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Anaridilla jack rum




Una mattina, mi son svegliato, o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao… Prima o poi sta cazzo di sveglia devo cambiarla. Che ore sono? Devo smetterla di regolare la sveglia un’ora prima del necessario. Per cosa poi? Rimanere sveglio fino a tarda notte, mezzo ubriaco, a compilare scartoffie burocratiche che servono solo ad ammazzare animi e alberi. Fare un’alzataccia per consegnare a quel baffetto stitico del mio capo papiri di nomi, codici e date. Appunto per me: prendessi fiato ogni tanto nei miei pensieri non sarei così asmatico. Immagino già la sua reazione “Ma quanto ci vuole! Sei un incompetente! Muoviti! Siamo indietro! Guadagnati lo stipendio, ignorante!” che io traduco mentalmente con “Ce l’ho piccolino! Piccino picciò! Penino carino! Cazzetto sotto ogni punto di vista.” Ma a chi la racconto! Faccio parte della plebaglia aziendale e questo pone il baffetto sempre sopra la massa indistinta di cui faccio parte. Anaridilla jack rum, anaridilla jack rum, anaridilla jack rum. Sto già meglio. Che silenzio oggi. Sembra non ci sia traffico. C’è la possibilità che sia diventato sordo? Sarebbe un’ottima notizia. Già tutto l’udibile rimbomba nelle orecchie come una palla da bowling lasciata cadere dall’alto in un teatro completamente vuoto. Appunto per me: cercare su Google se esiste l’assuefazione uditiva. Ieri mi sentivo strano. Ho salutato tutti come fosse un addio. Ero felice, sereno. Quasi allegro. Com’era? Ah già, anaridilla jack rum, anaridilla jack rum all’infinito. Quella canzoncina malefica, chissà dove l’ho sentita! Uno-due tre-quattro ana-ridilla jack-rum, ecco ora non me la levo più dalla testa. Oh, cazzo. Sono già arrivato. Sorprendente quanto usi il sarcasmo anche con me stesso. Già arrivato, sì, con solo mezz’ora di ritardo. Il cartellino non lo timbro evitandomi un taglio allo stipendio. Punto l’ascensore, una persona in attesa. “Buongiorno!” Devo avere un alito feconda olocausti. Non so esattamente cosa vuol dire, ma rende l’idea. La signorina da gonna sopra al ginocchio, camicetta ordinata e poco più ricambia il mio saluto con un’alzata di mento. Super simpatica.


Anaridilla jack rum, anaridilla anaridilla jack rum, anaridilla, il ritmo delle situazioni. Era questo che mi rendeva sereno. Ogni situazione prende la forma ritmica di questa canzoncina. Sono stanco di parlare da solo, ma allo stesso tempo non voglio parlare con lei. Appunto per me: cercare articoli su cosa significa eticamente essere vivi.

“Cos’è questo suono?” Così la signorina al mio fianco mi fa scoprire di che pasta è fatta la sua voce. Cannelloni mollicci. Mi guardo attorno e vedo la spia lampeggiante sulla pulsantiera. Con garbo rispondo alla signorina “Probabilmente, la scritta Alarm su quella lampadina enorme e lampeggiante di un colore rosso guardami significa che c’è traffico fra ascensori. Adesso è rosso e siamo fermi. Quando è verde ripartiamo.” La lascio un attimo a capire. Sorride. Bene, possiamo fare due chiacchiere. “Scusi la battuta, la vedevo tesa e preoccupata, volevo solo sdrammatizzare. Succede spesso che l’ascensore si fermi, questo palazzo ha visto cose che un ipovedente mai nella vita. Vedrà che ora ci informeranno dell’attesa obbligatoria e si scuseranno per l’inconveniente.” Così avviene, qualche secondo dopo una voce dallo speaker ci informa che l’ascensore dovrà rimanere bloccato per mezz’ora al massimo. Appunto per me: preregistrare messaggi sul telefono per poter rispondere alle persone senza dover veramente interagire. Fra questi mettere al primo posto la risposta Eh, già.

La signorina mi fa un cenno. Non penso s’immagini che io possa capire ciò che vuole dire dietro a un unico cenno fatto col volto. O forse sì.

