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Atelofobia




Sierra si spogliò, si guardò nello specchio e vide tutto ciò che non voleva vedere. Trattenne le lacrime per pochi istanti, poi scoppiò a piangere. Prese il foglio e la penna e li appoggiò sul comodino.

Fece scivolare le mani lungo i fianchi, parallele, finché si fermarono sul ventre. Lo scorrere delle dita s’interrompeva lì, nella pelle increspata. Sierra odiava quel momento del suo corpo. Afferrò la penna con rabbia e segnò una X sul foglio.

Poi alzò la testa, si avvicinò allo specchio, vicina, ancora più vicina, e quasi ebbe paura di passare le mani sui tratti del viso. Odiava le labbra che toccavano ogni giorno avanzi di cibo scadente, odiava il naso che irrompeva prepotente nell’insieme, odiava il colore degli occhi, nascosto dietro veli di lacrime che a ore alterne scorrevano giù, lungo il mento, e cadevano sui vestiti usati troppe volte. Altre X, nere, pesanti.

Passò le dita sulle forme del seno, frutti di una femminilità che non era più sicura di possedere. Un’altra X sul foglio. Quale uomo, pensò, vorrebbe mai posarci le mani?

Si mise di profilo e guardò a lungo le cosce, quelle che graffiava di rabbia, quelle che avrebbe voluto strappare, come si strappa la carne di pollo da un osso. Un’altra X, ricalcata con furia.

Si spostò un passo indietro e fece scorrere ancora una volta lo sguardo lungo il corpo, mentre tremava come il più inerme dei cuccioli. Guardò il foglio. L’inchiostro era lì, fermo, permanente e insistente nella sua decisione.

Si avvicinò all’armadio dei vestiti, poi pianse più forte. Un cane legato alla catena, con il supplizio di una ciotola d’acqua troppo distante da raggiungere senza lacerarsi il collo. Era pronta.

Indossò solo una camicia da notte, nessuna biancheria, come le avevano detto. Aggiunse il cappotto, per non essere scambiata per una prostituta, e la borsa. Si avventurò tra i vicoli stretti, nel silenzio della mezzanotte, accettando sottomessa le offese degli ubriachi fuori dai pub.

Arrivò davanti a un portone con macchie di ruggine, identico a tutti gli altri portoni, a parte per la serratura storta. La grondaia sulla sinistra perdeva. Le gocce si catapultavano nella pozzanghera che avevano creato, come piccoli suicidi nella notte. L’unica luce, appena sopra l’ingresso, taceva a intermittenza.

Sierra controllò l’indirizzo sul biglietto da visita che aveva tra le mani. Il quartiere non era dei più rinomati, tante case erano disabitate, altre sarebbero state abbandonate presto. Eppure, l’indirizzo era giusto. Bussò forte. Aprì un uomo brizzolato con un camice bianco.

“Buonasera, Sierra. Sono contento di vederti di persona. Il grande giorno, eh? O meglio, la grande notte! Prego, accomodati, sono subito da te.”

Le sembrò di fare un salto temporale. La stanza era perfettamente pulita e odorava di candeggina e disinfettante. Contro una delle pareti bianco ottico era appoggiato un armadietto metallico. Nessun quadro, nessuna finestra. Il pavimento rifletteva la luce della grande lampada sul soffitto. Al centro c’era un lettino verde, coperto di carta assorbente.

“Allora, Sierra” disse il dottore, “hai compilato il modulo?”

Lei annuì e gli passò il foglio con le X. Poi fissò il grosso macchinario che rimaneva quieto in un angolo della stanza, quasi fosse un mostro sedato per un tempo indefinito.

“Dunque” continuò l’uomo, “occhi, naso, labbra, seno, pancia, cosce. Bene, bene. Prendo il catalogo.”

Il dottore aprì uno dei cassetti dell’armadietto e passò a Sierra il malloppo di fogli.

“Gli occhi sono a pagina cinque” disse, “subito dopo la spiegazione iniziale.”

Le pagine erano piene di fotografie di parti del corpo di vari tipi. Un lungo elenco di proposte per ogni esigenza. Sierra, eccitata, sfogliava quel menu di pietanze che avrebbero sostituito le sue insicurezze.

“Vorrei questi” disse al dottore, “indicando un paio di occhi allungati all’insù.”

“Ah, ottima scelta” rispose lui, “ti staranno benissimo. Di che colore li facciamo? Verdi?”

“Azzurri” rispose Sierra senza pensarci. “Azzurri.”

“Non vuoi pensarci un po’ di più?”

“Non ce n’è bisogno, dottore. Non ce n’è bisogno.”

“Fammi indovinare, Sierra” continuò l’uomo con un tono amichevole. “Un’altra donna?”

“Come?”

“Tuo marito. O il tuo fidanzato. O… ex fidanzato? Ecco, lui ha un’altra donna, vero? Una donna attraente con gli occhi azzurri.”

Sierra fissò il vuoto e non rispose.

