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Buon compleanno, Charlie

di Fabrizio Barachino




Charlie Parker, detective privato dalle parcelle abbordabili. Il suo nome era uguale a quello del famoso jazzista, solo che lui non aveva mai preso in mano uno strumento musicale e la sua carnagione era pallida, fatta eccezione per le occhiaie perenni che si portava addosso.

Sistemò il bavero del cappotto di lana grigio e si mise in testa il cappello dello stesso colore, compagno inseparabile di ogni istante trascorso fuori dall’ufficio o da casa; quell’imitazione di un Fedora era un testimone silenzioso di buona parte della sua vita.

Allo scoccare delle 18 era giunto il momento di lasciare l’ufficio in periferia, riscaldarsi con un paio di bicchieri di whisky in un bar e tornarsene a casa, dove lo aspettavano una doccia calda e un cartone con dentro della pizza avanzata dal giorno prima. Lo stomaco protestò a quel pensiero, invitando il detective ad aggiungere qualcosa al menù e la mente focalizzò un six-pack di birre in lattina che avrebbe comprato da qualche parte strada facendo.

Anche oggi il programma della sera si prospetta carico di impegni mondani, pensò dentro di sé, compatendosi mentre chiudeva la porta a chiave.

Da quando aveva chiuso la sua relazione con Madison le cose gli sembravano essere precipitate in una spirale di vuoto senza fine. Era il giorno del suo compleanno e non aveva ricevuto uno straccio di augurio. Nessuna telefonata, nessun biglietto, nemmeno dalla sua segretaria che, di punto in bianco, prima di lasciare l’ufficio per il pranzo, lo aveva guardato con disprezzo.

Ma un piccolo regalo, una leggera emozione che aveva soffiato sotto la cenere che nascondeva la sua giovialità, quel giorno gliel’aveva riservato e dunque tornò con la mente a cercare conforto nei ricordi della mattinata trascorsa.


Charlie spense la console in contemporanea con il suono della sveglia che aveva puntato alle 10.30; aveva trascorso lì la notte apposta per svegliarsi presto e dedicarsi ai videogiochi. Gli seccava abbandonare la sessione di gioco nel momento in cui la trama aveva preso una svolta interessante, ma doveva sistemare l’ufficio, in disordine dalla sera precedente, prima dell’appuntamento in programma. Era l’unico caso che gli si era presentato da qualche mese, ma aveva tutti i presupposti per essere abbastanza remunerativo, permettergli di pagare l’affitto, le bollette e lo stipendio arretrato di Julia, la sua segretaria part-time.

Prese un sacco della spazzatura dallo sgabuzzino e lo riempì con le lattine di birra vuote disseminate tra la scrivania e il davanzale sul quale si sedeva a fumare, con sacchetti di patatine strappati in malo modo e con il contenuto misto del cestino oramai strapieno; infine nascose tutto dentro la stanza che fungeva da archivio, chiudendo bene a chiave la porta difettosa.

Chissà quando non si aprirà più, pensò immaginando il contenuto del sacco sviluppare nuove forme di vita, in un futuro non troppo lontano in cui la serratura terminava la sua funzione naturale negandogli l’accesso ai documenti stipati a caso.

Rincuorato dal sollievo, si mise a spolverare senza troppa cura i mobili con un panno antistatico, ordinando persino le bottiglie dei liquori secondo la gradazione alcolica. Uno spazio ordinato era capace di far sentire onnipotente anche il più sciatto essere umano della Terra e Charlie riteneva di aver compiuto l’impresa del secolo. Riguardò l’ora compiacendosi del record personale di pulizie a stile libero: erano passati poco più di trenta minuti; Puoi fare ancora meglio Parker! pensò.

Aveva ancora tempo e ne approfittò per sedersi alla scrivania e leggere gli appunti sul caso che avrebbe dovuto tenerlo impegnato al posto dei videogiochi, ma che evitava di prendere in considerazione, nonostante il fascicolo si trovasse a fianco della tastiera del computer da circa due settimane.

La sua pigrizia e l’infantile passione per il mondo videoludico gli avevano fatto procrastinare quel poco lavoro che era riuscito a racimolare.

