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Bocche di veleno (Parte 2)




L’addetto mi aspetta nell’area riservata del piano interrato e mi conduce alla porta in fondo al corridoio. Quella, mi dice, è la camera anecoica. Una stanza del tutto bianca, con le pareti composte da piramidi spugnose che sporgono verso l’interno.

L’uomo mi spiega che è una sala costruita per avere la più alta insonorizzazione possibile. In poche parole, per sperimentare il silenzio assoluto. Posso entrarci quando voglio, ma mi avverte che è un’esperienza da dosare. Devo aumentare i minuti di permanenza in modo graduale. Mi sconsiglia di superare i quarantacinque minuti finali, però mi conferma che ho libertà di scelta. Dentro troverò solo un pulsante rosso, da premere per riaprire la porta.

Fremo e varco la soglia.


Silenzio. La mia testa si fa pesante. Il silenzio rimbomba, scopro. È così strano. Ansia, cerco di calmarmi. Cammino al centro della stanza, il pavimento è morbido e mi disorienta. Questo è un silenzio che non avevo mai provato. Mi sdraio e non capisco se sia stata una buona o una pessima idea. Sto fluttuando. No, non sto fluttuando davvero, è solo una sensazione. Sto viaggiando nello spazio, verso un sogno, verso l’oblio. Chiudo gli occhi. Ora al silenzio si aggiunge l’assenza di immagini. Non ho alcun riferimento se non me stessa. Quanti minuti sono passati? Un suono che fa tum, tum, tum. È il mio cuore. Riesco a sentire il battito del mio cuore. Un enorme tamburo che mi fa vibrare l’anima. Si aggiunge un altro suono. Un fiume incessante, sicuro nel suo corso. Il flusso del sangue. Sento lo scorrere denso nelle mie vene. E questo stridere? Cristo, sono le mie ciglia. Sento il suono delle mie ciglia se strizzo appena gli occhi. Ogni minimo movimento si ripercuote sulla pelle. E la pelle fa rumore. Rumore di un involucro da scartare. Sto sentendo ogni cosa che avviene dentro di me, ogni movimento di questa macchina zitta e frenetica. Ma la testa, quella ora sta per esplodere. L’ansia risale come acido e mi avvelena. Voglio uscire. Bottone rosso. Porta aperta.

Fuori, il susseguirsi di suoni mi spacca i timpani. Ci metto qualche istante a farmi passare il dolore. Sette minuti. Quanto è drammatica l’assenza del silenzio.


I minuti sono diventati dieci, quindici, ventitré, trentuno, quaranta. Mi sono svegliata ogni giorno con il preciso intento di entrare in quella camera. Lì dentro, domande e risposte si muovono insieme ai processi del mio corpo. Cos’è un’illusione? Lo stomaco che si contrae. Una danza di demoni travestiti da voci. L’aria che entra ed esce dai polmoni. Qual è la più grande libertà? Il corrugarsi della pelle. Sono io la più grande libertà. Le ossa che sfregano sulle cartilagini. Nella camera anecoica sento i rumori del corpo e sento il rumore dei miei pensieri, come se la mia mente avesse scoperto la cura alla sofferenza di una vita.

Oggi, cinquantasette minuti fatti ieri, passo di nuovo quella porta in fondo al corridoio.


Mi siedo a terra, gambe incrociate, occhi chiusi. I movimenti del mio corpo, così rassicuranti. Pelle, ossa, sangue. Sono io all’interno di me. Sono l’anima della mia anima. Il silenzio è una culla ipnotica che mi protegge. Assaporo i rumori dell’introspezione. Cartilagini, organi. Poi… una voce. Una voce sussurrata, calda. No, ci sono solo io qui. È solo un’allucinazione. Ora si fa più forte. Dice il mio nome. D’istinto apro gli occhi. Davanti a me, nella mia stessa posizione, c’è un’altra donna. No, c’è la stessa donna. Ci sono io, come fossi allo specchio. Lei, però, non ha la bocca cucita. Sbatto le palpebre più volte, sentendone lo scricchiolio. Chi sei? Sono te. Ho pensato alla domanda e lei ha risposto, aprendo quella bocca maledetta. Come fai a sentirmi? Sono te, stupida. Ride. Una risata macabra che mi ruggisce nel cervello. Cosa vuoi? Dovresti saperlo. Mi tocco la bocca, seguo le cuciture. È solo un’allucinazione. Sei solo un’allucinazione. Questo mi rende meno potente? Vattene, non voglio ascoltarti. Non posso. Voglio stare sola. Ma tu sei sola. Ho esagerato. È un’allucinazione. Bottone rosso, voglio uscire. Cristo. Non c’è. Il bottone rosso non è lì dov’è sempre stato. Lei ride, ancora. Perché non c’è il bottone? Non ti serve, stupida. Vattene. Non posso. Cosa vuoi? Ricordarti che sei un rimpiazzo in attesa di qualcosa di meglio. Cosa intendi? Che sei sostituibile. Lasciami stare. Guardati! Stai rinunciando a vivere perché sei troppo codarda per affrontare il rifiuto. Smettila. È una mia scelta. Già, è per questo che hai fallito. Non sei in grado di sopportare una tua scelta. Bottone rosso. Cristo, dov’è?! Non c’è. L’hai cancellato tu. Provo a urlare, ma sento solo fili che stringono e la lingua che si scontra con i denti. Voglio uscire. Oh, esiste il modo per uscire. In mano ho un coltello. Non l’ho portato io. No. Fallo. È il solo modo. La smetterà, mi lascerà stare. Premo la lama in gola. Tutto questo non è reale. È tutto finto. Ora mi faranno uscire. Lei è sparita. Rumore di liquido denso che sgorga e fluisce. Ribollire caldo sulla pelle secca del collo. Erosione delle vie interne. Aria interrotta, che gratta, che scava. Pavimento rosso. Un’eco lontana e poi buio eterno.




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