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Apnea




L’aria non esce più, non entra più. Il mio corpo staziona in un respiro interrotto. Mi tremano le mani. I muscoli delle braccia non rispondono. Le spalle sono stanche come avessero tenuto su il mio corpo intero. L’aria non esce più, non entra più. Resta ferma lì, tra il diaframma contratto e il nodo che mi stringe la gola. Ansimo così forte che mi fanno male i denti e le gengive. Sbuffo come una bestia che non riesce più a scappare. Le labbra si stanno informicolando. La pelle della mia faccia si sta tirando per strapparsi da sola. L’aria non esce più, non entra più. Voglio piangere e non ci riesco. Le mie gambe non hanno più ossigeno, sono ferme. Zavorre inamovibili e completamente inutili. Sono la preda perfetta.

Guardo il soffitto. La muffa crea disegni orrendi, ma è l’unico intrattenimento che ho. La luce da fuori mi dice che è trascorsa un’altra notte. Ancora una giornata in questa vita irrespirabile. Provo a intonare un vaffanculo. Il risultato è un sibilo.

L’aria non esce più, non entra più.

Mi hanno detto di ringraziare di non essere ancora morto. Sarebbe meglio dire “di non essere morto ancora.” Se non vi è mai capitato di ritornare, non potete capire che merda sia. Io non esistevo più, eppure sono qui. Un mostro della specie più inutile. Fermo nel mio letto posticcio. Imprigionato in un corpo che non collabora e posso solo farmela addosso, sbavarmi addosso, piangermi addosso. Mentre l’aria non vuole uscire dai miei polmoni. E non vuole nemmeno entrare. Sempre in questa dannatissima apnea, da solo. Non riesco neanche a farmi fuori in autonomia.

Chi mi ci ha messo a vivere in questa carcassa?


Crollano le palpebre sugli occhi. È trascorso un altro giorno.

Sento dei rumori intorno alla testa. Non capisco se sono pensieri oppure avvoltoi che attendono intorno al buffet. Vorrei tanto vederli.

Un’altra crisi. L’aria non esce più, non entra più. Il collo è rigido, il nodo alla gola è un cappio di lacrime e frustrazione. L’oscurità è il cappuccio nero sulla mia testa e questo letto rigido è il mio patibolo. L’aria non esce più, non entra più. Non c’è pubblico per la mia nuova impiccagione? No.

Venite gente! Ecco l’uomo in sospeso tra il primo vagito e l’ultimo respiro! Venite!

Non viene nessuno.

L’aria non esce più, non entra più. Mi va la polvere negli occhi. L’aria non esce più, non entra più. Una sirena, ma non sta chiamando me. L’aria non esce più, non entra più. Un’altra alba.

L’aria è incastrata a metà tra lo sterno e la bocca. Non esce e non entra. Non si muove, ma si allarga e ruba spazio. Mi sta soffocando.

Il mio corpo mi sta uccidendo, il mio cervello mi tiene sveglio. Ancora i rumori intorno alla testa. Non sono pensieri. Tendo i muscoli che ancora riesco a governare. Serro i denti. Mi camminano sulla guancia, sulle labbra strette e increspate. Stanno assaggiando il mio pus. Mi camminano sugli occhi, vedo la loro ombra. Si muovono sulle mani. Sulle gambe, sotto i vestiti. Qualcosa dall’orecchio mi striscia sulla guancia. Il cuore mi sta per esplodere. Soffio con il naso per non farli entrare, ma non funziona. Non respiro più. L’aria non esce, non entra.


Ho di nuovo gli occhi aperti. C’è luce, ma non riesco a distinguere i dettagli della muffa del soffitto. Né i colori. Fa freddo. Sento il freddo. Loro non ci sono più ma i rumori sono aumentati. Sono più forti. Non riesco a muovere nulla. Riesco solo a percepire le cose. Respirare, o non respirare, non è più un problema. Il mio corpo è cadavere. Sento il mio odore. La mia decomposizione. Qualcosa si muove su di me. Non è uno solo. Sono tanti, pesanti. Fanno rumore, grattano il mio corpo e questo mio letto in cartone. Questo odore di carne marcia è mio. Sono morto, finalmente?

Vedo un’ombra, un peso sul mio petto. Uno scatto violento e il mio occhio destro esplode. La punta di un becco arriva alla radice del nervo ottico. Mi strappa via tutto. Non so nemmeno se sto provando dolore. Nella mia cavità ecco che tornano gli insetti. Con l’occhio rimasto intuisco dei movimenti intorno, poi un’altra ombra. Mi gratta via la palpebra. Vedo il rosso del mio sangue ormai inutile. Lui scava e inizia a mangiare. Io non vedo più nulla. Sento solo che banchetta con i miei resti. Che si contende la mia carne con gli altri ospiti di questa mensa offerta. Entra nel buco del mio cranio, mi si muove dentro e si avventa sulla lingua. La sbrana. Esce dalla mia bocca e lascia il posto libero. Più in giù, altri mi stanno lacerando la pancia. Mi hanno aperto un buco sopra il cuore e i polmoni. Per un istante ho percepito l’aria muoversi. Ho respirato.


Hanno preso tutto quello che c’era. Ora sono immondizia.

I vermi si stanno spartendo il mio cervello. Il mio era un bel cervello, mi dicevano da piccolo. Era il resto del corpo a fare pena. Non funzionava, non ha mai funzionato. Però si sono divertiti a riportarmi in vita, quello sì. Mi avessero lasciato morire a quindici anni ora, forse, avrei una tomba dignitosa, invece che questa pozzanghera di sangue, di merda e di polvere.




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