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Camilla




“Temi la tua ombra, Camilla?” le chiese, offrendole una sigaretta già accesa.

Lei portò il filtro alla bocca. Inspirò ed espirò il fumo in un silenzioso no.

“Dovresti, sai” rispose lui, camuffando un sorriso malevolo. “Sapessi quel che fa.”


Lei se ne stava seduta in quell’angolo, nuda e sporca, illuminata dalla luce intermittente di un vecchio neon a dieci metri sopra la sua testa.

Lui la guardava, le parlava, con quella voce feroce e tagliente.

“Camilla, Camilla. Ti facevo più intelligente di così. Mi deludi. Ti sei fatta trovare troppo facilmente.”

Tra i denti ingialliti Camilla soffocò un urlo al gusto di tabacco e vomito, ma il suo corpo, dopo tutta quella fuga, dopo tutta quell’attesa, non aveva più energia per aggredire, né la sua voce più forza sufficiente per ribattere. Lui le accarezzò il viso adolescente, macchiato di brufoli e tatuaggi. Una mostruosità disordinata attorno a sclere rosse e pupille grigie, difficili da distinguere in quel buio.

“Avresti anche un bel viso” le diceva qualcuno. Lei, come un rituale, si girava, scostava il perizoma e aspettava che il dolore stuprasse il tempo, prima di un’altra maledetta alba.

“Il tuo viso non mi piace” disse lui. Camilla aggrottò le rade sopracciglia bionde. “Io non ti scoperò, dolcezza, perché tu fai schifo.” Le passava il dito sulla pelle sporca, lei serrò le mandibole finché le gengive non sanguinarono, e si macchiò di rosso le labbra sottili.

“Cos’è rimasto di te, Camilla?”

Lei distolse lo sguardo.

“Io ho dei ricordi di te, di quand’eri piccola. Mi ricordo dei tuoi disegni colorati. Delle tue prime filastrocche. Dei tuoi primi testi. Tu le ricordi queste cose, Camilla?”

La vena sulla sua tempia iniziò a pompare il poco sangue che ancora le girava in corpo.

“Non mi sono mai piaciuti, sai? Né i tuoi disegnini, né le tue frasette del cazzo, né tantomeno quegli aborti che ti ostinavi a chiamare canzoni.”

Camilla si irrigidì.

“Suvvia, non mi dirai che a te piacevano, no?”

Un tremendo silenzio.

Lei trattenne in gola il pianto, ma la tradì una lacrima. Lui la raccolse con il dito prima che potesse caderle sul piccolo seno imperfetto. Lo portò alla bocca e lo leccò, come degustando un vino d’annata. Sbuffò un sorriso.

“Fai schifo!” le urlò.

Il corpo di Camilla si contrasse in frustate nervose. Poi crollò tra la polvere. La sigaretta le cadde sulla coscia e iniziò a bruciarla. Lei non se ne accorse. Lui ne sembrava affascinato.

“Vedi, tesoro, tu sei come questo piccolo cerchio di pelle, che brucia, si deforma e muore in una disgustosa piaga.” Camilla piangeva, ma era l’eco di una risata infinita a riempire quegli enormi corridoi vuoti.

Con uno sforzo inaudito lei girò il capo verso di lui e in quegli occhi macchiati di dolore c’era solo un grande, inamovibile odio.

Lui sembrava eccitato. Si alzò in piedi, tolse il cazzo dai pantaloni e le pisciò addosso. Sul viso, sul seno, sulle gambe. Camilla urlò, ma la sua voce non aveva suono. E lui rideva. Rideva sguaiato con una violenza inspiegabile.

“Sai perché ce l’ho con te, Camilla?” Lei, da terra, sputava bile nera tra le sue lacrime e il piscio.

“No che non lo sai. Non puoi saperlo.”

Batté forte con la scarpa accanto al suo viso ormai divorato dalla paura.

“Tu non puoi sapere niente!” urlò, schiacciandole il viso con la suola.

Un sibilo di vento accarezzò quella scena immonda. Lui sembrò stupito.

“Sul serio, Camilla? Una preghiera?” Rise sguaiato, calcando il peso sul piede e il volto di Camilla scricchiolò.

“Non ti sembra un po’ tardi per pregare, inutile ragazzina?” Sembrava arrabbiato. Lei, tra il sangue e lo sporco, sorrise. Lui tolse il piede dalla sua faccia e le calciò la pancia. Il rumore rimbalzò distante in quel dedalo buio.

Lui si allontanò di qualche passo e scomparve dal cono intermittente di quella luce moribonda. La sua voce risuonava ancora più spaventosa.

“Davvero credi che questo basti, Camilla? L’aldilà per una vita buttata come la tua non è altro che una vasca vuota in cui attendere in eterno, senza affogare mai. Idiota di una ragazzina! Tu non vali niente! Tu non lasci niente! Tu non sei niente!”

Il singhiozzo soffocato di Camilla echeggiò. Lui sembrò godere di quella fatica.

“Vuoi una risposta a tutto questo, Camilla? Vuoi sapere perché ti faccio vivere tutto questo? Vuoi sapere perché non ti uccido?”

Camilla chiuse gli occhi. Il suo volto magro, sotto quella luce, sembrava cadavere. Il suo corpo era spazzatura. La sua anima era cibo per maiali.

“Io ti terrò in questo limbo in eterno, Camilla. Io ti inseguirò, ti strapperò pezzi, masticherò il tuo spirito e te lo sputerò addosso. E sai perché, Camilla? Perché io posso farlo!” E ancora quella risata riempì il vuoto.

Camilla si strinse attorno al suo corpo, gonfio e dolorante. L’odore di merda, di urina e di sperma sembrava sparire in mezzo al fiato di quell’odio.

“Non mi scapperai mai” disse lui, con voce grave nell’oscurità.

Poi i suoi passi si allontanarono.


Camilla aprì gli occhi e sollevò il capo. Si era addormentata alla sua piccola scrivania mentre colorava un disegno. Un grande arcobaleno rotondo, pieno di colori, tagliato da una sola, netta linea nera. Un’ombra.

Camilla aggrottò le sopracciglia bionde, poi alzò lo sguardo. Davanti a lei ancora i resti della festa. Buon Compleanno, Camilla. Oggi hai cinque anni.




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