L’imprenditore Nicholas Reeves risultava scomparso ormai da un mese; la notizia sui media non aveva suscitato troppo clamore; quest’ultimi, dopo una giornata da prima pagina a scopo di gossip, si limitavano a riportare saltuari e brevi aggiornamenti mentre la polizia non trovava elementi che giustificassero la sparizione restando senza nessuna pista da seguire.

Scappato con l’amante, fu infine il verdetto della moglie Marlene, che aveva deciso di affidargli l’incarico per scoprire dove fosse finito l’uomo e perché l’avesse abbandonata.

Charlie e la donna si erano parlati solo al telefono; una conversazione tenutasi sul filo del dico e non dico e finalmente, dopo uno scambio epistolare di corrispondenza digitale, era arrivato il giorno per approfondire la vita del signor Reeves, anche se rotocalchi e quotidiani avevano già raccontato la parte imprenditoriale dell’uomo.

Nicholas era quanto di più classico la borghesia potesse offrire; dopo essersi laureato a pieni voti in un’università prestigiosa, si era buttato nel mondo dell’imprenditoria, azzeccando un paio di brevetti che furono sufficienti per garantirgli una vita agiata e le tessere dei club esclusivi della città. Era un uomo che non appariva spesso in pubblico, ignorato dai paparazzi, ma incensato dai giornali di finanza come uno degli enfant prodige della sua generazione. Nessuno scandalo apparente e un matrimonio longevo completavano il quadro del cittadino modello vestito con camicia sartoriale e cardigan di cashmere.

Charlie sapeva, però, che spesso quel tipo di persone mostrava al mondo solo ciò che serviva per mantenere una certa etichetta, mentre i lati tenuti nascosti potevano essere molto più interessanti e rivelare dettagli importanti per lo svolgersi delle indagini.

Gli piaceva indagare nel torbido della vita delle persone; nessuno era completamente un santo e tutti celavano qualcosa in un tacito patto con la propria coscienza che sarebbe durato, quando non interveniva un investigatore, probabilmente per sempre.

Stava percorrendo con il dito una serie di domande, annotate di fretta su un taccuino a righe, che avrebbe rivolto alla donna, quando udì un rumore di tacchi provenire dal corridoio.

L’architettura del palazzo, con le scale strette e una tromba che terminava nel buio delle cantine, faceva rimbombare qualsiasi rumore esterno fino a dentro i piccoli uffici, occupati per lo più da liberi professionisti; i suoni di dominio comune filtravano ovunque sotto la sua porta senza uniformarsi ai clienti che prima s’intrattenevano alla reception dove si trovava Julia.

Il detective si guardò allo specchio per controllare che il vestiario fosse a posto e che non si fosse macchiato con il panino ordinato a domicilio la sera prima. Le maniche della camicia erano arrotolate quasi fino al gomito e optò per lasciarle così; sarebbe sembrato meno formale, ma al contempo avrebbe dato l’impressione di essere impegnato sul caso e comunque faceva ancora caldo durante il giorno nonostante fosse ottobre inoltrato.

I passi si fermarono fuori dalla porta e Charlie attese che l’ospite bussasse. Passarono alcuni secondi immersi in un silenzio tombale, persino il rumore del traffico si era interrotto per assecondare quel momento. Il mondo sembrava rimasto immobile; l’orologio segnava le 11.27 e l’appuntamento era stato fissato per le 11.30.

Si alzò dalla sedia impaziente e si diresse verso l’entrata dell’ufficio per aprire; tanto che differenza avrebbero fatto tre minuti?

A Julia si strinse il cuore senza nessun motivo apparente, anzi, forse il motivo era che non aveva mai visto il suo capo così impaziente e qualcosa la stava allarmando.

“Guardi che può entrare” disse Charlie mentre spalancava la porta. Il mondo si fermò di nuovo, questa volta assieme al suo respiro.

Fino a quel momento aveva visto Marlene Reeves solo in foto, ma dal vivo, avvolta in abito aderente color crema orlato di seta nera, era tutt’altra cosa. La fisicità di quella donna rasentava la perfezione delle riviste patinate.

