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Bocche di veleno (Parte 1)




L’ago passava da una parte all’altra del labbro superiore. S’infilava poi nel labbro inferiore, seguito da tutto il filo. Il movimento si ripeteva, fino a raggiungere l’altro angolo della bocca. Lì il filo veniva interrotto da un taglio netto. Gli strumenti, appoggiati sul tavolo di metallo, tornavano a riposare.

Il video mi aveva già spiegato tutto. Quando toccò a me fu più rapido e meno doloroso di quanto pensassi. La punta d’acciaio attraversava la carne tenera e il lieve bruciore si accompagnava a uno scorrere ruvido. Finalmente sentii la bocca cucita. Ero felice, si trattava solo di abituarsi. Quel maledetto obbligo sociale era giunto al termine. Non avrei mai più dovuto affidarmi alle parole e alla loro tendenza a essere fallibili.


Tutto ebbe inizio quando venni a conoscenza di un posto dove si poteva stare in silenzio. Anzi, con precisione un posto dove le parole erano bandite. Era un edificio di più piani, ognuno con appartamenti arredati e pronti all’uso. Bastava firmare un contratto e accettare le condizioni.

La bocca di tutti i condomini sarebbe stata cucita, per garantire l’assoluta assenza di conversazioni verbali. Potevamo comunicare a gesti, espressioni, insomma, usando il linguaggio del corpo. Cibo e acqua sarebbero stati somministrati con apparecchiature mediche di cui non m’importava il nome. Qualsiasi prodotto poteva essere ordinato via web. Ci saremmo dedicati solo a lavori da svolgere online. Potevamo scriverci tra noi biglietti, messaggi ed e-mail, ma solo per questioni condominiali o in situazioni di emergenza.

Mi bastò leggere le condizioni una volta sola per convincermi. Ho combattuto con le parole per tutta la vita. Quelle che mi hanno massacrato l’anima sono stati i ti amo e i per sempre, che puntualmente diventavano ho cambiato idea e non più. Quanto mi hanno incantata. Ricordo pure i grazie, oh, quanti grazie senza valore ho ricevuto. E gli scusa? Puttanate. Non sono altro che lo rifarò, ma intanto ti tengo buona.

Con quale diritto dominiamo le parole e le trasformiamo in cenere? Con quale coraggio prendiamo il loro potere e lo lasciamo marcire in bocche di veleno?

Ho deciso di non vivere più con la paura di subire la potenza della voce misurata. Troppe lacrime e troppe notti in angoscia. Ho smesso di crederci.


Questa nuova vita mi sta facendo godere dell’assenza dell’illusione. Il linguaggio del corpo non mente e sto diventando sempre più sensibile a comprendere segnali e microespressioni. Se non ti lasci incantare è facile notare la verità.

Ieri è capitata una cosa contro le regole e non ho potuto fare a meno di segnalarla. Qualcuno mi ha lasciato una lettera sotto la porta e l’ho subito aperta. Forse era un’emergenza, ero abbastanza sicura, in realtà. Invece, era una lettera piena di complimenti rivolti a me e un invito a incontrarci di persona.

Non ho letto il nome della firma, non ho voluto farlo. Il mio sguardo è saltato verso il soffitto e il pezzo di carta è scivolato a terra. Mi sono portata le mani sulle cuciture della bocca, per cercare conforto in quell’unica certezza.

Sono stata ferita così tante volte che quelle parole mi sono scivolate addosso. Non sapevo se fossero o meno sincere, ma ho deciso in partenza di non crederci. Troppe volte mi hanno trascinata nell’abisso, per poi abbandonarmi lì in compagnia solo dei miei demoni. Troppe volte mi hanno offesa, insultata, derisa. Troppe volte mi hanno fatto promesse che poi si sono infrante e mi si sono infilate nell’anima, taglienti come vetri.

Non ci ho pensato più di tanto, ho contattato l’assistenza con un’e-mail e loro mi hanno risposto dopo pochi minuti che si sarebbero occupati del problema. Mi hanno ringraziata per il prezioso contributo alla serietà del progetto.

Questa mattina ho ricevuto un’altra e-mail dall’assistenza. Mi confermavano che il problema era stato definitivamente rimosso e mi ringraziavano ancora. Non ho voluto fare domande.

Se mai ritroverò fiducia nelle persone non sarà attraverso le parole. Mai più lascerò danzare i loro suoni armonici verso di me, per poi rivelarsi grotteschi urli di dolore. Non voglio dare spazio ai complimenti ingannevoli, ai mi manchi, ai ti penso. Le parole hanno un peso che non sappiamo portare. Pensiamo di lasciarle libere come fiumi in piena, senza preoccuparci di cosa potrebbero distruggere.

Credo che a scrivere la lettera sia stato il ragazzo del secondo piano, quello che il pomeriggio sta seduto sul terrazzo, guarda in alto e mi saluta mentre prendo il sole. Oggi non l’ho visto.


Sono le 23.00 e dall’assistenza mandano un’altra e-mail. Anzi, no, non dall’assistenza. Dall’ufficio principale. Mi ringraziano per la terza volta della mia collaborazione e si congratulano per il mio grande senso di responsabilità. Mi invitano, domani, a recarmi nell’area dell’edificio riservata, nel piano interrato. Un addetto mi avrebbe aspettata lì e guidata in una struttura speciale, dedicata ai membri del progetto che si dimostrano particolarmente disciplinati.

Ho risposto entusiasta che non vedo l’ora.



… continua




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