. Non riflettono. Non sono lo specchio dell’anima, ma del dolore che s’incunea nelle cornee di noi malati o sani che dir si voglia. Mi sento penetrare nella carne antenne televisive che mi trasmettano messaggi dalle galassie. Giganteschi silenzi che avanzano come nelle peggio catastrofi sul fondo dell’orrore. Quello che sento tutti i giorni. Il dolore, il male. Diventa compagnia. Diventa necessità. Qui lo sanno tutti. Lì lo sanno? Se solo foste in grado di trascinarmi lì dove siete. Belli e piacenti in una normalità fatta di pareti. Di mura in lento movimento che vi schiacceranno.

Volo su schermi neri sporcati da migliaia di puntini luminosi. Un nero sempre più grande con scintillii stupidi di stelle. O almeno credo. Iperspazio malato, cadendo tra le galassie.

Non sono galassie, sono io che ho le chiavi in tasca. Della macchina. Di me stesso. Non riesco a partire. Sono un motore sfinito dai chilometri ingolfati di ’sti maledetti pensieri bomba. Esplodono in continuazione. Non sto recitando, questo non è un film.

Voi mi osservate come se doveste obbligatoriamente impersonare un Hubble immaginario, costruito sulla giusta prospettiva. Sono visionato, siamo visionari. Aiutatemi a scappare, oppure chiudeteci a chiave qui. Con le stanze. Con queste luci che infilano coltelli imbevuti di aceto e sale su ogni lacerazione. Con questi alberi sequoia da cui vi guardo. Assaggio l’istinto animale. Vi sto assaggiando, cercando di capire.

Come se la comprensione fosse una chiave per uscirne. Ma non sto recitando.

Nel corridoio quadri di fontane che zampillano ghigliottine. Ghigliottine che decapitano dogmi di ciò che è giusto e ciò che è inventato. Così Fontana si è perso nel mio Brain Motel. Da allora continua a tagliare tele che tagliano lui. Spargimento di pittura rosso sangue. Non può uscirne. Non possiamo entrare nei quadri senza chiedere permesso. Nessuno può dare il permesso di varcare la soglia dell’anima. Se solo poteste ascoltarmi.

La vita è una leggenda, così c’è scritto sulle pareti molli del corridoio che separa le stanze. Firmato: Neville Robert. Lui non sapeva.

Io so solo che continuano a danzare cento luci.

Per non soffrire, neutralizzate l’introspezione.

Vi aspetto qui, nel mio Brain Motel.


Stop.

Sparo.

“Chiudete il caso come suicidio” disse N.N. andandosene, subito dopo aver bruciato quella foto.

Nessuno riuscì a scorgere le sue lacrime.




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