Riacquistò subito l’autocontrollo, sperando di non aver fatto un’espressione da scimmia ebete. Le fece il gesto di accomodarsi nel suo studio e poi si precipitò ad aprire una finestra.

Anche Julia restò incantata dalla bellezza e dall’eleganza della donna e si riprese solo quando sentì la porta tra lei e l’ufficio di Charlie sbattere per una folata di vento.

“Cambio un po’ l’aria se non le dispiace” fu la scusa del detective, ma la verità era che aveva bisogno di ossigeno e di dare a qualcos’altro la colpa del viso avvampato all’improvviso.

Nel riflesso sul vetro verificò di avere un’espressione consona alla situazione, cercando di mantenere un contegno professionale.

Lei non lo aveva ancora degnato di uno sguardo. Era entrata con gli occhi rivolti verso il basso, gli era passata a fianco senza dire nulla andando dritta nel suo ufficio e senza nemmeno salutare la segretaria; ora se ne stava seduta con le gambe unite, la borsa sulle cosce e le mani che ne stringevano l’apertura e gli occhi ancora fissi verso il pavimento.

Julia entrò nella stanza, silenziosa sulle ballerine e vestita in modo austero con un tailleur blu notte. Lei e Marlene contrastavano come il bianco e il nero.

“Desiderate qualcosa?” chiese, palesando l’intenzione di rompere quella strana atmosfera che si era creata e far tornare tutto alla normalità.

Charlie la congedò di fretta accompagnandola alla soglia, senza rendersi conto dell’espressione dispiaciuta stampata sul volto della segretaria mentre chiudeva la porta, di solito aperta durante gli appuntamenti, come volesse mettere una barriera tra loro.

“Immagino preferisca un po’ di privacy per la nostra discussione…” disse Charlie mentre si riaccomodava alla scrivania. “Le porgerò alcune domande che mi sono venute in mente leggendo i fascicoli che mi ha inviato.”

La signora Reeves, appena fu sollecitata dagli interrogativi del detective, diventò un fiume in piena di aneddoti riguardanti un mondo a lui del tutto estraneo; country club, gite in barca, hotel a 5 stelle superior e viaggi in mete esotiche con jet privati, spesso svolti in compagnia di buona parte dell’annoiata upper-class cittadina. Solo quando si sentì del tutto a suo agio, svuotata di tutti i pesi che si portava dentro, alzò lo sguardo verso Charlie lasciando che la timidezza e la verecondia iniziali sparissero per far posto a occhi vivi e profondi.

Lo scrutarono; rapidi, intensi, speranzosi verso colui avrebbe dovuto svelarle la verità, mentre lui era perso in un mondo fatto di lussuria. La sua mente aveva iniziato a divagare sin dalle prime parole di lei, ipnotizzato dal suono della sua voce, e aveva trasformato più volte quell’ufficio in una camera da letto di un albergo, in un ristorante raffinato o in un aperitivo a base di vino e stuzzichini in un locale alla moda del centro, complici i racconti che il suo udito raccoglieva a tratti.

Lei aveva quello che chiamava il fattore wow: un insieme di gestualità, profumo, bellezza e musicalità della voce che potevano lasciare qualsiasi uomo la incrociasse con il cuore in subbuglio e un tarlo in mente per mesi. Una sirena metropolitana, nata per tentare qualsiasi altro essere vivente, uomo o donna che fosse, con cui entrasse in contatto.

Charlie dovette lottare tra il suo senso del dovere e i suoi istinti, ma in cuor suo già sapeva che quell’indagine si sarebbe ben presto compromessa e lo avrebbe compromesso. Come succede ai detective dei romanzi noir che gli piaceva tanto leggere, anche lui aveva trovato la sua femme fatale.

“Quindi, signor Parker, accetta di scoprire cos’è successo a mio marito?” chiese Marlene con la voce ancora comandata da un residuo di timidezza.