“Non devi vergognarti, Sierra! La maggior parte delle mie clienti è qui per il tuo stesso motivo.”

“Davvero?” rispose lei, colma di speranza. “E poi cosa succede, dottore? Insomma, tornano con i loro uomini?”

“Non solo! Escono da qui così attraenti da ritrovarsi con una flotta di spasimanti.” Rise. “Credimi, Sierra, hai preso la decisione migliore. Ora scegli il resto, prenditi il tempo che serve.”

Lei continuò a sfogliare con attenzione, sforzandosi di ricordare ogni dettaglio di quella donna che aveva sorpreso nel letto con il suo uomo.

“Questo naso qui, alla francese.”

Lui l’aveva lasciata il giorno dopo dicendo che non era abbastanza. Che Julia, l’altra, era su un altro livello. Questo disse. Che era su un altro livello.

“Labbra carnose, rosse. Sì, queste.”

Era venerdì. Sierra era rientrata prima, doveva andare alla solita lezione di sceneggiatura, ma era stata annullata. Gli aveva mandato un messaggio e lui non aveva risposto.

“Questo seno, dottore. Questo è perfetto. Però una taglia in più, si può?”

Le lenzuola si muovevano a scatti, e Julia rideva. Sierra era rimasta immobile, incapace di tutto.

“Pancia piatta dottore, di quelle che posso mostrare sempre.”

“Beh, Sierra, cosa ne dici di questa?”

“No, no, dottore, più piatta. Ecco, questa, questa qui.”

Julia si era spostata i capelli dal volto, il trucco sbavato sulla pelle e i cuscini, le labbra socchiuse. Lui non disse una parola. Come dargli torto? Di cosa poteva incolparlo?

“Oh, queste cosce dottore! Queste! Magre, sode. Sì, queste.”

Il dottore annuì, e si annotò tutto. Sierra si mise a frugare nella borsa e nel portafoglio.

“Ecco, è tutto quello che ho. Bastano, giusto?”

Il dottore annuì di nuovo e sorrise.

“Spogliati, Sierra. E sdraiati sul lettino.”

Lei lasciò cadere a terra il cappotto e la camicia da notte. La nudità la metteva a disagio, non perché ci fosse un uomo sconosciuto, in fondo era un dottore, ma perché si sentiva male ogni volta che esponeva un pezzo in più della sua pelle, della sua carne che tanto odiava.

L’uomo prese una siringa dall’armadietto e una soluzione liquida in provetta. Avvicinò il grosso macchinario al lettino e si rivolse alla sua paziente.

“Dunque, Sierra, ti rispiego brevemente” disse, infilandosi i guanti. “Ora ti faccio l’anestesia, dormirai e non sentirai nulla, nessun dolore. Io farò tutto quello che mi hai chiesto, fidati, andrà tutto bene. Domani mattina inizierà per te una nuova vita. Sei emozionata, eh? Con questo macchinario, studiato da me, posso correggere tutto ciò che voglio in tempi davvero brevi, come ti avevo detto. Non avrai bisogno di punti e non ti resterà nessuna cicatrice. Ora appoggia un braccio qui, ti faccio la puntura. Perfetto. Respira e rilassati.”

Sierra fece dei respiri profondi mentre l’ago le bucava la pelle. Si addormentò subito.


Quando aprì gli occhi di nuovo si sentì spaesata e affannata.

“Va tutto bene, Sierra, va tutto bene. Sono il dottore. Respira con calma. Respira, brava. Con calma, è tutto a posto. Così, bene. Ti gira la testa? No? Ottimo. Guarda a sinistra, bene, guarda a destra. Sei splendida, Sierra. Le operazioni sono riuscite alla perfezione, guarda!”

L’uomo le porse uno specchio. Per la prima volta quello strumento non aveva più l’aspetto di un demone. Sierra guardò estasiata i cambiamenti, ammirò il riflesso di quella donna ancora estranea. Era la prima stretta di mano tra due persone che non si conoscono. Tutto era uguale alle foto che aveva scelto sul catalogo. Gli occhi di un azzurro penetrante, il naso piccolo e in armonia con la bocca provocante. Spostò lo specchio e studiò i seni tondi e pieni, poi scese con lo sguardo e passò le mani sulla pelle della pancia, lineare e diretta verso le cosce eleganti.

“Dottore, è tutto magnifico. Perfetto. Ancora meglio di quanto sperassi. Io… io… la ringrazio… io davvero…”

“Sierra, l’importante è rendere felici le mie pazienti. Chiamami pure se decidi di fare altro. Ti senti bene? Se non ti gira la testa dovresti andare a casa a riposare. Dormi serena e domani sarà tutto migliore. Cammina piano.”

Lei si alzò e si sentì bene. Si sentì maledettamente bene.

“Ah, Sierra, un’ultima cosa, poi ti lascio andare.”

“Sì, dottore?”

“Tieni.” L’uomo le passò una boccetta contenente delle pillole grigiastre.

“Cos’è? Un antibiotico?”