È proprio questo il ritmo delle situazioni. Ora glielo spiego. “Posso farle una confessione, signorina? Sono felice di passare questo tempo di attesa con lei. Non le chiedo neppure se ha interesse nell’ascoltarmi o meno. Mi consideri un partigiano dell’opinione. Fino a qualche giorno fa la mia vita era sostanzialmente un serie di celle incasellate da marchiare con una X per ogni attività conclusa. Ieri, non mi chieda perché, una canzoncina mi ha fatto ragionare. Lo condivido con lei. Troppo timida per impedirmi di parlarle, troppo chiusa per interagire. Sbaglio?”

Rossa in volto, mandibole serrate, ma troppo orgoglio per rispondere. Silenzio assenso. “Dicevo, ogni evento che accade nella vita è contrassegnato da un’iperbole che porta a un determinato limite, uno stacco di propensione, infine la caduta. Ad esempio, l’amore è un susseguirsi di ciclicità. L’avvicinarsi sospetto, senza esposizione. Pavoni intenti a colorare desideri senza doverlo dichiarare. Poi, la passione che solleva verso il punto esatto di sola andata. Il salto in avanti a braccia aperte verso l’illusione di un per sempre. La caduta, il tonfo, toccare l’abisso. Quando l’ho capito, vorrebbe chiedermi? Ieri. Proprio in questo ascensore. Ho cominciato a canticchiare questa canzone. Anaridilla jack rum, senza motivo. Tutto mi è apparso più chiaro. Tutte le tensioni di una vita spesa a mantenere la felicità, o una parvenza della stessa, crollate dinnanzi a una canzoncina. Apparentemente senza senso. Anaridilla jack rum, anaridilla jack rum, si vuole si bacia ti amo e giù. Ha capito? È tutto così chiaro per me. Le faccio un altro esempio? Giusto per metterla in imbarazzo parliamo di sesso. Provi a canticchiare nella sua testa anaridilla jack rum, anaridilla jack rum. Provi. Le risulterà immediata la comprensione del sesso. Del suo meccanismo base. La preparazione dei corpi, il fondersi con tensione crescente, l’apice sospeso nel tempo, la caduta delle proprie carni molli e sole. Anaridilla jack rum. So che sta pensando, era meglio prendere le scale. Immagino che non veda l’ora di tornare al suo ufficio. Saltellare sulle solite mansioni respirando l’aria di chi si sente utile e appagato. Le svelo un segreto, io conosco la ritmica del lavoro. Si inizia con professionalità e impegno nel capire, si cresce con la forza costruttiva per sentirsi parte del sistema, lo slancio netto verso una situazione definitiva al gusto di o la va o la spacca e la caduta nella morte dell’entusiasmo. Vuole davvero tornare in ufficio? Canti con me, anaridilla jack rum, anaridilla jack rum.” Più disturbo questa ragazza, più mi rendo conto che non posso fare diversamente. Devo assolutamente spiegarle che se canta con me capirà ogni cosa. “La smetta subito! Siamo bloccati! La smetta con questi vaneggiamenti!”

Appunto per me: si dice temperare le matite e non affilare le matite.


Apprezzo questo tentativo di ribellione, signorina. Se avesse avuto la cortesia di ricambiarmi il saluto, probabilmente sarei sparito dalla sua vita e dai suoi ricordi di lì a breve.

“Posso continuare o deve elencarmi tutte le ovvietà presenti in questi otto metri cubi? È un gioco che so fare pure io, se gradisce. Ma premettendo che non gradisco io, eviterei. Torniamo a noi. Le stavo raccontando della mia illuminazione paragonabile solo a quella avuta da Edison quando giocava a fare il domatore di fulmini. La domanda che ci poniamo, io e il suo nervoso crescente, è: ma che senso ha il proseguire del tempo se la dinamica è sempre la stessa? Mi scusi, le spiego in modo che non debba ragionare troppo. Una volta che conosci la canzone a memoria, ha senso riascoltarla?” Le lascio qualche secondo di ripresa. Nella sua testolina starà reagendo con resistenza logica, sperando che questo tempo di attesa si esaurisca alla svelta. Non sa che il tempo che rimane è sufficiente a farle capire che tutto muore, certo, ma muore meglio cantando. Sottostando alla ritmica incessante anaridilla jack rum, anaridilla jack rum, anaridilla jack rum… Appunto per me: ragionare sul concetto di morte definitiva.