Lui scosse la testa per tornare in sé dopo quel viaggio in una dimensione parallela, ma quella domanda l’aveva compresa per intero e nel dare la risposta la guardò negli occhi cosciente, determinato, senza dimostrare secondi fini.

“Sì, signora Reeves. Accetto il caso con piacere e la ringrazio per la fiducia accordatami.”

Il sollievo si fece strada nel volto della donna, che si distese accentuandone la bellezza già dimostrata, nonostante fino a poco prima l’espressione dominante fosse torva.

“Quanto tempo le servirà? Non lo intenda come una questione venale; i soldi non mi mancano. Lo sa benissimo… È che il pensiero di poter avere finalmente delle risposte mi fa diventare impaziente.”

“In tutta sincerità non lo so. Lei mi ha fatto recapitare una buona parte della documentazione raccolta dalla polizia; leggendola sembra che le loro deduzioni siano logiche e appropriate, ma come abbiamo visto non hanno portato a nulla. Dovrò andare a scavare molto a fondo, interrogare qualcuno di vicino a suo marito... Non sarà un lavoro breve e nemmeno facile.”

Diceva la verità Charlie Parker, quell’indagine sarebbe stata lunga e non solo per le difficoltà nel reperire informazioni all’infuori di quelle presenti nei verbali, ma anche per il piacere personale di poter interagire con lei il maggior tempo possibile.

Marlene armeggiò nella borsa ed estrasse una busta.

“Eccole un anticipo del compenso per coprire le prime spese. Non si faccia problemi a chiedermi ciò che le può servire. Come le ho detto prima i soldi non sono un problema. Ora mi scusi, ma devo andare; l’aver preso il posto di mio marito in alcuni affari richiede appuntamenti brevi ma efficaci.”

La mano che porgeva la busta gonfia di denaro era ferma e lo sguardo ora brillava, mostrando che sotto il dolore della scomparsa e il comportamento da moglie devota c’era una donna pronta per il mondo degli affari. D’altronde, stando con il marito e frequentando certi ambienti, aveva avuto tutto il tempo di studiare e imparare come gira il mondo a quel livello sociale.

Charlie l’accompagnò alla porta cercando di starle il più vicino possibile, trattenendosi a stento dal cingerle la vita con il braccio. Una tentazione fortissima.

Si salutarono senza nemmeno stringersi la mano e quando si chiuse la porta il detective sospirò.

Quella sera si accorse che l’incontro con Marlene Reeves era stato incredibile e la sua ex, Madison, era diventato uno sbiadito ricordo sfrattato dal cuore e relegato solo alla mente. Toccò la busta piena di banconote che aveva messo nella tasca interna; i soldi grossi sarebbero arrivati presto; per fortuna aveva ancora qualche risparmio in banca che gli avrebbe permesso di sbarcare il lunario per un po'.

Tirò fuori una sigaretta e imprecò contro il vento che non gli permetteva di accendere; aspirò una boccata di fumo caldo che si mescolò subito al fresco serale dell’autunno.

Si avviò verso casa camminando in fretta per arrivarci prima possibile. Il cellulare squillò.

Chi cazzo è a quest’ora? pensò prima di rispondere. Guardò il display, sperando che non fosse la sua ex. Conosceva bene le sue debolezze e, dopo essersi compatiti a vicenda, sarebbero finiti prima a bere e poi a scopare, solo che lui, questa volta, lo avrebbe fatto senza la speranza di una ricongiunzione ma con in testa Marlene; una cosa da evitare. Il numero risultava sconosciuto.

“Charlie... Charlie! Aiutami!” Era una voce di donna; non la riconobbe subito, ma gli parve quella della sua nuova cliente.

“Marlene? Sei tu? Dove sei? Che succede?” Sentì un rumore di spari e la conversazione cadde.

Marlene aveva bisogno di lui e la pizza avrebbe dovuto aspettare e diventare ancora più gommosa; tanto sarebbe comunque rimasta uno schifo come appena arrivata. Un poco di polvere in più sulla farcitura non poteva peggiorare un sapore di merda, al quale comunque era affezionato.

Il telefono squillò di nuovo. Questa volta a chiamarlo era Julia.

