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Amore mio, sei e sarai




“Come posso iniziare il racconto?” Così, incastrato tra un dubbio e una promessa, il giovane Michele interrogava la platea costituita dalla più paziente delle madamigelle in circolazione.

“Ti ripeto, devo consegnare il racconto entro domani, non posso trarre spunto da idee strampalate o da leggende di varia natura, lo dici sempre anche te!” incalzava in piedi col busto appena ricurvo verso quella graziosa fanciulla.

“Potrei raccontare di un chirurgo, che mostra ai suoi specializzandi un’operazione delicata, aggiungendo una ritmica sincopata interrotta da complicazioni. Poi, salendo di tono, potrei mettere confusione al lettore con una serie di consequenzialità poco probabili ma spiegabilissime, giungendo al colpo di scena finale dove lui stesso è l’operato e i suoi specializzandi non sono altro che tutti i pazienti che ha perso per negligenza. Chiudendo il tutto facendolo ricomparire nella stessa situazione, come un incubo dentro a un loop infernale” raccontava con audacia a quel volto dolcissimo che lo stava ascoltando.

“No! Non funziona, non è interessante. Risulterebbe confuso e dovrei rinunciare a dettagli fondamentali, creando delle aspettative del tutto disattese. Assomiglia troppo a una visione forzatamente moderna di un’autopunizione eterna. Non ci sta, mi dai una mano? Se domani non lo consegno verrò licenziato. Come faccio?” spiegava, preoccupato e gesticolante, simulando un cappio al collo. Lei lo stava ad ascoltare. Paziente. Una tazza fumante nella mano e gli occhi grandi di un cerbiatto innamorato.

“Capisci quanto è complesso il mio lavoro? Ideare, senza ripetersi, situazioni nuove che possano coinvolgere un buon numero di anime in tumulto là fuori. Creare e ricreare ambientazioni mischiando reale e non reale, rimanendo onesto nella verità dei mondi costruiti. Potresti esprimerti per piacere?” Di nuovo, con voce spezzata da nervosismo e meraviglia, si rivolgeva a quel corpo esile, armonioso e sensuale che gli stava regalando attenzione. Lei si limitò a inclinare la testa e aggrottare la fronte per imitarlo, sperando di tranquillizzarlo. Il concetto stesso di dolcezza si materializzava in quei tratti di malizia materna.

“Ce l’ho! Aspetta, e se scrivessi di un cacciatore di palpebre? So che sembra stupido, ma tu immagina questo. Un padre di famiglia a cui hanno tolto tutto. Un papà a cui hanno ammazzato moglie e figli. Anzi no, un padre a cui sono stati tolti i figli e la moglie se n’è andata causa identità paranoide del marito. Lo faccio impazzire in un contesto di estremismo religioso, dove lui plasma il suo personalissimo percorso di redenzione, capendo che per sopravvivere bisogna aprire davvero gli occhi. Per farlo, individua gli uomini da redimere, tutti fisicamente simili a lui, li sorprende nel sonno e gli taglia le palpebre. Finendo per capire che non è servito a niente, che si automutila per lo stesso motivo. Si guarda allo specchio, capisce di essere un mostro e, senza dire nulla, si cava gli occhi da solo. Figata! Potrei dare corpo andando via veloce sulle mutilazioni e similari, rallentando a dismisura quando l’attenzione è solo sul protagonista. Che dici? Può funzionare? Sei molto carina stasera! Se mi dessi una mano sarebbe meraviglioso.” In preda a una tenerezza tanto intima e grande da sembrare eccessiva, Michele cercava in tutti i modi di trovare la soluzione giusta. Parlava a lei, ma lei non rispondeva. Si limitava a stare rannicchiata nella poltrona del suo studio, con la sua tazza di tè nero ancora fumante. Sospirava, sorrideva, ogni piccolo movimento dava una sensazione di ingenua sensualità al giovane scrittore alla ricerca del racconto perfetto.

