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Buon appetito, amore mio




Stava lì a osservarla. In piedi, appoggiato al muro, con le caviglie incrociate. Mani in tasca con eleganza, a rendere tesa la seta della vestaglia. Il sorriso di chi è felice soprattutto nel cuore, ragionava sul da farsi verso quella creatura legata ai quattro vertici di un letto a baldacchino. Veste adamitica, una pratica benda sugli occhi e il proseguo delle corde a definire le linee d’arte del suo corpo. La ninfa di brividi mugugnava note di violino arruffato, fingendo una ribellione da quegli abbracci fatti di corda. L’attesa rendeva complice la tensione. Di lei intuiva l’elettricità sgorgante da ogni nervo, il disperato tentare di avvicinarsi al proprio fuoco per bruciare con esso. Era così che i due si amavano. Si avvicinò col palmo verso il vertice degli arti inferiori percependo calore, un dolce calore. Socchiuse gli occhi respirando solo lei, il profumo denso di una sete incontrollabile. Tolse la vestaglia, si fece piacere. Lei smise di essere terrestre per qualche secondo, decantando grida infinite verso i picchi di un amplesso generoso. Lui diede se stesso, concluse il volo dell’angelo aggrappato alla schiena di quell’incanto. Loro furono eternità per un minuto. Via le corde e i vari giocattoli. Via le bende. “Vado a farmi una doccia, tu pensa alla cena” cinguettò lei fingendo pudicizia nel correre verso il bagno. Lui seguì quel fondoschiena col sorriso di chi percepisce un piacere condiviso, fino all’ultimo istante in cui la prospettiva gli rimaneva a favore. Con la mente, con il cuore, non riusciva a smettere di sentirsi dentro lei. Nell’aria l’incantevole profumo di femminilità riempiva i polmoni della sensazione più vicina all’infinito che l’esistenza possa regalare. In fondo, è solo questo che capita a quelli che voi chiamate pazzi. S’innamorano del tempo che passa, trasformano una scopata in quinta essenza dell’anima. Una cena in un fagocitare idee. Un omicidio in una pennellata data contro il destino. Il tradimento in una sbronza sadica senza colpe. I pazzi non hanno mai ragione, ma quasi mai hanno torto. Lui, cercando di abbattere lo scroscio dell’acqua bollente, cercò di informare la propria compagna di diletto: “Ascolta, chiappette da Leone d’oro a Venezia, ti va se preparo uno spezzatino? Magari contorno di patate? Apro una bottiglia di Tocai, per cucinare. Poi decidiamo come continuare! Sei d’accordo?” Dalla doccia: “Non ho capito niente! Tu prepara la cena, io sto preparando il dolce!” Rilassato si vestì dei soli pantaloni e si recò verso la sua moderna cucina. I piani da lavoro illuminati da luci led professionali, penisola con fornello a induzione e impianto audio di ultima generazione. “Ok Google, riproduci playlist male di miele.” Ed ecco che il focolare si riempiva delle note di Post orgasmic chill degli Skunk Anansie. Ecco che la sua mente cercava di difendersi dalla profondità del suo inferno. Non era una persona cattiva, anzi, a detta di molti era un esempio. Filantropo, generoso, vicino ai bisognosi. Alcuni vizi li teneva per sé, non per vergogna, ma per evitare incomprensioni con i benpensanti.

Uno dei suoi vizi era la caccia di frodo. Era l’unico modo per poter cenare con carni prelibate, con prodotti di primissima scelta. Non poteva farne a meno. Ma non era solo il cibo il pregio di questa nobile arte. Tutto ciò che ne faceva parte era eccitante. Prepararsi giorni prima, studiando il territorio. Imparare a memoria tutti i movimenti della possibile preda. Appunti su appunti per capire se il branco di provenienza ne avrebbe risentito. Studiarne le abitudini, il contesto gerarchico, le particolarità. Dopo lo studio, la preparazione. Rilevatore, un’arma adatta a non rovinare le carni, scarpe e vestiti pertinenti alla causa, occhiali e cappello scaramantico. La seduta di caccia durava circa ventiquattro ore. Si partiva il tardo pomeriggio con gli appostamenti, seguendo a debita distanza le tracce lasciate dal futuro trofeo. A seguito di un lento pedinamento, sfruttando la penombra, il piano poteva essere attuato. Se la preda fosse stata spaventata o l’attacco di panico fosse evidente la carne verrebbe invasa da sostanze che ne comprometterebbero il gusto. Significherebbe gettare alle ortiche giorni di lavoro, cosa che i cacciatori di frodo non possono permettersi di fare. Una volta abbattuto ciò che diverrà un pasto, si puliscono le tracce in modo che il branco non possa seguire gli indizi del loro ex membro. Per farlo si impiega tutta la notte, distante da altre possibili prede, nascosto nell’ombra. Con il sorriso di chi sa mantenere i propri vizi.

