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Amon Mortimer




“Buongiorno, vorrei denunciare un furto d’anima.”

L’uomo allo sportello sollevò lo sguardo, gli occhiali troppo piccoli scivolarono lungo il naso aquilino. Strizzò le palpebre raggrinzite e fissò per qualche secondo il ragazzo di fronte, come se lo avesse disturbato da chissà quale impegno importante.

“L’ufficio in fondo al corridoio, sulla sinistra” gracchiò, poi tornò a guardare le carte che aveva sulla scrivania.

“Grazie e buona giornata” rispose il giovane.

L’intonaco sulle pareti era scrostato e costellato di muffa, eppure l’aria odorava d’incenso e il pavimento era pulito, a creare uno strano contrasto.

In fondo al corridoio, sulla sinistra, pensò il ragazzo, come se fossero passate ore da quando aveva sentito quella frase. Il neon sul soffitto lampeggiava e distorceva il bianco dei muri in un verde fluorescente. Ah, ecco qui: Ufficio Denunce Esoteriche e Occulte.

La porta era socchiusa, ma bussò lo stesso. Era senz’anima, non senza educazione. Una voce seccata lo invitò a entrare e richiudere la porta.

“Si accomodi” disse l’uomo in camicia blu e cravatta rossa. Lui e il segretario dovevano essere fratelli: stesso naso, stessi occhiali, stessa voce rauca e stridula.

“Allora, è qui per quale denuncia? Le hanno fatto un sortilegio? È stato maledetto? Forse parliamo di bambole voodoo?”

“No, no” rispose il ragazzo. “Mi hanno rubato l’anima.”

L’uomo annuì distratto, prese una penna e iniziò a compilare un modulo.

“Furto d’anima” disse scrivendo. “Il suo nome?”

“Amon Mortimer.”

“Orario del furto? Scommetto mezzanotte.”

“Mezzanotte precisa, sì” confermò il ragazzo. “È frequente?”

“Ah, sì. Guardi qua, sono pieno di denunce per furto d’anima.” L’uomo indicò un plico sulla scrivania. “Tutte a mezzanotte precisa. Sa qual è il bello? Non esiste nessuna legge specifica che lo vieta e il detective dice che non si può fare granché. Lasciamo denunciare, ma più di così…”

“Capisco. Vorrei comunque finire la denuncia.”

“Chiaro, lo volete tutti. Segni particolari? Marchi demoniaci, morsi di licantropo, cose di questo genere?”

“No, nulla.”

“Nulla? È alla sua prima esperienza, quindi, signor Mortimer. Creature magiche tra i parenti? Streghe, vampiri?”

“Che io sappia no. Forse una zia che vive in Scozia…”

“Va bene, lascio indefinito. Un’ultima domanda: ha visto quale demone ha rubato l’anima?”

“Non chiaramente. Ho visto che era femmina… ma non saprei descriverla.”

“D’accordo, una figlia di Lilith, generico.” L’uomo sospirò scocciato mentre continuava a scrivere. “Dovete essere un po’ più precisi quando denunciate i furti d’anima, però. Firmi qui, signor Mortimer, poi abbiamo finito.”

La penna era umida del sudore dell’uomo, il ragazzo firmò veloce e si asciugò la mano sui pantaloni.

“Arrivederci, l’uscita è uguale all’entrata” tagliò corto l’impiegato, abbassando lo sguardo.

“Scusi? Avrei un’altra questione…” sussurrò Amon Mortimer.

“È ancora qui?” sibilò l’altro. “Ho detto che l’uscita è…”

“Volevo chiederle il certificato. Sa, quel certificato. Con i tempi che corrono… Vorrei tutelarmi.”

“Il certificato. Vuole chiedere il certificato” disse l’uomo alzando gli occhi al soffitto. “Sa in quanti siete a chiederlo, signor Mortimer? Tutela, tutela! E intanto io sono qui a compilare carte su carte e nessuno fa niente per questi furti. Quelli che possono permettersi il certificato, però, sono davvero pochi. Ha un costo, lo sa, vero?”

Amon annuì. L’impiegato si alzò sbuffando e aprì la cassaforte alle sue spalle. Sfilò una tessera, la compilò e la diede al ragazzo.

“Paghi il mio segretario all’ingresso. Ora vada, ho altro da fare.”

Amon Mortimer si diresse allo sportello. Il segretario, annoiato, non disse una parola. Contò il denaro e fece intuire al ragazzo che poteva andare e che non gli avrebbe indicato l’uscita. Una donna aspettava il suo turno con un neonato in carrozzina. Amon si affiancò a lei, prese il bambino con entrambe le mani, tirò dalle gambe, tirò dalla testa, e lo spezzò in due, poi gettò i pezzi sul pavimento. La madre cadde a terra, urlò disperata, pianse, urlò ancora, gli occhi sbarrati e pieni di terrore. La testa del neonato aveva schizzato sangue ovunque.

“Sei un mostro! Assassino! Il mio bambino! Aiuto! Il mio bambino!”

“Signora, guardi” disse il ragazzo togliendo la tessera dalla tasca, “ho il certificato, sono senz’anima.”

“Oh” disse lei mortificata, “allora mi scusi, non lo sapevo. Non si preoccupi.” Si asciugò le lacrime e tornò in fila, paziente. Amon la salutò con un cenno garbato e uscì in strada, dove una donna faceva jogging sul marciapiede, gli occhiali da sole, la tuta sportiva attillata. Amon la bloccò e la prese a pugni sul viso. Il naso si ruppe, le guance divennero un ammasso tumefatto, un occhio schizzò fuori dall’orbita. Lei si agitava e cercava di urlare, Amon le mostrò il tesserino.