“Certamente! Speravo che intervenisse e desse la sua risposta. Non importa. La verità è che la vita ha senso, in quanto è pur sempre vita. Ma perché la vita è anaridilla jack rum, signorina, lei lo deve capire! Nasci, cerchi di capire, realizzi di non poter capire, muori. Inizi un hobby, apprendi e coltivi la passione, ti attrezzi per farne una cosa seria, abbandoni. Offri un drink, sorridi, scopi, ripudi. Prepari, cucini, mangi, defechi. Anaridilla jack rum. Ti svegli, ingrani, esaurisci le energie, chiudi gli occhi che sei morto un po’ di più. Anaridilla jack rum. Affili la punta, premi, muori. Come ho fatto io, signorina, perché da ieri sono felice. Da quando ho ascoltato quella nenia dal sapore di terrore e allegria. Sono arrivato al mio ufficio e mi sono inciso anaridilla jack rum e ancora anaridilla jack rum. Ho continuato a farlo fino a che, cantando, non sono morto.” La mia camicia s’impregna di sangue. Mentre io continuo a cantare. Continuo a cantare. Ieri ero felice. Sono morto. Ho deciso di farlo. L’ho scritto. Anaridilla jack rum. Che suono l’incedere umido di grafite e legno nella carne. Fino alla fine.


“Basta, la smetta, la prego! Perché perde sangue, oddio. Qualcuno mi aiuti! Aprite l’ascensore! Aiuto! Sta morendo! Sta morendo, è pieno di sangue! Aiuto!”

“Signorina, eccoci. Scusi, ci abbiamo messo più del dovuto. Perché sta gridando da sola? Cosa succede?” Cosa succede? Ora che mi guardo attorno quello psicopatico che stava morendo dissanguato non c’è più. Me lo sono immaginata? “Non fa niente, ho avuto un attacco di panico. Buona giornata.” Cosa succede? Che strana domanda. Dovevo rispondere che mi sono trovata bloccata in ascensore con un’allucinazione. Il frutto di troppo lavoro e troppe poche ore di sonno. Sembrava vero. Uno così stronzo non l’ho mai nemmeno immaginato. No, devo correggermi. Chissà perché ho elaborato quest’incubo a occhi aperti. Forse sarà meglio che mi calmi e che stasera prenda qualche supporto chimico. Devo. Ovviamente dopo aver finito le pratiche per quel nazifascista del mio capo. Anche se quest’assurda attesa in ascensore da sola con la proiezione delle mie paure mi ha terrorizzata, ora sto meglio. Bene, l’ufficio è noioso e disordinato come sempre. Mi rasserena, sembra tutto normale. Devo farmi i complimenti per come sto gestendo ciò che mi è successo. Sono una persona lucida e ragionevole. Capita a tutti un momento di debolezza, quello era il mio. Ora torniamo alle cose vere, che si possono toccare. Oh, guarda, le HB che avevo chiesto con il temperamatite elettrico!

Provo a raccontarmi questa follia. Dunque, sono entrata in ascensore. Appena ho sentito che sarebbe stato fermo per manutenzione ho parlato con una mia proiezione. Probabilmente in difesa del possibile stato d’ansia che poteva farmi stare troppo male. Ho accettato l’idea che una mia idea fosse reale. Poi è finito tutto, e sono qui. Nel mio ufficio. Pronta per eseguire tutte le mansioni che mi aspettano. Con la stessa, indelebile ciclicità. Le stesse cose che iniziano, ti prendono, le fai tue e poi crollano. Questo temperamatite funziona a meraviglia! Appunto per me: mai uccidersi prima di togliersi i vestiti. Eccomi, dicevamo? Dicevamo che sono nuda. Penso di avere capito tutto. Persino canticchiare una canzoncina con una matita appuntita in mano. Anaridilla jack rum.




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