“Non proprio. Ecco, Sierra, voglio essere chiaro. Diciamo che a volte le persone faticano ad accettarsi, sotto il nuovo aspetto. Alcune mi hanno supplicato di tornare come prima, ma, capisci, non si può fare. Sono felici per molto tempo, ma a un certo punto non si riconoscono più e, insomma, impazziscono. A volte, raramente devo dire, impazziscono subito, nei primi giorni. Che ironia! Vengono qui per essere diverse, e impazziscono per lo stesso motivo. Ma non voglio spaventarti! Sono… casi rari. Ma è meglio essere previdenti. Comunque, qui dentro ci sono delle pillole, che prese una alla volta non danno alcun effetto particolare, ma prese tutte insieme sono… ecco… letali. Ora ascoltami bene, Sierra. Questa è una misura estrema. Ma la felicità prima di tutto, no? Sta a te, nel remoto caso in cui dovessero esserci problemi, decidere se vivere nell’infelicità o se porre fine al tormento. Non so se mi spiego…”

“Non dica altro, dottore. Ho capito.”

Sierra tornò a casa, felice, e nascose le pillole nella credenza. Non ne avrebbe mai avuto bisogno, si disse.


La ripresa fu rapida in un modo che non si aspettava. Nei giorni seguenti si decise a uscire con le amiche e venne sommersa di complimenti. Non era abituata a sentirsi invincibile.

Qualcuna, senza un minimo di delicatezza, le chiese se avesse sentito lui. Una chiamata, un messaggio, una vendetta, un tentativo. Sierra sperava non si entrasse nell’argomento così presto. Era così esaltata per il nuovo corpo che non voleva avere pensieri negativi. Ma, se ne rese conto poi, alle amiche non importava. Loro volevano tempestarla di messaggi e di aperitivi nel tentativo di compensare con il gossip una quotidianità banale.

Alla fine, Sierra cedette. Si lasciò trasportare e credette che ciò che doveva fare era ciò che le stavano suggerendo. Così, una sera si spogliò e mandò a lui una foto del suo corpo, della pelle nuova e sublime. Della pelle più calda di quella di Julia. Cosa ne pensi? L’ho fatto per te.

Non ebbe risposta, così mandò un’altra foto. Poi un’altra, e un’altra ancora. Era in ansia, eccitata, confusa. Non era possibile che non ricevesse risposta, lei, con quel corpo incredibile. Forse Julia era lì a fianco, forse vedeva le foto anche lei, e, finalmente, si sentiva di troppo. Forse. Era un limbo assassino. Sierra chiuse il telefono e crollò in lacrime.

Dopo una settimana si rese conto di quanto tutto, intorno a lei, fosse ancora uguale. Non si cambia in una notte il filtro con cui vedi il mondo. Non si cambia il divano per due, non si cambiano le tazzine doppie, non si cambiano le federe abbinate. Non si recuperano i minuti spesi e le ore passate a dirsi scuse. Non si cambiano i pensieri, non si cambia il sapore del cibo scadente, di un vissuto scadente, nemmeno con labbra nuove. Non si cambiano le immagini del letto disfatto, di una donna sdraiata al posto suo, del trucco sbavato, dei sussulti. Le giornate avevano ancora tutte lo stesso sapore, amaro e insistente, infiltrante, viscido, scorreva giù nella gola, si fermava nello stomaco e lì fermentava. Era lei, un caso raro? Non sapeva rispondersi, nemmeno con il supporto della carne vergine che si portava addosso.

Scoprì che nessun macchinario poteva interrompere il suo dolore. Che nessun uomo in camice bianco poteva strapparle i fotogrammi impressi nella memoria e trasformarli in qualcosa di meglio.


Una sera, prima di andare a dormire, prese la boccetta di pillole dalla credenza. La passò tra le mani, accarezzò la plastica liscia, la coccolò, come se stesse coccolando se stessa. Appoggiò le pillole sul comodino. Le guardò ancora, con i suoi nuovi occhi azzurri. Per la prima volta si sentì sollevata. Sognò le gocce che si gettavano nella pozzanghera, a sinistra del portone arrugginito, immaginò di essere tra loro, di scivolare indifesa lungo il tubo della grondaia, e di cadere sul suo nuovo corpo raggomitolato, che era lì, al posto della pozza d’acqua, come un grande demone pronto a inghiottirla.

Si svegliò in piena notte, sudata e tremante. La boccetta si aprì con troppa facilità. Le pillole scivolarono sulla lingua e lungo la gola.

Una pillola. Due pillole.

Non si erano mai conosciute davvero, lei e la nuova lei. Forse perché, in fondo, non erano altro che la stessa maledizione in corpi diversi.

Cinque pillole.

Capì in quel momento che tutto ciò che è stampato nel profondo di un vissuto resta lì, indelebile come le X sul foglio.

Dieci pillole.

Si sentì fiera e libera, e decise che era più allettante trasformarsi in una piccola goccia suicida.

Venti pillole. Boccetta vuota.

Cosa ne pensi? L’ho fatto per te.

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