• Lakombo Freak

Anime in teca




Avevo trovato un haiku scritto sul sedile di un vecchio autobus.

Era firmato Mirko S.


È inquietante.

Possono le anime

stare in teca.


Ho creato un hologram e l’ho pubblicato. Come per ogni mio post, una valanga di reaction senza significato e un fiume di commenti che non valeva la pena ricordare. Condividevo cose per tenerne traccia, non per comunicare qualcosa. Avevo perso ogni fiducia nell’intelligenza collettiva. Mio padre mi disse che a diciassette anni era presto per diventare nichilisti, che avrei dovuto aspettare almeno i trenta, come ha fatto lui. Che scrittore straordinario, mio padre. L’unica mente con cui riuscissi a confrontarmi. Finché non morì, in un modo stupido e immeritato.

Ero uno strano. Uscivo sempre da solo e mai negli stessi orari. Mai negli stessi luoghi o seguendo gli stessi percorsi, nemmeno per andare a scuola. Non parlavo con nessuno, figuriamoci con quei pressapochisti dei miei coetanei. In compenso, però, ero uno dei più popolari su almeno tre platform. E nessuno sapeva chi fossi.

Come ogni moda in ogni tempo, la tacita imposizione era di esporre la propria immagine con una smisurata ostentazione. Non importava l’ambito, bisognava trasmettere grandezza, successo ed eccesso. In pratica, soprattutto sui canali in rete, nessuno si mostrava per quello che era. Il paradosso era che tutti si raccontavano di metterci la faccia.

Io ero all’esatto opposto. Il mio holo-avatar era un’irregolare macchia bianca fluttuante su fondo nero. Il mio nickname era @iltuoveroio.

Immortalavo quello che faceva la gente di nascosto, quando non era vista. Hologrammavo i loro gesti, i loro dettagli, ma mai i loro volti completi. La mia bacheca mostrava difetti, imperfezioni, atteggiamenti scomposti. Mostrava un mondo semplice senza filtri. In un periodo storico sano non avrei suscitato nessun tipo di meraviglia, nessun tipo di scalpore, ma in quegli anni io, cioè il mio alter-ego, ero visto come un rivoluzionario. I miei memo-archivi muovevano qualcosa di perverso nella mente di quelli della mia età. Ero l’occhio su un mondo che sembravano non aver mai visto. Ero il loro reporter. L’unico in grado di mostrare il loro vero io.


Accadde qualcosa di diverso con il mio ultimo hologram, quello dell’haiku. La gente iniziò a scrivermi in privato. Lo facevano anche prima, con complimenti e altre puttanate irrilevanti, ma da quel momento in avanti iniziarono ad arrivarmi indirizzi e orari. Senza nient’altro scritto, solo delle coordinate, da tutto il paese. Non ho mai scoperto chi ha dato inizio alla cosa.

Ignorai il fatto per qualche settimana, fino a un pomeriggio. Il giorno era il 20 luglio 2037. Stavo tornando a casa quando mi scrisse @sup_stefa03. L’indirizzo lo conoscevo bene, era a meno di un chilometro da dove mi trovavo. L’ora indicata era le 21:38 e il messaggio mi arrivò alle 21:27. Avevo undici minuti.

Ci sono degli appuntamenti e delle opportunità da cui è bene tenersi distanti, il problema è che lo capisci soltanto dopo.

La strada era sgombra. Il sole era tramontato da poco ed era già abbastanza buio per potermi muovere senza farmi notare. Camminai dietro la fila di piante, finché non scorsi, su una panchina illuminata da un lampione, una figura in piedi che si muoveva in maniera strana. Mi avvicinai. La luce, la prospettiva e le ombre mi avevano ingannato. Non era in piedi sulla panchina. Stava penzolando dal ramo di un albero, con un cappio di nylon attorno al collo. Erano le 21:38.

Registrai un hologram, poi me ne andai. Faceva la mia stessa scuola.


La notizia uscì su tutti i canali e in classe i tutor ce ne parlarono per giorni. Io non avevo nulla da dire. Avevo solo tante domande, alcune molto pericolose. Andai a controllare i siti di tutti quelli che mi avevano mandato un indirizzo e un orario. Quattordici persone, tra ragazzi e ragazze, tutti morti. Tutti per suicidio.

Dopo due settimane decisi di pubblicare l’hologram dell’impiccato. La didascalia riportava l’orario dello scatto. Nessun tag. Si vedevano solo un dettaglio della bocca e del collo. La reazione della community fu insensata e sconcertante. Iniziarono a chiamarmi reporter della fine. Non avevano capito un cazzo. O forse non avevo capito io.

Mi arrivarono nuovi messaggi con le coordinate. Uno di questi indicava ancora una volta un luogo nel mio paese. Quello fu l’inizio della fine. Mi convinsi e mi presentai anche a quell’appuntamento. Era il 3 di settembre.

Dopo tredici settimane me ne andai di casa e lasciai la scuola. Iniziai a muovermi per la nazione con treni e mezzi di fortuna, per farmi trovare puntuale nei luoghi indicati. Un hologram e me ne andavo. Lo pubblicavo sempre due settimane dopo.

Perché lo facevo? Per tenere delle tracce, perché me lo stavano chiedendo. Questo è uno dei messaggi. È di @keera:


Ciao @iltuoveroio. Oggi morirò alle 22:18 senza sapere se ho mai veramente vissuto. Senza sapere se ho mai conosciuto qualcuno per davvero. Ti prego, registra i miei ultimi momenti, crea di me almeno un ricordo reale. Addio.




© Lakombo Freak

252 visualizzazioni

Seguici su Facebook.

  • Lakombo Freak - racconti neri
  • Black Facebook Icon
  • Black Twitter Icon
  • Black Pinterest Icon
  • Black Flickr Icon
  • Black Instagram Icon

© 2019 by Lakombo Freak.