“Ciao Charlie…”

Perché quella chiamata? Cosa stava succedendo? Charlie non trovava una risposta; forse andava cercata negli avvenimenti di quella mattina.


“Quella zoccola è già dentro da quarantacinque minuti. Che cazzo avrà di così importante da raccontargli?”

Julia continuava a trascrivere i suoi pensieri sul wordprocessor.

Negli ultimi mesi aveva pensato che tra lei e Charlie potesse nascere qualcosa di importante. Dopotutto aveva iniziato lui, raccontandole di come andasse male con Madison e di come si sentisse abbandonato, trattato di merda e usato solo per del sesso occasionale.

Il suo animo da crocerossina venne fuori davanti a quell’uomo un po’ sciatto, ma allo stesso tempo affascinante nei modi e che sapeva ammaliarla con le parole quando le illustrava gli avanzamenti dei casi facendole annotare le deduzioni, i pensieri, le motivazioni psicologiche che spingevano gli esseri umani ad agire in certi modi.

Non era professionale innamorarsi di lui, ma non ne poteva fare a meno.

Una sera, prima di andarsene dall’ufficio, lo trovò seduto sul davanzale a guardare fuori dalla finestra con gli occhi gonfi di chi aveva pianto e lei, che piangeva spesso, non poté esimersi da dargli un abbraccio.

Lui la baciò d’istinto, forse con Madison in testa, ma poco le importava. L’ebbrezza di andare contro all’educazione cattolica ricevuta in collegio, e che finora aveva regolato la sua vita, la faceva eccitare come un’adolescente davanti al proprio cantante preferito.

Schiuse le labbra per lasciare posto alla lingua e permise al suo capo di percorrerle il corpo con le mani.

Quella sera si fermarono lì; concedersi al primo appuntamento a lei sembrava fuori luogo. Con il suo capo per giunta. Le sere successive, entrambi fecero in modo di creare le giuste occasioni in cui ci fu la possibilità di andare avanti e lei fu felice di donare a Charlie la sua verginità.

Il giorno dopo era sempre come se non fosse successo nulla. Julia restava avvolta nei suoi tailleur austeri e Charlie andava e veniva con saluti frettolosi e nessuno sguardo ammiccante.

Nemmeno una parola o un doppio senso uscivano dalle loro bocche durante il giorno.

Madison era ancora una presenza semicostante nella vita di Charlie, ma lei sapeva, o meglio sperava, che un giorno quell’uomo sarebbe stato solo suo.

Per il giorno del compleanno del suo capo aveva preparato un regalo speciale: un weekend per due in un cottage in montagna, ma la speranza di una parentesi romantica con l’uomo che amava si incrinò in modo irreparabile quando vide Marlene Reeves entrare nell’ufficio di Charlie. La colpa fu lo sguardo che lui rivolse alla cliente.

Non aveva mai guardato nemmeno la sua ex, le volte che passava in ufficio per fargli una delle sue solite scenate, in quel modo. Mai, anche quando le cose andavano a gonfie vele tra loro e li sentiva fare sesso al di là della porta.

La musica che proveniva dalle casse del computer le annunciò un triste presagio. Kind of Blues, di Miles Davis, era una melodia che non le aveva mai portato buone nuove.

Nella sua testa, in quella stanza a pochi passi, stava succedendo tutto quello che Charlie aveva fatto con lei. Si rese conto che non tollerava Marlene come tollerava Madison e che questa nuova cliente le avrebbe tolto quanto di più caro e desiderato avesse al mondo in quel momento.

Pensa, dannazione, pensa! si ripeteva Julia.

Come poteva far sparire dall’ufficio quell’ostacolo? Sapeva che Charlie l’avrebbe richiamata ancora lì, magari fissando l’appuntamento poco prima che lei finisse il turno, in modo da restare soli e la quantità di lavoro attuale non giustificava delle improvvise ore di straordinario.

Sparire. Forse la chiave stava in quella parola che continuava a girarle in testa e che ben presto divenne sparare.

Ecco cosa avrebbe fatto.