“Signorina, ho il certificato, sono senz’anima.”

Lei smise di muoversi, accennò un sorriso e rimase ferma mentre veniva massacrata. Poi, fischiettando, Amon si diresse al parcheggio, si mise in macchina e all’angolo est del Tahoma Park investì due anziani sulle strisce pedonali. Le ossa scricchiolarono sotto le ruote, gli organi interni si spappolarono sull’asfalto in singolari composizioni. Una folla accorse sconvolta, chi strillava, chi offendeva l’uomo al volante. Il ragazzo abbassò il finestrino e mostrò la tessera.

“Ho il certificato, sono senz’anima. Buona giornata a tutti.”

La folla si scusò imbarazzata, ricambiò il saluto e si allontanò tranquilla, lasciando in mezzo alla strada quello che restava dei due corpi.

Poco più avanti, vicino alla scuola di danza Pinner, due poliziotti fermarono Amon per un controllo di routine.

“Patente, signore, grazie” disse uno dei due. “Non scenda dall’auto.”

Amon passò la patente all’agente, con calma si tolse la cintura, scese dall’auto, afferrò la pistola del primo e sparò in testa al secondo, dritto in mezzo agli occhi.

“Fermo!” urlò il poliziotto, prendendo d’impulso l’arma del collega a terra. “La dichiaro in arresto! Metta le mani dietro la…”

“Agente, aspetti, ho il certificato. Sono senz’anima, ecco qua.”

“Oh, mi scusi signore” rispose l’uomo riponendo la pistola. “A posto, può andare. Le auguro una piacevole giornata.”

Era ora di pranzo e Amon si fermò nel locale vintage sulla Corbel Road. Lesse il menù, optò per l’hamburger con il bacon e le patatine della casa. La cameriera, rossetto acceso e capelli ricci, prese l’ordinazione sul taccuino, con un sorriso radioso e una postura impeccabile. Finito di ordinare Amon si alzò, la prese di forza e la buttò sopra un tavolo, le strappò la gonna e la stuprò davanti a tutti.

“Aiuto! Aiuto!” gridava, cercando di liberarsi, le lacrime agli occhi, tremava. Le altre persone gridarono a loro volta e scattarono in piedi. Il ragazzo, senza fermarsi, mostrò il tesserino, a lei e verso il resto dei presenti.

“Signorina, signori, sono senz’anima. Ho il certificato. Finisco, poi mangio.” Lei smise di urlare.

“Prego signore, e scusi il disturbo” disse la cameriera, ora docile e immobile. Gli altri clienti tornarono a chiacchierare e leggere il menù. Amon finì, poi tornò al suo posto. La ragazza, un rivolo rosso lungo le gambe, portò il piatto ordinato e servì gli altri clienti. Il ragazzo pagò, lasciò una mancia cospicua e uscì. Lei sorrise e augurò una buona giornata.

Dall’altro lato della strada, un ragazzino si divertiva con lo skateboard, un gruppetto di amici a fargli da incoraggiamento. Radio accesa, musica alta, jeans strappati e applausi. Amon si avvicinò, prese la tavola da skate e la spaccò sulla schiena del ragazzino. Lui cadde a terra, paralizzato, le gambe storte e ferme, non riusciva ad alzarsi, non poteva riuscirci.

“Aaah! Cos’hai fatto, stronzo!” urlarono gli altri. “Freddy, muovi le gambe, muovile! Oddio, le tue gambe!”

“Ragazzi, ho il certificato” rispose Amon pacato. “Ecco qui, vedete, sono senz’anima.”

“Oh” disse uno di loro, “ci scusi signore, che maleducati. Non lo sapevamo. Scusi ancora.”

Freddy alzò appena un pollice, gli altri ragazzini salutarono Amon stringendogli la mano. Lui tornò in macchina e si diresse a casa.


La villa antica dominava la collina, gli alberi lungo il viottolo erano stati curati in mattinata dai giardinieri, nella fontana di fronte all’ingresso c’erano nuove ninfee gialle. L’erba era rada e i fiori di campo pieni di api e farfalle. C’era il sole, ma l’aria odorava di umidità, forse a breve avrebbe piovuto.

“Buongiorno, amore” disse Amon entrando. Una ragazza lo accolse a braccia aperte, vestito rosso corto, grandi occhi blu cobalto, frangetta nera. La pancia gonfia e rotonda indicava una gravidanza.

“Buongiorno!” rispose lei. “Sei stato all’Ufficio? Hai già pranzato?”

“Sì, cara, sono a posto. Ho il certificato. Tutto in regola.”

La ragazza gli stampò un bacio su una guancia. “Meno male, ero un po’ preoccupata. Girare senza il certificato può essere pericoloso, hai fatto bene.” Si massaggiò la pancia, lo sguardo sognante. Lui si inginocchiò, alzò il vestito e diede un bacio vicino all’ombelico.

Poi si rimise in piedi, la buttò a terra e sferrò due calci dritti in quel punto. Il rumore fu secco e tolse il respiro. Lei sorrise mentre riprendeva fiato e si raddrizzava a stento.

“Per cena ti preparo il pasticcio di carne” disse dolcemente continuando a sorridere.

“Va bene” rispose Amon, prendendole le mani e baciandola in fronte. “Stai attenta a non bruciarti, amore.”

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