Risolta la questione branco, il trofeo viene riportato a casa. Per quel cacciatore dall’anima passionale, ogni rientro è accolto dall’entusiasmo della dolcissima lei, compagna nel vizio delle carni.

Quando una preda è vietata, infrangere le regole per il piacere di quel gusto saporito in bocca rende l’eccitazione incontrollabile. A ogni battuta di caccia, dove i due si separavano per giorni, al rientro la gioia li faceva sfociare in un groviglio fisico di potenza e sensualità inaudite. Come successo poco prima. “Amore, se ti va e non ti disturba, è passata circa un’ora e mezza, mangiamo?” Con una punta di stanchezza la richiamava in cucina pronto per mostrargli le sue prelibatezze. La cena era composta da due teglie e una pirofila in ceramica. Nella pirofila un guazzetto dal profumo di selvaggina e salvia, con un ricordo di vino pesante, accoglieva lo spezzatino dall’aria tenerissima. In una teglia riposava della crema dalla consistenza di velluto e dal profumo sapido, un’antica salsa a base di formaggi e cervelletto. Nella terza teglia polpette di fegato e verdure, poesia di contrasti. “Eccomi qui, mio cavaliere! Quanto sto bene! Non c’è niente di meglio che la petite mort sotto uno scroscio bollente cantando canzoncine. Allora, che mi hai preparato di buono? Tutto frutto dell’ultima caccia? Il profumo è ottimo!” Così, abbracciando da dietro il proprio cuoco cacciatore, l’innamorata si presentò in cucina vestita solo dell’accappatoio. “Piccola, sebbene l’idea che ci sia solo l’accappatoio tra le mie mani e le tue forme sia scandalosamente distraente, non ti pare un vestito un pochino minimal dopo un’ora e mezza d’attesa? Non dico un tailleur, ma jeans e maglietta, come tempistiche, ci stavano, sei d’accordo?” disse lui con il sorriso di chi limita l’emozione per amore. Lei, dopo un bacio sulla guancia ridacchiando, rispose: “Ho provato a mettermi qualche vestito, ma addosso mi stai bene solo tu! E l’accappatoio, ma non esserne geloso, tu mi senti più bagnata di quanto possa sentirmi lui.” Si morse le labbra per un secondo e proseguì: “Mi dici che hai creato con la preda?” Lei poteva anche presentarsi vestita da palombaro, ai suoi occhi rimaneva la forma perfetta che ricalca l’idea di bellezza. “Amore, per la preda ho usato la ricetta classica del mio spezzatino con tagli misti. Ho abbondato col vino, dovrebbe togliere in parte il gusto selvatico. Poi ho preparato la salsa che ti raccontavo di cervelletto e formaggi e delle polpettine, il vino lo scegli tu?” disse indicando il portabottiglie in fondo alla cucina. “Del Passerina ti va bene o gradisci del Merlot dell’anno scorso? No, scherzavo, non hai possibilità di scelta, per la cena Merlot!” rispose lei, il tutto ancheggiando nel percorso fino alla tavola. “Amore, tu non credi che questa nostra passione sia uno sbaglio? Non è legale cacciare. Non facciamo male a nessuno, almeno non è nostra intenzione. Ma se lo vietano ci sarà qualche motivo? Oppure sto esagerando?” le chiedeva con tono di sincero confronto. Nel loro trascorrere la vita assieme, accomunati dalla passione per le vicendevoli anime e corpi e con una sfrenata passione per il procacciarsi cibo di elevata qualità, spesso affrontavano il senso di colpa per il loro vizietto. “Non tutte le leggi sono giuste, lo sai benissimo. Dipende dal punto di vista, da quanto riesci ad approfondire le radici del gesto. Dipende dalla realtà che il crimine commesso permette di sostenere. Ad