Avrebbe raggiunto Marlene a casa, dicendole di essere stata mandata dal Detective Parker e che si era dimenticato di farle alcune domande, il resto poi sarebbe stata una cosa già vista molteplici volte nei film.

Charlie le aveva lasciato una BU9 Nano per la difesa personale da tenere in ufficio, nel caso si presentassero clienti scontenti delle indagini o qualcuno in cerca di vendetta. L’aveva sempre tenuta nel cassetto, all’interno della custodia ancora intonsa. Era giunto il momento che quel piccolo gioiello di fabbricazione italiana prendesse vita.

Nascose la pistola nella borsetta e continuò a fare uscire i suoi pensieri sul wordprocessor che aveva generato pagina cinque dopo l’ultima pressione sul tasto invio.

Quando Marlene Reeves uscì dalla porta, Julia capì che la decisione presa era l’unica possibile. Lo sguardo di Charlie era fin troppo eloquente per lasciare spazio a qualsiasi speranza futura e la sua sindrome di Otello era del tutto giustificata.

Doveva solo aspettare che arrivassero le 13 e provare a sorridere al suo capo come se niente fosse.

Il suo piano aveva avuto l’impatto desiderato e il detective era rimasto silenzioso al telefono, intento a capire cosa stesse succedendo.


“Charlie, caro Charlie... ti va di giocare un po' con me? Ci mancherebbe… Dopotutto mi hai scopata per bene più volte.” La donna sospirò ricordando i vecchi tempi e il piacere che l’uomo era stato capace di darle.

Charlie non credeva a ciò che stava accadendo e pensò fosse uno scherzo di cattivo gusto o solo colpa del whisky. Prese un respiro profondo e cercò di usare la diplomazia.

“Senti, Julia, te l'ho già detto, mi dispiace. Finché c’è Madison non puoi pretendere di più.”

Stava cercando di mantenere una voce ferma; la follia di Julia gli ricordava le scenate della sua ex e questo minava in modo prepotente il suo usuale autocontrollo.

“Sono stanca, Charlie. Ho aspettato troppo tempo per averti… Ti ho osservato sprofondare, uscire ubriaco fradicio da bettole che in passato odiavi per poi accompagnarti a casa sopportando la puzza di alcool e il fatto che tu non mi riconoscessi nemmeno, ma non è stato abbastanza. Saresti dovuto cadere ancora più a fondo, ma questa puttana di fronte a me ti ha dato nuova linfa grazie al suo vestitino attillato di qualche stilista del cazzo e agli occhi grandi. Non usare la scusa di Madison!” Il tono di voce si alterò man mano che pronunciava quelle parole.

Charlie restò in silenzio e Julia continuò. “Hai aperto il secondo pacchetto di sigarette della giornata?”

“Non ancora.”

“Fallo adesso.”

Charlie infilò la mano nella tasca interna del cappotto dove teneva sempre un pacchetto di scorta e vi trovò quello che al tatto sembrava un foglio.

Lo estrasse e lesse la parola scritta sopra, con ogni probabilità uscita dalla sua stampante in ufficio.

“Cosa c’è scritto Charlie? Leggilo!” urlò la segretaria.

A caratteri cubitali sul foglio bianco c’era scritto BANG e Charlie, mentre lo pronunciava, sentì uno sparo dall'altro capo del telefono.

La rabbia provata per non essere riuscito a fermare quella follia lo fece piangere e in quel momento gli venne in mente che, andandosene dall’ufficio, aveva visto un pacchetto regalo vicino alla scrivania di Julia, ma non aveva approfondito, considerandolo una dimenticanza da parte della sua segretaria.

Che uomo bizzarro Charlie Parker: continuava a trascinare una storia morta da tempo, si scopava la sua segretaria e ora si considerava responsabile della morte di una donna. Forse se la meritava una vita di merda.

Julia interruppe i suoi pensieri.

“Buon compleanno, Charlie! Ti amerò per sempre.”

Il rumore di un secondo colpo gli perforò il timpano. Seguì un tonfo e il telefono si ammutolì, lasciandolo con una sigaretta consumata tra le dita e le lacrime a solcargli il volto.




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