“Ma, bella mia, come posso raccontare del nero interiore con te che mi ricordi un cucciolo di pantera che gioca con un gomitolo di lana? Grazie di essere qui con me, non so cosa farei senza il tuo viso a darmi forza. Tornando a noi, l’idea è bella, ma funziona poco. O, meglio, il protagonista fa il suo percorso eccessivo, mezzo motivato, raggiungendo la consapevolezza in un atto ulteriormente estremo. Se dovessi leggere una cosa così penserei che il protagonista è semplicemente scemo. Per carità, se scritto bene può funzionare, ma non ha quel qualcosa in più che mi diverte. Niente da fare, non sono convinto. Poi, riconosco quando un’idea è davvero buona, e le tue labbra non hanno ancora ricevuto quel morsetto di eccitazione che ti dai quando ti stupisco. Posso avere anche io una tazza di tè? Facciamo dopo, pensiamo assieme, come posso iniziare il racconto?” Con tono spensierato, nella sicurezza di un amore solido, lo scribacchino esercitava questo monologo all’attenzione di quelle orecchie delicate della sua donna. La perfezione estetica. Capelli a coda su un lato. Pochissimo trucco. Senza orecchini e con un neo a particolareggiare quei tratti puliti ed eccitanti al tempo stesso. La bella danzatrice del silenzio, di risposta rotea la testa. Troppe tensioni incanalate nella croce tra la linea delle spalle e la colonna vertebrale. Nonostante l’ecchimosi vicino alla clavicola resta l’essenza della beltà.

“Piccola mia, ho la testa dentro a una bolla di vuoto e frustrazione. Potrei fumare e calmarmi un po’. No, meglio di no! Altrimenti vado in paranoia e poi mi tocca sforzarmi per non dare troppo peso a pensieri di poco conto. Giusto! Se ambientassi il racconto nel Far West? Un pistolero solitario che contatta un pellerossa esiliato dalla propria tribù per essere stato amante della figlia dello sceriffo? Ma no, che stronzate, e cos’è?! Un romanzo rosa? No, facciamo un pistolero solitario che conosce l’utilizzo di pratiche magiche Cherokee che gli permettono di viaggiare nello spazio, riuscendo a giustiziare nelle fattezze di spirito vendicatore umani stupidi. Stupidi? Aspetta, non stupidi. Banalmente peccatori. Affidandogli un potere di giustizia sommaria obbligatoria per moralità. Questo fino a quando non conosce una ragazzina di cui si innamora perdutamente. Si accorge che questa ragazzina è una peccatrice ben più malevola rispetto a chi uccideva in genere senza remora. A questo punto potrei aggiungere una lettera scritta da un ipotetico predecessore del pistolero, con scritto come si concluderà la storia. Come ultima immagine potrei descrivere l’epitaffio sulla stele del pistolero, con scritto che per ogni angelo, per quanto brutale, esiste un demone che interviene con amore. Beh, sicuramente gli darei le tue fattezze, e li farei scopare un po’, giusto per raccontarti le cose che vorrei ci concedessimo. Mi stai ascoltando o stai prendendo sonno?” Senza prendere fiato il narratore donava a quell’angelo in poltrona tutte le idee che gli passavano per il cranio. Era felice in sua presenza, sapeva che quel tempo era un regalo che la palpitante fata in ascolto gli faceva volentieri. Dopo l’ennesima idea, lei, con la mano libera dal gustosissimo tè nero, sentenziava con il pollice verso la proposta di cowboy morali. Anche se stava sottolineando con una linguaccia di disgusto la pessima idea, rimaneva attorniata da un’aurea di femminilità spiazzante.

“Ok, ok! Ho capito, fa schifo. Stavo pensando fuori dagli schemi classici, per fortuna ti esprimi egregiamente quando non apprezzi le mie superfantastiche idee. Quasi quasi rinuncio, scrivo al capo che mi è andato in crash il PC e non ho copie. Avrò qualche giorno in più per pensarci. Così stiamo un po’ fra noi, che ne abbiamo bisogno, ci sta?”

Lei posò la sua tazza per terra, si alzò. Con fare da gatta attratta, mantenendo un’eleganza che solo a lei era propria, gli si avvicinò. Mise le sue labbra vicino all’orecchio destro e con eros sussurrò: “Perché non racconti di come mi hai uccisa solo perché non ero d’accordo con le tue stronzate? Perché non racconti che il mio corpo è nel giardino di casa nostra? Perché non racconti che per quanto la fantasia possa essere estrema, tu, nella realtà, sei peggio di tutti i tuoi racconti? Smettila di immaginarmi, ero la tua salvezza. Non hai nessun capo e non devi scrivere nessun racconto. Questa è una cella di isolamento. Io sono una proiezione della tua mente. E tu, amore mio, sei e sarai sempre il mio assassino.”

Come tutte le notti, dalla cella di isolamento, il pianto disperato di uno scrittore impazzito.

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