esempio, tu…” gli spiegava indicandolo e con il viso serio ma velato ancora di assetata malizia, “se rinunciassi alla caccia, perderesti in ordine: gran parte del tuo equilibrio mentale, me. Ne vale la pena? Non direi. Ora, guardiamo invece i lati positivi di cacciare qualche volta per saziarci come si deve. La caccia ti rende creativo, soddisfatto, sorridente e pienamente consapevole. Non solo! A me rende affascinata, affamata, contenta, innamorata! Ci fa bene! Secondo te, esiste qualcuno al mondo che, vedendoci così felici e così forti grazie anche a questo piccolo crimine, ci impedirebbe realmente di perpetrare questo quasi innocente hobby? Non credo, sai” concluse, facendo cadere appositamente una spallina in contemporanea all’occhiolino. Intanto, anche se non è educazione, buon appetito” disse lui accomodandosi a tavola, “e, soprattutto, devi perdonarmi, lo sai che ogni tanto devo confrontarmi con i moralismi che la società mi impone. Credo che tutto si potrebbe concludere con il fatto che, se fosse un vero crimine, lo sarebbe anche consumare la carne delle prede. Invece, se ti beccano qui, non possono farti niente. Al massimo una multa. Ma tu, quando mangiamo queste cose che ti preparo, come ti senti?” chiese intingendo un pezzo di pane nella salsa biancastra, con il sorriso di chi conosce la violenza. “Immortale, con te. Non so spiegarlo, ma mangiare queste carni mi fa sentire enorme, gigantesca, senza paura. Condividerlo con te mi fa volare in uno stato di benessere quasi animale. Come se mi nutrissi dell’energia vitale della preda. Come se la mia anima fagocitasse, se esistessero, le anime di quelle prede. Ecco, quando realizzo questo, sento in lontananza un debolissimo senso di colpa. Sono comunque creature, penso. Poi mi ricordo che non possiedono anima, e sto bene! Certo, non è colpa loro, dicono, di essere rimasti senz’anima, ma nemmeno mio. E poi, non esiste sapore più afrodisiaco, lo dovresti sapere bene!” disse abbassando il tono di voce fino a un sussurro sensuale. “Certo, amore, la passione non può essere peccato. Nessuno, se ce l’ha, sfugge dalla propria anima. La nostra ha bisogno di scopate deliziose, ottima carne e buon vino” rispose alzando il calice verso la sua bella. “E ovviamente buona musica!” Anita Baker e la sua Sweet love addolciva un silenzio fatto di bocconi e sorsate. A ogni forchettata la felicità prendeva possesso di tutti i muscoli facciali. Nessuno è più felice di un tossico con la sua dose, soprattutto se può condividerlo con il cuore di qualcun altro. Si guardarono negli occhi, in contemporanea con l’ultimo brandello di preda deglutito e l’ultima ampia sorsata di vino. Senza staccarsi, in perfetta sincronia e con la dolcezza di due bimbi, lei fece la solita domanda di fine pasto: “Ora dimmi, amore, chi abbiamo mangiato?”

Lui strinse le labbra in un sorriso compiaciuto. Aspettava e adorava quella domanda. “Questa sera, mia bella, abbiamo mangiato la giovane avvocatessa. Carne di alta, altissima qualità.”

Lei sorrise maliziosa di rimando. “Era carne tenerissima” disse, “ancora più gustosa di quella di venerdì. Chi abbiamo mangiato? Non ricordo.”

“Venerdì? Il prete” rispose lui. “Ci dev’essere ancora una parte di gambe in congelatore. Magari te la cucino domani con il condimento di erbette, cosa dici, tesoro?”

Si fissarono a lungo, entrambi col sorriso di chi mangia uomini senz’anima.




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